Strati di pelle e cuore.

La musica è partita.
Una play list talmente vecchia, che, alle volte, anche mia madre si interroga come ascolti o conosca certi brani.
Forse non ricorda la sua radio sgangherata che faceva andare a tutto volume quando ero piccina.
Ho inglobato per osmosi. E nello stesso modo rimetto al mondo quella osmosi canora.
Amo i vecchi brani. Hanno qualcosa di vero. Di vestiti eleganti sotto le luci di un palco. Di testi importanti.
Di chi ci credeva davvero.
Musica ne ascolto. Tanta. Da sempre. Quando viaggio di più, chè da quando son mamma, vivo tra canzoncine e ritornelli e il mio essere maestra non aiuta.
Ma questo è lo spazio mio.
La settimana delle trasferte è iniziata. Treni. Autobus. Corse contro il tempo.
Freddo.
Si, quello ancora non va via. Così vado vestita a strati. Due pantaloni, due maglie. La pelle. Si è quella c’è sempre. La pelle. A far da scudo al mondo. E sotto strati di cuore. Strati e strati, a custodire ciò che sono davvero.
Il battito è quasi recondito, nascosto sotto tutti questi strati di abiti, pelle e vita, ma c’è. Ne sento distintamente i battiti.
Gli occhi si chiudono, stamattina. Ho fatto fatica a tirarmi giù dal letto. Poi ho lavato i piatti, lavato a terra e sono fuggita al volo ql treno. I piccoli respiravano. Li ho coperti due volte. Si son scoperti. Due volte.
Penso spesso che hanno talmente tanto amore addosso, da non aver bisogno di coperte.
O almeno spero.
Li ho baciati piano.
A lei ho riavviato i capelli. A lui sistemato un po’ il cuscino.
Sono bellissimi, quando dormono.
Conservano alcuni tratti di quando erano piccini. Pochi. Di quelli che solo una madre riconosce.
Hanno parole nuove ogni giorno, ormai.
Mi mancano.
Mi mancano ogni istante che non sono con loro.
E mi manca quando potevo tenerli in una sola mano, mentre preparavo il latte.
Ho il grande pregio/difetto di ricordare tutto. Ogni istante. Bello. Brutto.
Deficito nel sistema di rimozione. Che salva l’uomo da se stesso.
Ma lo benedico questo mio essere. Ricordo ogni momento, con loro, dalla pancia ad oggi. E quando fatico a dormire, mi racconto le ninne nanne delle loro vite.
Oggi sono davvero stanca. Lascio la musica, chiudo gli occhi e sogno di loro.
Sperando che anche loro, al caldo dei loro lettini, pensino a me.

Maestra/mamma Nazaria

5:12

Il nuovo giorno è arrivato.

Credo.

L’indolenza di questo inverno ha qualcosa di strano. Le giornate sembrano allungarsi, ma le albe ritrarsi.

È un balletto strano da guardare, per me, spettatrice delle 5:12, in attesa di un regionale che ferma in tutte le stazioni.

Sembra quasi che ci sia una combutta silente. Un dissentire profondo tra il nuovo ed il vecchio, tra l’iniziare ancora o restare sui propri passi.

Così il sole allunga, e l’alba ribatte. Arriva sempre tardi. Tra le mie ciglia assonnate o pensierose, o spalancate a coglierla

Non lo so, no.

Non so quante albe ho visto negli ultimi anni. Non le ho contate, non ho voluto, non ho potuto, non ho saputo.

Io, purtroppo, vado costantemente avanti. Sono un motore inerziale. Ho iniziato. Non smetto. Mi abbatto, mi sbatto, arrabatto, ma non smetto. Non è la mia natura. Non è il mio vivere.

Io non aspetto.

Ho spesso chiesto a me stessa se questa continua lotta sia davvero necessaria, sia così importante, sia così fondamentale.

Non ne ho idea. Ma (e so che non si inizia una frase con un “ma”), non so fare altro.

Ciò che spiace è che agli altri non piace. Bel gioco di parole, no? Quasi un rima baciata. Solo che è una rima imperfetta. Sia letteralmente parlando, sia umanamente facendolo.

L’eterna insoddisfatta. Così mi chiamano. Così mi percepiscono, così mi vedono.

E forse così sono.

Non ne ho idea. Intanto sono. Ci sono, lotto, piango, rido e scrivo ancora. O forse di nuovo.

Ho fatto poi quel dolce, ieri. Come sia non ne ho idea, ma è incantevole a guardarlo.

Magari ad aprirlo sarà il peggiore dei vasi di Pandora. Intanto ci ho provato.

Ho sfidato me stessa ed in un certo qual modo, portato a casa la partita.

Oggi inizia un nuovo giorno.

Il fine settimana è vicino. E il fine settimana, per una come me, è il peggiore dei mali che possano esistere.

Ho capito, o almeno mi son convinta di averlo fatto, che devo ricostruire una facciata sfaccettata. Come quei ninnoli pieni di specchi, da quattro soldi. Mi ricordano Dj time. O le auto ferme ad aspettare in coda per il mare. C’era sempre qualcuno che ne avesse una, appesa al retrovisore, di quelle misere palline.

Mille specchietti segmentati tra di loro. Così che ognuno possa guardare quello che vuole vedere. Se stesso e la proiezione che di sè fa su di te.

Fa nulla se mi si spacca il cuore a non essere me stessa. Io ho le mie righe, i miei sogni, i miei bambini. Le mie notti bianche. E le torte che (quasi sicuramente) non riescono.

Un moto perpetuo non si ferma con il tempo. E se il tempo è sospeso è una bolla che gira e una botta che arriva. Ciclicamente ciclica.

Mi manca il prof. Mi manca il maestro. Mi manca perché sapeva capire.

Ma anche lui non c’è più. Devo andare avanti. E devo imparare a farlo recitando un ruolo che sia ciò che vogliono. Tante maschere e pochi volti, diceva Pirandello. Voglio essere una maschera. Di quelle sorridenti.

Alle persone piace. Da morire. Oh se piace. Non interrogarsi su nulla, vomitarti addosso i pensieri e credere che tu sia felice.

Metto le mani in tasca, incasso la testa e faccio partire un brano.

Mentalmente ripasso la lezione: i mesi dell’anno e la loro scrittura abbreviata.

Sará una bella lezione, lo so. Passeremo un sacco di tempo a discutere di “quanti quadratini” contare per fare la tabella e del perché non usino il righello o, santo Iddio, ancora la matita in seconda….

Io, tra i banchi, mi muovo come una libellula. Cade la maschera. Mi sento felice, anche perché il bambino sa. Ti guarda e sa. Chi sei e cosa hai dentro.

Puoi dare te stessa e dire cosa pensi. Davvero, però, chè loro la falsità non la reggono.

E lo puoi fare sempre. Anche elencando i mesi dell’anno o preparando una tabella.

Ieri sera accarezzavo le verifiche di geografia. È una bella classe. Dietro le loro imperfezioni, gli strafalcioni, gli “orrori” , come li chiamava la mia maestra, ci leggi tutto il loro mondo e sapresti anche dire se in quel momento, in cui hanno prodotto quell’errore, stessero, che so, bisticciando con qualcuno, guardando la tv o sbocconcellando un dolce.

L’alba tarda ancora. Il treno è già partito. Scivola nella notte e taglia il mio cuore di donna rimasta bambina.

Vado tra i miei pari. No. Non i colleghi. I miei bambini. Vado a sentirmi una di loro e ad ascoltare una nuova lezione. Chè di lezioni i bimbi, si sa, te ne danno (fanno) una ogni giorno.

Maestra Nazaria

PSE

Ritorno.

Ore 14 per un pelo. Devo stare attenta al cambio, quindi no, non dormo.

Voglio fare un dolce, oggi, a casa.

A me che i dolci non mi vengono.

Voglio sfidarmi.

Perderò.

Come sempre. Ma devo mettermi in competizione con me stessa.

C’è il sole.

Sulla destra a breve vedrò il mare. Il mio mare, quel mare.

E lèggerò il cartello della stazione dove ho lasciato il cuore e tutta la mia soddisfazione personale e professionale.

Sta lì.

Io lo cerco. Lo riprendo ogni tanto, ma sempre lì resta. Ogni volta che leggo quel cartello, risento la gioia di quei giorni.

Adesso corro. Su e giù per l’Italia, per il mio sogno, per la mia testardaggine, per aver letto Canne al vento quando ero una ragazzina troppo stupida, quando mi sono illusa che la resilienza sia la chiave di volta.

Non volta nulla.

Nemmeno la carta di De Andrè.

Sono arrabbiata oggi, arrabbiata e frustrata.

Eppure sono stata 5 ore con dei bambini adorabili.

Le letterine capricciose, poi la comprensione del testo, poi gli iperonimi, la verifica di geografia e un brain storming comportamentale.

Eppure varcato il cancello di quella scuola e saputo della fine di una supplenza a completamento mi sono solo chiesta perchè. Perché a me. A me che ci credo tanto. A me che mi vedo solo in loro. A me che gelo nelle pensiline all’alba per insegnare un apostrofo o un accento.

Non lo so. Torno a casa. Quando? Non ne ho idea. Intanto torno. Annuso i bimbi.

No ho bisogno.

Faccio un dolce.

Ci provo.

Vado avanti. Devo farlo. Ma ad essere Sisifo ci si stanca, prima o poi.

Ci si stanca dentro.

Maestra Nazaria

Vento che sa di tramontana….

Inizio a scrivere che sono ancora in macchina.

Troppo codarda per affrontare il vento gelido della mattina.

Taglierà la faccia. Lo sento. Lo percepisco. Lo so.

È un vento che sa di tramontana.

Eppure è un’alba. O lo sarà di qui a breve. La notte ancora incombe.

Lui spira forte.

Mi ha sfidata beffarda tutta la notte. La sveglia segnava l’una, o giù di lì. Il sonno aveva già abbandonato il mio comodo giaciglio, per andarsene a spasso nel mondo coi miei sogni e il mio corpo spossato.

Piove. Secchi d’acqua vomitati giù dal cielo.

Un binario in attesa di un treno.

In un posto così lontano che non ne conoscevo l’esistenza. 6 ore di viaggio per 5 ore di lavoro. 4.45 oggi. Per essere esatti.

Poi un autobus. Poi un altro.

Nel loro letto i miei pulcini trepidanti nemmeno hanno sentito il mio essere andata via. Ho respirato il loro odore. Sta cambiando, negli anni, ma resta sempre quella parte di me che andrà a spasso nel mondo. Un profumo noto. Che riconoscerei tra mille.

Non se ne sono accorti, no.

Troppo veloce il tutto.

Troppo profondo il loro sonno.

Stamattina quando incontrerò il mare, se un barlume di luce avrà increspato la notte, sarà tutto un turbinio di onde. Spero di riuscire ad intravedere, nel buio, la carta crespa bianca che si infrange sugli scogli.

Allerta meteo, la chiamano.

Freddo è il suo nome.

La coda della merla si insinua in un febbraio acerbo. Il freddo non vuole abbandonare la sua comoda poltrona e sbeffeggia il mondo con i suoi colpi di coda e i turbinii di pioggia e vento nell’aria.

Ma nulla scalfisce un sogno.

Vado.

Dove vado? Ad insegnare.

La paga? non ve la nomino nemmeno. Non avrebbe senso. Sarebbe irrisoria ed offensiva per chi si è speso in anni di studio. E due lauree magistrali.

Ma questa mattina entro in seconda.

Primaria.

Si.

Avete presente?

Piccoli bimbi in piccoli grembiuli, in piccoli banchi.

Una piccola fantastica seconda, dove facciamo fatica a contare i positivi e i negativi, non sappiamo mai chi sarà di qui o di là dallo schermo, e dove, questa mattina dovremo imparare la comprensione del testo. “L’orco buono” si intitola la storia.

Chissà quante risatine sommesse e quanti noooo corali al “prendete il diario: domande per casa”.

Ma….

Avrò tanto piccole voci intorno. Tante querule richieste di aiuto. Tanti “maestra” a risuonare nell’aria.

Maestra.

Che, come dico sempre io, dopo l’appellativo “mamma” è il più bello dei nomi.

Così viaggio.

Alla ricerca del mio sogno.

40 anni suonati, con una stanchezza nelle ossa che fa tremare il cuore.

Ma viaggio, perché il contraccolpo sta nel “maestra”che mi vado a pigliare. Si. Pigliare. È mio, di diritto. Un castello di carte che prima o poi cementificherà. Un castello di piccoli attimi che danno un senso alla vita. La mia vita.

Quando torno a casa? Non lo so. Dipende dalla fortuna. Per un minuto potrei esservi alle 16. Per un altro alle 17. In tutto questo mi mancano i bimbi, i miei, ma spero, con il tempo, che capiscano che la mamma ha fatto questo anche per loro.

Tira un vento che sa di maestrale. L’aria taglia il viso. Le mani sono gelide sotto i guanti. Mascherine che appannano gli occhiali insonnoliti, fanno da compagnia al mio viaggio. Anche il treno sembra aver sonno.

Maestra, buongiorno.

Aspetto solo quello.

Poi la giornata si srotolerà, per morire e riniziare, ancora, ancora e ancora, fino ad albe più clementi, nella nascosta primavera.

Maestra Nazaria.