Fiera della banalità? forse stavolta no.

https://m.youtube.com/watch?v=2ZG_SGP5FP0

Partiamo da questo presupposto: io non pubblico mai -MAIIII- video presi dal web, pseudo catene emotive che infestano il mio (e il vostro) tempo.

Ovviamente questo poco si sposa con uma madre super tecnologica che ha visto in Whatt’s App un metodo autorizzato allo stalking filiale.

Vi giuro. Anzi, spergiuro: è incredibile quanti messaggi lei riesca ad inviare in un giorno a me e alle mie sorelle.

Alle volte si confonde anche, ma tant’è…

Beh, dicevo, lei vive di share, di video, di foto (secondo noi a breve aprirà uno studio) al punto che anche mia nonna è seriamente preoccupata!!!!!

Ieri, dopo una giornata in cui aveva invaso il santo web con tuuuuuuutte le foto delle uova decorate da lei e dalla mia nipotina, mi ha inviato questo video.

Là per là non l’ho aperto. Poi ci sono tornata su. 

Ed ho pianto, dio se l’ho fatto.

Ha trovato qualcosa che sembra essere scritto per me. La mia mamma.

Perché nonostante tutto, lei, c’è sempre. E sapeva che avrei pianto tanto, ma conosce quanto bene mi facciano, le lacrime.

Sai, mamy, spero anche io di essere presto una donna in rinascita.

Tu, nel frattempo, resta come sei (magari saboteremo il wi-fi).

Ti ricordi 15 anni fa quando sono partita per l’università? Come mi dicesti, sulla porta?

“Uno squillo per dirmi che mi pensi e due se vuoi che ti chiami”.

TU NON HAI MAI ASPETTATO IL SECONDO SQUILLO.

Ti voglio bene, mamma.

Speriamo

Speriamo solo che ci sia il sole.

Sempre.
Anche se nascosto.
La timida danza di un abbraccio.
Sempre.
Anche se solo “pensato”.
La dolce malìa di un sorriso.
Sempre.
Anche se celato dietro una preoccupazione.
Il rumore di un tacco infilato saltellando sulla porta, mentre le amiche ti aspettano, o il tuo lui, o chi speri lo diventerà.
Un vestito scelto per una occasione.
Una tuta sdrucita messa su per piangersi addosso.
Una cena per ridere ed una per piangere.
Un orecchino che si perde, una calza smagliata.
Una storta sui tacchi.
Una risata disconnessa.
Una vita da vivere.
Ecco speriamo solo che ci sia questo.
Sempre.
Una vita da vivere.
Senza un giorno che lo certifichi.
Speriamo di essere donne.
Sempre.
Anche quando non ce lo permettono.

Eh si, lavoro nel recupero crediti.

-Sii, pronto Buuongiorno. Sono Di Biase-

-Embè?Chi sei? Che vuoi? Chi ti conosce? Io non ho niente, venitevi a prendere tutto! (perfetto dialetto pugliese/ campano/sardo etc etc)

Quindi lo sai chi diavolo sono, brutto d…..e che non sei altro.

-Pronto? Buongiorno, mi scusi, sempre Di Biase, temo sia inavvertitamente caduta la linea. Volevo…

-Non è il mio numero questo, non lo conosco quello che state cercando, mi hanno dato la scheda ieri e comunque ho mia moglie in ospedale, i figli emigrati all’Estero e quindi già vittime dell’Isis, sono senza lavoro da sempre, che volete? Dai che volete?-

Scusa ma non aveva detto di non essere lui?

Va beh: adempimento pratica. Inseriamo la nota:

Cliente nega di essere lui, non mi lascia tempo di parlare, mi elenca una serie di disgrazie, abbatte chiamata. Riprovare in altro momento. Spiegare il motivo della chiamata e il debito.

Si, avevate capito benissimo (ma potete anche leggerlo nel mio Cv).

Mi occupo di Recupero Crediti.

Anzi, per usare un termine che fa tanto “cool”, “fashion” (e passion, direi io) mi occupo di Phone Collection, che non è collezionare telefoni (ne ho uno e mi basta), ma “raccattare soldi per telefono”.

“Ah, ho capito, lavori al call center.”

“Ah ah ma io c’ho qualche debbbito?”(con più “b”, i debiti pesano)

“Eh ggggià il lavoro del futuro”

Questi sono gli stereotipi relativi a questo tipo di lavoro, omettendo, ovviamente, quelli altamente denigratori e lesivi della persona di chi svolge una professione onesta.

Io, per mia fortuna, sono abituata. “Nasco” come psicologa (prego, partano le classiche domande “e allora che ci fai lì?”) e quindi vengo da anni ed anni in cui la domanda ricorrente era: senti ma che vuol dire quello che ho sognato?

Non lo so.

Non sono un indovino.

Non mi interessano i tuoi problemi, c’ho già i miei, e mi bastano e poi non ho studiato per fare terapia!

Insomma frasi standard alle quali devo dire, ormai, do anche una bella cadenza! Ne vado fiera: ho imparato a rispondere alle più becere domande sembrando anche abbastanza intelligente.

“Abbastanza”. Ho detto “Abbastanza”

Il tutto termina sempre con: sai, la crisi, il buco dell’ozono, il surriscaldamento globale, e, non da ultimo, il prezzo delle zucchine al mercato, sono tutte cose che anni addietro mi hanno fatto smarrire un po’ la rotta dei miei propositi professionali e catapultarmi in altri.

Di lavori ne ho fatti molti: commerciale, bbarrista ( con 2 b e 2 r perché era faticoso), maestra d’asilo (state tranquilli genitori non lo faccio più), assemblaggio ammennicoli per i cinesi (si, già, vi prego: non commentate), oltre, ovviamente alla masnada di ore di tirocinio pre lauream, post lauream e similari. Non dimentichiamo mai e poi mai e poi mai e poi mai e poi mai il lavoro come baby sitter, animatrice feste e ripetizioni (che non è che mi metto a ripetere le parole da me, no: ripeto agli altri cose che io dovrei sapere e loro -teoricamente- non sanno!)

Ognuno di essi ha accresciuto la mia persona. Da ogni esperienza ne sono uscita arricchita professionalmente ed umanamente.

Nel “recupero crediti” lavoro da circa due anni.

Se andate sul mio profilo Linkedin leggerete “con profonda soddisfazione”.

Vero, mai nulla di più vero.

Ci sono arrivata un po’ per caso.

Un anno di disoccupazione alle spalle, mila e mila euro da ricevere dalla mia vecchia azienda (quello non è cambiato) e tanto dolore personale.

Ricordo quel pomeriggio.

Un martedì qualunque di un luglio qualunque. Caldo bestiale. I bambini (ai quali facevo da baby sitter) lasciati in macchina a dormire sotto un sole cocente sotto la supervisione del mio allora marito.

Io in perfetta tenuta da colloquio: sandali, legging e canotta (che è la tenuta di chi cerca lavoro da troppo tempo e che ormai non crede più in nulla).

Mancava il costume e l’abbronzante in mano e avrebbero capito che uscivo dritta dritta da una massacrante giornata di mare con due bambini.

Entro, mi siedo.

Apprezzo IMMEDIATAMENTE la rapidità della chiamata a colloquio.

Ho pensato tra me e me: “Ok, mi piace. Sono seri”.

Nello stesso istante in cui sono entrata, il “boss” (e dai, fa figo chiamarlo così) mi ha fatto due domande rapide e mi ha detto “ti faremo sapere”.

Ho fatto le scale a ritroso in 30 secondi. 

La luce abbagliante del martedì pomeriggio di quel qualsiasi luglio del cavolo, in cui tutta la mia vita stava andando a rotoli peggio delle balle di rami nella steppa (citazione colta, lo so) mi ha rilanciato subito la solita “tanto è un altro colloquio andato a vuoto”.

Sono risalita rapidamente in macchina. No-comment (anche se con lui c’era davvero ben poco da commentare). Restiamo due disoccupati. Però siamo gggiovani. E carini.

Non vi sto a raccontar tutto, eppure da lì a qualche giorno un insistente numero privato ha iniziato a chiamarmi. Io non rispondevo che c’ho sempre le rate scadute e santo-dio-possono-essere-quelli-del-recupero-crediti-mo-li-ignoro, ma poi, in un momento di scarsa lucidità, ho risposto e davvero erano quelli del recupero crediti.

Nooooooooooooooo. Che volete da me????? Vi ggiuro , vi ggiuro, vado a pagare le rate, anzi sto andando, anzi chiudi che sennnnno faccio tardi a pagare.

Invece loro volevano offrire un lavoro a me.

È iniziata,così, la mia avventura lavorativa.

Mi piace. Mi piace svegliarmi la mattina sapendo che andrò a lavorare in quel posto, mi piace avere un obiettivo da raggiungere, mi piace contrattare negoziare, argomentare. Mi piace ascoltare tutte le improponibili scuse dei clienti e mi strazia venire a conoscenza di quanto possa cadere in basso l’animo umano. La bieca tendenza alla truffa e il tentativo di venirne fuori indenne, ma, di più, mi spiace capire che c’è chi davvero non ce la fa.

Perdite di lavoro, lutti, problematiche sociali reali che ogni giorno condiscono le ore trascorse al telefono.

Si cresce un po’, lavorando nel recupero crediti.

E no, non siamo iene. Siamo persone che svolgono un lavoro che permette di pagare il lavoro di altri.

Se acquisti e non paghi, quello da cui avrai acquistato licenzierà i suoi dipendenti.

Quindi dovremmo e dovreste tutti riflettere quando si elaborano strani stereotipi su chi fa questo lavoro.

E ci vuole molta dignità umana nel farlo, nel prendersi gli insulti, nell’ascoltare le tragedie degli altri, nell’ottica del benessere aziendale, inteso come raggiungimento degli obiettivi.

Digressione socio(patica) a parte, questo post è nato dall’idea di ringraziare un po’ tutti, lì dentro, per quello che hanno fatto e stanno facendo per me.

Credo che sia il periodo peggiore della mia vita.

Mi sono separata.

Si.

Lo sapete.

Lo avete inteso.

Ora, vi prego, non commentatelo.

FA MALE. 

DA MORIRE.

MA ERA INEVITABILE.

Sembra di non riuscire più a respirare. Le motivazioni ovvie, concrete e reali tendono a perdere di spessore quando incappi nell’album di nozze che risale a soli 3 anni fa.

Eppure io so che ogni volta che metto piede nel mio piccolo mondo lavorativo la giornata mi riserverà un sorriso.

Quindi grazie.

Grazie a Sara e alle sue “domande solo pertinenti, prego”

A Isabella e “Campagnola Bella”

A Vincenzo e “Vada a pagare ” (con accento Pugliese n.d.r)

Ad Eleonora e la sua “simpatia” 

A Teresa ed il suo fantastico tono di voce così cordiale ed amichevole 

A Federica e quanto diavolo sei bella?????? (Dai dicci come fai)

A Floriana e il suo essersi scoperta una cara amica

Alla mia “segretaria” Maria.

Ad Alessandro, al poliedrico Alessandro e alle sue note “urlate”

A Laura ed alla sua dolcezza infinita (ti voglio davvero tanto bene, Lauretta).

E grazie a Stefy, alla sua allegria, simpatia, all’avermi preso per mano e al suo essere stupida tanto quanto me.

Grazie ai messaggi che solo noi due possiamo mandarci, così sciocchi da non poter far ridere nessuno oltre noi. Grazie alle sua frittata, alle lacrime che sa asciugare e a tutto quello che mi consiglia, giorno per giorno, quando piango, quando mi dispero, quando mi sento così giù da non voler mettere nemmeno l’alluce fuori dalle coperte.

Grazie a tutti, davvero: Marco, Marco, Marco (ce ne sono 3, il primo è il Boss), Giammaria, Daniele, Marina, Stefania, Stefania ( altre due dopo la “mia” Stefy), Moira, Angelica, Mariangela, il “dottor Volpe”, “Pompeiano”, Tania, Guido/Fabio, Fabio, Sara, Sara, Sara ( e che diamine ce ne sono sempre 3), Isabella, Isabella, Manuela, Maurizia, Veronica, Jessica, Lucia, Ilaria, Franco, Carolina,Maria, Maria, Antonietta, Mariassunta, Franca, Valentina, Valentina, Valentina (adesso notate anche voi la ricorrenza, visto?)Mattia, Matteo, Diego,Antonio, Lorena, Chiara, Andrea, Donatella, Federica, Claudia, Alessandro, Davide, …..

Sicuramente ho dimenticato qualcuno, ma sappiate già che non l’ho fatto apposta e sicuramente avete inteso che ci sono alcune persone che io ho “scelto” come amici, al di là dell’essere colleghi.

Lavoro nel recupero crediti

Si, vero.

E sto recuperando quelli della mia vita.