“Try to read and tell me”

Questa è la mia prima notte.Qui. Da sola.

Mi stringo nelle spalle. Sento la pelle diventare ispida, attraversata da un brivido.

Ansia. Forse paura. Accompagnate da un freddo che ti penetra fin dentro le ossa, nell’anima.

Nelle pareti, in questi pochi metri quadri che mi faranno da casa nei mesi avvenire, echeggia ancora la sua voce. Il suo saluto. Il suo sorriso.

Perplesso. Questo mi è sembrato, perplesso per la mia scelta, per lo studio. Perplesso per come devo essergli, io, sembrata. Un piccola, inutile idiota che decide di stare qui, in questo posto, senza conoscere nemmeno le basi elementari della sopravvivenza. 

Che stupida che devo sembrare. 

Che stupida che sono. 

Spero di dimostrare a me stessa la capacità di adattarmi. 

A me stessa. 

A questo mare che ho dentro. 

A queste onde che mi logorano l’anima.

Sento il lamento del vento. Cresce di intensità e a tratti cessa. Non ha molti anfratti su cui schiantarsi, quindi il suo canto è costante, acuto. Poche le variazioni sul tema. Il tono è cupo, grave. La melodia è costante. Un due tempi. Una lunga nota sostenuta. Profonda. Tirata allo spasmo come la corda di un violino.

Stringo i denti fino a farli stridere e batto le mani sulle braccia per creare un po’ di calore, nell’attesa che queste pareti si riscaldino.

Fuori c’è luce. Ci sarà luce. L’assenza di buio è qualcosa che ho messo in conto. E credo sarà, forse, più spaventosa della notte stessa.

Provo ad ingannare il tempo.

Dovrei fare mille cose. Posizionare gli strumenti, vestirmi in maniera adeguata, organizzare i viveri e la cucina. Ma resto immobile.

Seduta sulla sponda di questo misero letto in ferro, polveroso e freddo, a guardare un punto, nella parete di fronte. Un foro in cui filtra la luce. Nella penombra di questa squallida baracca, dettata dalla necessità di avere meno contatti possibili, con il freddo esterno, la luce che filtra dall’esterno sembra più luminosa del dovuto. Quasi calda. Ma il colore è bianco, quasi azzurro. Non c’è calore. Allungò la mano, quasi a sfiorare il fascio di luce, ma la ritraggo. Sorrido di me stessa, ma il sorriso diventa risata amara, quasi disprezzo.

Le mie ridicole fantasie.

La mia ridicola voglia di immaginare, ricostruire e creare cose che la realtà non fornisce.

Continuo a rimanere immobile. Nulla mi offre lo spunto di alzarmi. Il nulla mi inchioda qui, in questo angolo, al punto che quasi il freddo si confonde con la mia stessa pelle.

Lentamente lascio girare gli occhi per la stanza. Il movimento del capo, che li accompagna, è impercettibile. Un leggera rotazione verso destra o sinistra. Sfrutto tutta l’ampiezza dello spettro visivo. Ogni movimento genera ansia. E l’ansia genera rabbia.

Non c’è nulla qui.

Assolutamente nulla.

Il vuoto assoluto mi assale, il lamento del vento cresce. Il suo canto si infrange contro la porta e mi fa trasalire. Una volta, due. Ancora e ancora. La sua intensità scuote le pareti leggere. Sembra un respiro di un animale davanti alla sua preda. Potresti quasi vedere la saliva, agli angoli della bocca. Pregusta la cena. Il banchetto. La vittoria di una disfatta.

Si accanisce sulla porta, quasi dovesse sfondarla. I cardini stridono, si lamentano, mentre la fiamma del generatore aumenta di forza, alimentata, dall’esterno, da quel mantice furente.

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