Te la ricordi questa? LA (mia) LEGGENDA DEL FILO ROSSO.

Siedi qui che ti racconto una storia.

Una nota, una che tu sai, MA… raccontata a modo mio.

La leggenda del filo rosso

“C’è un filo, rosso come il sangue che attraversa le vene, che lega un uomo ad una donna, ne imprigiona i cuori e rende il loro legame indissolubile”.

 Viveva, tra le splendide colline ricamate dalle nevi di petali di ciliegio, nel Lontano Giappone, un ragazzo di nome Wei,il “possente”.

Il giovane possedeva una grande sensibilità e ampia era la sue conoscenza nelle più disparate materie.

L’enorme biblioteca della sua splendida casa, conteneva file e file di scaffali e, ovunque ci fosse uno spazio libero, si notavano pile di libri, come piccole torri, che riempivano gli occhi.

Non un granello di polvere osava poggiarsi su quei dorsi curati.

La mano del giovane Wei ne conosceva ogni pagina e li curava quasi fossero figli suoi.

“La mia famiglia” soleva dire “voi siete la mia famiglia”.

La giovane Hisoka, la “riservata”, figlia di Jun “l’obbediente” e Atsushi “il laborioso”, guardava spesso quel ragazzo parlare con i libri e, scuotendo la testa, e senza fare alcun rumore, si ritraeva nelle sue stanze a discorrere con i suoi genitori.

“Vedi, giovane Hisoka” le diceva spesso la madre, carezzandola con la voce, mentre era intenta a preparare il desinare o a svolgere qualche altra faccenda di casa “Il giovane Wei è rimasto orfano quando era poco più di un neonato, non ha nessun ricordo della sua famiglia, ma la sua mamma, che Daruma l’abbia in gloria, trascorreva con lui ore ed ore ed ore seduta nella vecchia biblioteca, a sfogliare con lui i libri più belli e a narrargli le leggende più antiche”.

“Certo, madre” incalzava la Giovane Hisoka, il cui nome, che in Giapponese vuol dire “riservata” disegnava alla perfezione il dolce fruscio che si accompagnava ai movimenti della ragazza, mai fuori luogo, mai invadente “Ma dovrà prima o poi uscire da quella libreria a cercare una moglie, è un giovane di tanta eleganza e delicatezza, e conoscenza. Daruma non vuole che i doni vadano sprecati”.

La saggia Jun rimproverava docilmente la figlia, ricordandole, di volta in volta, che il loro unico compito era quello di tener fede alla promessa fatta ai genitori del giovane Wei che, sul letto di morte,attanagliati da febbri contratte in paesi lontani,dove si recavano a far commercio, avevano chiesto a lei ed al suo valoroso marito, di accudire la casa, ed il figlio, come fossero loro.

Le giornate passavano, sulla collina dei ciliegi dorati.

La saggia Jun vedeva comparire, tra le sue chiome sempre nuovi e fragili accenni di bianco.

Il marito, Atsushi (il laborioso), sembrava non finisse mai di aggiustare qualcosa, di curare le piante, il vecchio bonsai del suo signore, l’orto dal quale ricavavno preziose merci da mangiare e da vendere, ma l’incedere del tempo incurvava sempre di più le ampie spalle ed il sorriso, che si spalancava sul volto, la sera, nel tornare a casa e vedere la suo cara Jun, scopriva di volta in volta, spazi sempre più ampi e gengive sempre più sottili.

Ma l’amore, tra i due, si indovina a a distanza.

Sembravano essere legati da qualcosa. Un sottile filo di magia, che gli permetteva di stringersi forte, nel vento, e non sentirsi mai soli.

Il giovane Wei, ormai diciottenne, si sorprendeva spesso ad osservare quelli che considerava al pari dei suoi genitori ed a desiderare di poter avere, un giorno, una donna anche lui, da accompagnare in quelle stanze e da far sedere, tra i morbidi cuscini della biblioteca, per leggere insieme i suoi libri e cavalcare liberi sulle onde della fantasia.

Ed un pensiero si insinuava sempre tra le righe di questo sogno: un bimbo, una bimba, o, ancor meglio , tutti e due, a far da corollario al dolce teorema chiamato matrimonio.

Venne il giorno in cui Hisoka la riservata lasciò la casa del giovane Wei per entrare in quella del marito. Una piccola e bassa casetta a poca distanza dalla sua che avrebbe permesso a lei ed al giovane sposo di aiutare Jun e Hatsushi nella cura della grande casa, compito ormai diventato pesante per gli anni che si depositavano sulle spalle dei due.

Fu un giorno di festa, ma anche di lacrime amare.

I due ragazzi, Wei ed Hisoka, erano legati da una silenziosa alleanza fraterna.

Avevano giocato spesso, assieme, negli ampi corridoi della casa paterna e si erano assopiti all’ambra dei grandi e frondosi ciliegi, incuranti dei richiami angosciati della allor Giovane Jun, madre dalla doppia responsabilità.

Ricordava sempre, Wei, come le spalle di Atsushi avessero fatto spesso da giostra e da cavallo, da sedia e da riparo dalla lacrime e, nonostante Hisoko non avesse mai parlato più di tanto e solo il suono della sua risata argentina sembrasse dare un sonoro ad un film altrimenti muto, quel giorno lui perse una fedele amica.

Il matrimonio fu gioioso e Wei poté ammirare, contento, gli sguardi d’amore che i due giovani sposi continuavano a donarsi.

In loro, come nei genitori di lei, si percepiva quello strano legame, avulso dal tempo ed insensibile alle stagioni del cuore.

Presero, d’un tratto, a danzare.

Si avvicinarono l’un l’altro, il volto di lei girato verso destra, quello di lui verso sinistra. Le loro spalle si toccarono, le braccia si sfiorarono e i mignoli delle loro mani si intrecciarono in un disegno antico, prima che le morbide note delle danze nuziali autorizzassero i presenti a prendere parte a quella gioia che nasceva, prorompente, davanti gli occhi di tutti.

Qualcosa turbò il cuore del giovane Wei, un dolore talmente forte che lo accecò di rabbia e che lo portò a correre fuori, alla ricerca d’aria, non senza prima aver strattonato ed urtato in malo modo qualcuno dei presenti.

La rapida uscita di quel ragazzo conosciuto per la sua gentilezza, lasciò per un momento tutti sgomenti, ma la festa ebbe il sopravvento e nessuno sembró curarsene più di tanto.

Jun e Atsushi, tuttavia, si guardarono fissi negli occhi. Un ombra si disegnò sui loro volti e si depositò, con rughe profonde, sulla fronte della donna: “Oh Atsushi, sapevo sarebbe successo. Sapevo che prima o poi quel cuore delicato, orfano di amore, non avrebbe retto davanti alla felicità degli altri e sarebbe cambiato per sempre”.

“Non angustiarti, mia cara Jun” risposte il marito, poggiando la mano sulla spalla della moglie, ed attirandola verso di se, fino a farle poggiare la testa sul petto “Senti come batte, qui dentro, questo cuore. Lui conosce la strada per riportare, alla mente, la ragione”.

Fuori, nella notte, lontano dalla festa il giovane Wei si aggirava, rabbioso, tirando calci a qualsiasi cosa si frapponeva tra sè ed il selciato.

Non ebbe pietà per nulla: sassi, fogli, vecchie bottiglie, persino un giovane gattino, avvicinatosi a lui per prendere le sue solite carezze, non fu risparmiato da tanta cieca furia.

Le lacrime imperversavano sul viso del ragazzo e ad ogni nuovo fiotto sembrava che il cuore si asciugasse, legando l’anima in un nodo stretto ed indissolubile, che imbruttiva il volto del delicato Wei.

 ********************************

Passarono quasi quattro anni da quella strana notte.

Anni in cui, nel cuore del ragazzo, crebbero nuvole nere, che solo a tratti lasciavano scorgere piccoli sprazzi del sereno di un tempo.

Una notte, mentre la rabbia lo portava a ripercorrere quella strada, scalciando come in quella sera in cui la figlia dei suoi servi era andata in sposa a quel giovane uomo che ormai sostituiva quasi in tutto Hatsushi, sentì una voce:

“ Dove vai con tutta questa rabbia, giovane Wei?”

Il ragazzo si voltò, nel buio, in cerca di una bocca dalla quale fossero uscite quelle parole. Ma non vide nulla.

Cercò di strizzare gli occhi, poi, pensando che fosse un gioco della sua testa, proseguì, mani in tasca, il suo gioco di calci alla vita.

“Dimmi, giovane Wei, cos’è che ti turba? Cosa rinchiude il tuo cuore in una morsa di gelo? Cosa trasforma i tuoi tratti gentili in un pugno di pelle incupita?”.

“Chi sei? Eh? Parla e mostrati se hai coraggio, ch’io non ho tempo, nè voglia, di perdermi in stupidi giochi” disse il giovane Wei nell’udire quelle parole, alzando il pugno nell’aria con fare minaccioso.

In quel mentre un vecchio Monaco uscì da un vialetto laterale, che, a quanto ricordava il ragazzo, non sembrava mai esserci stato.

Era piccolo, magro, almeno due spanne più basso di lui e portava sulla spalla un enorme sacco che sembrava volerlo schiacciare. Eppure, quando gli si avvicinò, sembrò sovrastarlo con una potenza benevola che per un momento lenì il suo cuore da quel sordo rancore.

Lo prese per mano e lo portò a sedere sotto un ciliegio odoroso.

Lo stellato cielo del Giappone riportò alla memoria del ragazzo le dolci notti trascorse tra le braccia della sua giovane madre. Un ricordo che veniva dalle viscere della terra perché il suo cuore di neonato non aveva potuto serbarne il ricordo.

“Cosa ti affligge, giovane Wei?” Incalzò il Monaco.

Il ragazzo, d’un fiato, disse quello che nemmeno a se stesso aveva mai osato dire “Vorrei anche io una famiglia, un profumo dentro cui abbandonarmi, la sera. Braccia morbide, labbra di velluto e pelle di seta da accarezzare. E piedini e manine da stropicciare, al riparo dal sole e dai venti, nella vecchia biblioteca, da veder crescere insieme alla mia sposa, ma per quanto mi sforzi non mi riesce di trovare nessuna che soddisfi il mio cuore, nè alcuna pare essere interessata a me”.

E nel dir questo reclinò la testa, scoppiando in un silenzioso pianto sconsolato, che gli squassava il petto e lo faceva trasalire ad ogni sospiro.

Il vecchio Monaco costrinse Wei ad alzare il mento e lo guardò dritto negli occhi.

“Ora ascoltami, giovane Wei. Lo vedi questo sacco che mi porto dappresso?

In questo sacco è custodito il filo rosso che serve per legare i piedi di mogli e mariti. Cosa pensi che io cammini a fare, in lungo ed in largo, in barba alla mia età, se non per legare per sempre i destini di giovani sposi?”.

Il giovane Wei aveva letto più volte la leggenda del filo rosso e la sussurrò, a mezza bocca, quasi volesse ricordarla a se stesso “ il filo rosso è un filo invisibile, che parte dal cuore. È impossibile da tagliare e una volta che due persone sono legate tra loro, saranno destinate a sposarsi, indipendentemente da quello che decideranno, o meno di fare”.

“Certo giovane Wei” disse il Monaco. “Ricordati che il filo parte dal cuore, si disegna nel reticolo delle vene, e fuoriesce, dai mignoli, alla ricerca dell’intreccio perfetto, del nodo indissolubile che lo legherà all’amata o all’amato”.

Il ragazzo, preso da una strana calma, come se il tempo si fosse sospeso, osservava il piccolo Monaco intento a cercar qualcosa nel suo enorme sacco.

“Ecco, giovane Wei. Contravvenendo a quanto imposto, ti racconto la storia del tuo filo: esiste una splendida bimba dagli occhi scuri e pelle di seta, figlia dei tuoi giovani servi, che adesso ha poco più di tre anni. Sarà lei la tua sposa, rientrata signora nella tua casa e con lei condurrai i tuoi figli al riparo dal caldo e dal freddo, tra le fila dei libri nella vecchia biblioteca”.

 Il giovane Wei, persa la calma ritrovata e sentendosi ingannato, si alzò, furibondo. “Che razza di storia è mai questa, stupido Monaco? Una bimba in sposa. E per altro la figlia di Hisoka. Ma chi credi di prendere in giro?”. Fece per prenderlo prenderlo al collo, per scaraventarlo a terra ed insegnargli che non si gioca, con il dolore degli altri, ma, come afferrò le sue vesti, il corpo del vecchio sparì nell’aria, lasciando al suo posto solo i pochi stracci che a fatica potevano chiamarsi vesti.

 

Quella notte il giovane Wei non poté riposare. Mai il suo nome sembrò essere tanto calzante, nel trascorrere delle ore.

Si aggirava, come una tigre in gabbia, nella vecchia biblioteca, sfogliando i libri che raccontavano le antiche leggende giapponesi e cercando una risposta alle parole del vecchio Monaco.

Ogni volta che un testo confermava che il disegno del filo rosso era affidato alle mani del destino e che la scelta non era controvertibile da nessun atto umano, scaraventava il libro a terra, in un sordo rumore che quelle mura non avevano mai udito.

La ormai anziana Jun ed il marito Atsushi, si stringevano tra loro, nel letto, ad ascoltare quei tonfi sordi che attraversavano le pareti e le urla di rabbia che si accompagnavano ad essi.

Le grida crescevano di intensità, come la rabbia del ragazzo, che trovava ridicolo che la sua sposa fosse la piccola bimba paffuta che si rintanava tra le gambe della madre, quando questa veniva ad aiutare la cara Jun nella gestione della sua casa.

Come se la piccola bimba fosse stata svegliata, nel cuor della notte, da un sentore antico e profondo, proruppe in un lamento straziante che fece accorrere la giovane madre presso il lettino della sua piccola.

Asuka, così si chiamava la figlia di Hisoka, un nome che porta la testa a girarsi verso il futuro: “profumo del domani”, questo il significato di quel dolce suono. Era una bimba di rara bellezza, minuta e paffuta, dall’ovale perfetto, folti capelli corvini e occhi profondi che scrutano il mondo.

 

La prese tra le braccia e la consolò a lungo, prima che quel pianto si acquietasse e le lacrime si asciugassero, lasciando ricami di luce, tra quelle splendide ciglia.

 

Wei, che aveva udito il pianto, e deciso a sovvertire l’ordine del destino, corse nella piazza del paese, dove sapeva abitava un servo che talvolta lo aiutava nelle cose più pesanti in casa.

Era una persona di infima razza, dedito al bere e amante del dio denaro.

Il suo prezzo era facile da calcolare. Bastava conoscere le ore che aveva trascorso lontano dal buon vecchio sakè ed aggiungere qualche moneta per concedergli un presto ritorno al bicchiere.

 

La conversazione fu breve. Poche parole, qualche moneta e poi l’ombra del giovane Wei, che inseguiva, anch’essa incredula, i passi del giovane che si ritraeva in casa.

 

L’alba dispiegava le sue ali leggere, nel cielo del Giappone, quando la mano dell’infame servo si abbattè, con una pugnalata, sulla fronte della piccola bimba.

Ma, mentre il coltello scendeva a colpire, gli occhi della piccola si spalancarono, come una bocca di fuoco, a guardare la mano dell’uomo che, arrestatosi a mezz’aria, non ebbe la forza di colpire come avrebbe voluto.

Non appena vide il sangue uscire, e senza accertarsi che l’opera fosse portata a compimento, scappò via. Lo seguirono le ombre nere dei suoi peccati e quegli occhi che lo avevano guardato nell’anima lo spinsero sull’orlo di un burrone, dal quale si lanciò, nel vuoto, non prima di aver chiesto perdono al suo Dio.

 

Strazianti furono i lamenti della giovane madre quando, al mattino, ritrovò la sua piccina intrisa di sangue e quasi senza respiro. Il suo giovane sposo, allora, levatosi lesto dal letto, radunò le poche cose e, preparato il carro alla svelta, portò lontano da quei luoghi nefasti la propria famiglia.

 

Trascorsero 14 anni.Il giovane Wei era ormai un uomo, stanco e provato dai propri mali e con il cuore ridotto ad una lama tagliente.

La vecchia Jun ed il saggio Atsushi riposavano, all’ombra dei ciliegi odorosi, accanto alla tomba dei suoi cari genitori.

L’antica biblioteca era avvolta da spesse ragnatele, i libri erano rimasti là, dove la furia di quella terribile notte li aveva lasciati.

Non più leggeva, Wei, nè scriveva, nè raccontava, a mezz’aria, le storie che pure tanto amava.

Trascorreva il suo tempo girando per quelle enormi stanze, assoldando e licenziando, di mese in mese, servi su servi, senza trovare la pace cui il suo cuore aspirava.

 

Un giorno, mentre era intento a sfogliar fili d’erba, nascosto nel tramonto dorato, al riparo del vecchio ciliegio, sentì una voce.

Era morbida. Sembrava una raso antico che si deposita sul volto, solleticando il naso e lasciando un profumo sottile.

Il suo cuore ebbe un sussulto. Alzò gli occhi e vide, nel riflesso del sole, il più bel volto di donna che il creato avesse osato disegnare.

L’ovale era perfetto. Incorniciato da onde setose e nere di capelli sottili che si agitavano nel magico alito della sera. La pelle, di un alabastro antico, invitava le mani a saggiarne la serica consistenza. Le labbra erano piccole, vermiglie, morbide e, nel parlare, scoprivano perle bianche, incastonate in una bocca perfetta. Gli occhi erano neri, profondi, e le ciglia, disegnate con sapiente maestria dal tocco di un pennello finissimo, incorniciavano mondi lontani e raccontavano i profumi dell’Oriente.

L’incedere era lento e sicuro. Sembrava una danza. L’esile corpo si muoveva, nel crepuscolo, descrivendo esili spalle ed una vita sottile. Le braccia erano lunghe, sinuose e le mani, piccole e minute, lisciavano la stoffa rosso vermiglio della gonna che, stretta sulla vita minuta, sembrava litigare con il candore della camicetta che lasciava intravedere un seno appena accennato, eppur docile, dove sostare a dormire.

Le esili caviglie che si intravedevano al di sotto della gonna frusciante, si appoggiavano su piedi sottili, descritti da piccole scarpette nere e basse, che li avvolgevano come un guanto sottile e seducente.

La ragazza era di una bellezza che superava tutto quanto lui avesse mai visto e letto e ascoltato ed il maturo Wei ne rimase colpito.

“Mi scusi” sentì dire, e la voce parve venire da infiniti mondi lontani “Si sente bene?” disse la ragazza, avvicinandosi, con passi leggeri e il volto corrucciato in una linea di preoccupazione “è qui, accasciato, e non ho potuto far a meno di accertarmi se tutto andasse bene”.

La ragazza si inginocchiò, accanto a lui ed il suo profumo, come una mano vellutata, penetrò nelle narici di Wei, correndo al cuore come dita sottili che iniziarono ad esplorare quel nodo antico e ormai quasi rappreso.

Wei alzò gli occhi ed incontrò, finalmente, quelli della splendida fanciulla.

Lo sguardo, ravvicinato, confermò e rese ancor più pregiato il disegno che si era stagliato, poc’anzi, nel tramonto odoroso.

Solo una piccola benda, bianca, poggiata sulla fronte della ragazza, turbava quella perfezione resasi donna.

 

Si guardarono a lungo, quei due. Gli occhi persero i confini, mentre la mano del fato distendeva, nel cielo, la pergamena su cui aveva scritto la storia di quelle due anime.

Non ci sono parole per descrivere quello che accade nei cuori, quando questi si riconoscono ed iniziano a battere all’unisono.

La bella ragazza, poco più che ventenne, prese per mano il maturo Wei e lo condusse, con mano esperta,a ripercorrere i sentieri che la sua anima pensava di aver smarrito per sempre.

Non gli occorse chiederle il nome, la provenienza e le origini, ma la giovane ragazza raccontò nel dispiegarsi delle loro parole, una triste storia. I suoi giovani genitori erano morti, per una febbre violenta, sulle alture di un piccolo monte, poco distante, cui si erano ritirati per sfuggire ad una sorte avversa.

Il maturo Wei non poté che sentire più forte la sintonia con quell’anima, che raccontava la sua stessa vita ed alla quale non doveva spiegare il dolore che portava nel cuore.

Pochi furono i giorni che portarono il cuore di Wei a risplendere ancora .

La luce che si depositava sulla sua casa sembrava essere diversa. I servi, che si erano avvicendati negli anni e che si ritiravano negli angoli al suo solo passaggio, adesso gli andavano incontro sorridendo, accogliendolo con doni e gesti cortesi.

La vecchia libreria stava piano piano, e grazie alle amorevoli cure di lei, risplendendo degli antichi fasti.

La polvere sembrava un ricordo lontano e le pile di libri ordinati, tornarono a disegnare i percorsi all’interno dei quali muoversi con passo sicuro.

A Wei tutta quella gioia non sembrava vera. Solo un’ombra turbava la sua coscienza. La piccola benda che la sua giovane donna portava sulla

fronte e che non sembrava voler togliere per nessuna ragione.

Più volte aveva provato a chiedere, a fare caute domande, ma il dolore che leggeva negli occhi di lei lo faceva ritrarre, nemmeno avesse toccato

il fuoco che arde da sempre nelle viscere della terra.

I giorni trascorrevano lenti e felici. Non ne occorsero molti perché Wei decidesse che Asuka, profumo del domani, dovesse diventare la sua sposa.

La leggiadria dei suoi movimenti, il fruscio dei suoi abiti che si muovevano per casa, le docili mani che accarezzavano le pagine dei suoi adorati libri, tutto, insomma, gli dava da credere che il suo cuore avesse trovato una casa dove abitare.

E nulla importava la distanza di età che c’era tra i due. Alla giovane non sembrava interessare e tra le sue braccia, diceva, sembrava scoprire una donna che non aveva alcuna età, se non quella del cuore.

 

La cerimonia fu semplice. Un piccolo altare, sotto il ciliegio frondoso, negli ultimi giorni di primavera, quando la pioggia di petali bianchi, lasciava ormai il passo a giovani e tenere foglie verdi.

Nonostante il desiderio dei due fosse solo quello di sancire un amore profondo, la voce che il maturo Wei avesse sciolto il nodo del suo cuore, grazie alle abili mani di una fanciulla di rara bellezza, era passato di bocca in bocca, raggiungendo tutti gli usci, anche quelli socchiusi da anni ed aveva spinto, su quella collina, un fiume di gente festosa.

 

Lui la stava aspettando, al calar della sera, mentre le colline sembrano inondate da un liquido oro lucente.

Lei, con la testa bassa, camminava leggera, tra una folla di gente che, aprendosi, lasciava passare quella giovane donna, dalla bellezza accecante.

 

Il Kimomo nuziale descriveva con maggiore precisione le sue forme perfette. Minute farfalle si libravano, con fili di seta, tra le pieghe di quella veste.

L’enorme fiocco, ambra pallido, incorniciava la schiena della ragazza e, nel crepuscolo dolce, sembrava disegnare due ali celesti, innalzando la sua bellezza la di sopra delle vette umane.

Wei sembrò superare gli anni, il tempo andato ed il dolore.

Le lacrime presero a scendere, copiose, sul suo volto, mentre pensava a quanto avesse atteso questo momento e a quanto non meritasse, in fondo, una felicità sì grande come quella che stava provando.

La ragazza si avvicinò ed alzò lo sguardo.

Nel farlo porse la mano, delicata e leggera, a Wei, tornato indietro agli anni in cui il cuore non era ancora un nodo crudele.

Il bellissimo volto alabastrino era in penombra, ma si indovinava l’assenza della piccola benda, che sempre portava.

“Mio amato, mio caro Wei, signore del mio cuore” disse Asuka, avvicinandosi leggera, ed entrando nel sottile fascio di luce che le candele iniziavano a diffondere “Sono qui, per amarti, e per essere tua. Per questo mi affido, a te, mio signore, esattamente come sono, con tutta me stessa e senza veli alcuni” e nel dir questo alzò il viso per offrire alla tenue luce delle candele quel piccolo stralcio di viso che sempre teneva nascosto.

Il maturo Wei si ritrasse, come se un pugno l’avesse colpito, allo stomaco, togliendogli la forza di respirare.

Una cicatrice violacea, che raccontava un dolore profondo, deturpava quel volta dalla bellezza perfetta, e descriveva la crudeltà di un cuore, quando il gelo e l’odio si impadroniscono dei suoi battiti.

Wei continuò ad indietreggiare, travolto dalla consapevolezza, che, d’un tratto, si palesò davanti ai suoi occhi.

Non ci volle molto perché il conto degli anni della fanciulla lo riportasse a quella notte e, inorridito da se stesso, voltò le spalle, chinando la testa, pronto a fuggire lontano.

Ma la giovane Asuka si avvicinò, dolce e decisa e messasi di fianco a lui, gli sfiorò le spalle.

“Mio dolce amore, battito nascosto del mio cuore. Ti amato dal primo istante in cui la vita mi ha fatto dono del tuo essere, abbandonato, con noncurante disprezzo, sotto questo ciliegio frondoso. Non ho chiesto chi fossi, non mi è importato della tua storia. Io, semplicemente, ti ho amato”.

“Ma..Ma..” balbettava l’affranto Wei “ma io ho fatto quanto un essere umano non dovrebbe mai fare e tu, tu, lo sapevi eh…no, ti prego, lasciami andare”.

“Io l’ho capito mio signore, dai nomi intarsiati sotto questo fazzoletto di cielo e incisi in queste lapidi che raccontano la tua e la mia storia. Ma, mio amato cuore, il mio sangue mi ha descritto il percorso dei tuoi giorni, narrando di un ragazzo che si aggirava di notte, urlando, in preda al dolore e che da esso si è lasciato portare sul fondo di un baratro amaro”.

Tutti i presenti, commossi, si strinsero gli uni agli altri, avvicinandosi ai due, quasi a voler proteggere quell’amore prezioso da un vento che poteva portarli lontani, l’uno dall’altra.

E lei continuò, gli prese la mano sinistra, lo costrinse a voltarsi e se la poggiò sul seno, dove si intuiva battere il cuore. Lui sembrò acquietarsi e prese ad osservarla, sfiorandole il volto con gli occhi. Alzò l’altra mano per accarezzare l’offesa che, inconsapevole, le aveva arrecato, ma lei lo fermò. La mise sul ventre e gli sorrise. Un sorriso che si allargava sul volto e scendeva, dritto, al cuore.

Tra la folla si sentì un brusio sommesso. Qualcuno iniziò a ricordare la piccola bimba ferita da un servo malvagio, che aveva trovato la morte sul fondo di un burrone e l’antica leggenda che voleva che il padrone della grande casa dei ciliegi dorati avrebbe preso in sposa una bimba, nata serva nella sua casa e che in essa avrebbe fatto ritorno, da padrona e regina.

Wei sentì allora un altro cuore, in quel ventre, battere più forte dei loro due messi insieme e le lacrime, che rotolavano sul viso, si trasformarono in sorrisi ed in gioia profonda.

Alzò le spalle e ruotando leggermente il corpo girò la testa, verso sinistra, mentre l’incantevole Hisoka, seguendo il movimento del corpo del suo amato, girava la sua verso destra. Le spalle si sfiorarono, le braccia si toccarono, mentre dai lori mignoli, intrecciati, scendeva una piccola stilla di sangue che andò a colorare il lembo di terra illuminato dalle candele, dando inizio alla splendida danza nuziale.

 C’è chi giura, quella notte, di aver visto che le due gocce di sangue, rotolando giù dalle dita della coppia di sposi, si allungarono in un sottile filo leggero, che, annodandosi come il fiocco di un chimono, sancì, rosso come il fuoco, il legame indissolubile della splendida Asuka e del possente e felice Wei.

 

Non c’è nulla, nel mondo, che si possa mai fare, comportamento che si possa tenere, anni di distanza che si possano contare, se il destino ha deciso, per un uomo e una donna, di aprire il vecchio sacco, prendere un pezzo del prezioso filo e farne un fiocco di indissolubile amore.

E non c’è vento che possa allontanare due anime legate strette dal filo invisibile del cuore. Per quanto forte possa essere il suo respiro, arriverà un momento in cui l’uno o l’altro, strattonato dal destino, tornerà a scontrarsi con l’amato, come due piccoli palloncini legati tra loro e naufraghi nel vento.

Per quanto possano, a tratti, volar distanti, sono gemelli: di fato, di vita, di amore.

 

Nazaria Di Biase

 

 

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37 pensieri su “Te la ricordi questa? LA (mia) LEGGENDA DEL FILO ROSSO.

      • Che fine ha fatto il mio commento sarà mica finito nello spam?
        Riscrivo:
        Avevo detto che i miei commenti ti emozionano perché Tu sei una creatura sensibile e tutto ti emoziona. E mi piace molto questo tuo lato.

        Per il racconto:
        È un racconto dolce e coinvolgente ti prende per mano e ti immerge in atmosfere japan tra i profumi dei sakura in fiore e quasi mi sembra di esserci dentro.
        Brava gioietta mia mi è piaciuto molto.
        Come sempre ti abbraccio con affetto infinito.
        Eli.

        Mi piace

  1. …i miei commenti ti emozionano perché Tu sei una creatura sensibile e tutto ti commuove e mi piaci tanto così.

    Il racconto è dolcissimo ti prende per mano e ti avvolge con dolcezza fino alla fine, tra atmosfere japan e odore dei sakura in fiore mi sembrava di esserci dentro. Brava gioietta mia!
    Con l affetto di sempre baci infiniti.

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