In fieri

In fieri.

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Ciao, Freddy.

Era facile scivolare giù per la lunga scala, di nascosto ai prof.
Le mani accarezzavano il largo corrimano di legno brunito, e l’odore della cera che Marco, il bidello, usava regolarmente, ti rimaneva attaccato…
Con Alfredo era così, e con Angela e con Ilaria e con Mena.
Ci si trovava tutti lì, davanti al grande e vecchio portone del Conservatorio e si iniziava a chiacchierare.
“Io ho portato le caramelle”
“Io oggi ho canto, dio che noia, quella ammorba”
” Angela, presto, la lezione di solfeggio è già iniziata, poi facciamo tardi”
“Nazariaaaa prendi il Bona, l’hai lasciato a me”
“Dio mio odio questo libro, ancora due giorni e lo faccio volare”
“Dai ragazze” incalzava Alfredo, Freddy per noi, per via della sua altezza non proprio spiccata “tra qualche giorno il saggio e poi siamo liberi”.
Io e Ilaria ridevamo, legandoci l’un l’altra i foulard di seta, regali di mamme accorte, per nascondere la macchia nera sotto il collo.
Angela, invece, con le sue fantastiche mani che correvano sull’ebano del pianoforte, non doveva preoccuparsi di nascondere nulla.
Ma si andava fieri, di quei segni, delle ore piegati sugli spartiti, delle note difficili, delle lezioni interminabili.
Mena era più menefreghista, con una mano sulla spalla ora di una di noi, ora di Freddy e le sigarette nascoste nei jeans, girovagava nei corridoi, accertandosi di essere sempre puntualmente in ritardo ad ogni lezione.
“Mena e dai, quest’anno suoniamo a due il violino, dobbiamo impegnarci”
“Nazaria calmati, sono due mesi che suoniamo ‘sta canzone, dio quanto sei pignola”
“Ma lo sai che vengono tutti a guardare e poi c’è anche il
Prof. Murra, quello di piano, che vuole che suono, quest’anno ”
E giù a ridere, a scambiarci promesse di amicizia eterna, tra le luci che diventavano sempre più forti, nel contrasto della notte che scendeva.

Chi non ci è mai andato, al conservatorio, non lo sa che ti fa il cuore tra quelle stanze.

I suoni diventano la tua stessa melodia, e il sangue scorre così veloce che sembra un arpeggio leggero.

Le amicizie che nascono tra le righe di un pentagramma sono vere, sincere, ridono con note piene e non hanno bisogno di nessuna manifestazione estetica per accarezzarti il cuore.

Sono passati tanti, troppi anni dai quei giorni.
Dalla pece sulle mani, dal piccolo callo sotto al collo, dai crini di cavallo dell’archetto che saltavano sempre nel bel mezzo di un vibrato, magari fatto nel passaggio tra la settima e l’ottava posizione.
E sono passati altrettanti anni dal canto, dall’ascolto, da mia madre che guardava le mani andare avanti e indietro sul pianoforte e che si sedeva con me, a girare lo spartito.

Non ci vediamo più, ora, io, Mena, Ilaria, Angela.

Siamo grandi, siamo “adulte”.
Abbiamo abbandonato le note spensierate di quei giorni e ci siamo “calate” nelle nostre vite.

Alfredo, beh, lui… sapete, Alfredo e la sua oboe non ci sono più.
La vita era troppo grande e lui non ce l’ha fatta a contenerla.
Un giorno ha deciso di fare un salto e mi ha lasciata sola qui, a cercare di capire.

Ma non l’ho mai capito.
Ricordo solo i suoi regali di Natale, i bigliettini tra gli spartiti e come si offriva di prendermi il violino.
E mi fa sempre un po’ male il cuore.

Se potessi guardarlo, adesso, vorrei dirgli che la vita fa giri strani, a volte, per riproporre i ricordi che valgono la pena di avercelo, un cervello.

E quel cuore.

E ne sono certa, con il suo cappotto verde, la sua Kefiah e la sua oboe sempre perennemente fuori dalla custodia, mi chiederebbe di correre con lui per quella scala, di sfrecciare davanti alle aule per sentire “quel rumore”.
Quello che pochi conoscono e che io non so spiegare.

Un fragore di archi e fiati e percussioni e strumenti tutti.
Ognuno con una nota a se, ognuno in apparente, totale disaccordo.

Eppure per noi, e per me ancora ora, quello era il suono più bello dell’universo.
La vera essenza.
Quella è LA musica.

Ciao Freddy.