si stavano cercando….

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E così lui le disse:
” amore mio ma dove sei stata fino ad ora?”
” Ad aspettarti e tu non arrivavi mai… Sono stata all’angolo della mia strada con tutta la pioggia che veniva giù… e poi un giorno, mentre usciva un raggio di sole, ho sentito una coperta sulle spalle e un ombrello grande a schermare le ultime gocce…ho girato la testa e c’eri tu…. ”
Questo, lei, gli rispose.

E fecero l’amore, perchè, loro, erano vite intere che si stavano cercando.

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Un sogno di color arancione

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La notte l’aveva sorpresa così rapidamente,
mente era intenta a fare altro,
che non le era stato possibile dare un ultimo saluto al sole.
Domani, si disse, attendo domani.
E si erano avvicendate le ore.
Lotte di sogni e fantasmi nel letto.
Cuore in subbuglio e mente in disordine.
Ogni notte.
Ogni santissima notte.
Da farci l’abitudine, da restare stupiti, semmai, del contrario.
E poi piano, dalla finestra, tra le lamelle delle persiane, il primo chiarore.
Come una mano che ti viene a cercare.
Come un abbraccio o una coperta poggiata.
E la semplicità e la dolcezza di scivolare in un breve sonno, di quelli soffici, leggeri, di quelli che senti nel cuore che stai per svegliarti, ma infili la testa sotto il cuscino per riprendere il film del tuo sogno.
Un sogno di colore arancione.

a me i pensieri…..

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A me, i pensieri, mi spingono dentro.

Litigano, lottano tra loro.
Io li sento e non posso farci nulla, nulla. Credetemi.
Inutile dire Nazaria stai calma, inutile prenderli in giro, inutile portarli a spasso per farli calmare.

A me, i pensieri, mi spingono dentro.

E dire che lo sanno eh, ne sono consapevoli di quanto possano farmi imbestialire. Giro gli occhi al cielo, sperando in un monito che generi un loro fremito di paura, batto il piede a terra.
Espedienti su espedienti su espedienti.

I-N-U-T-I-L-E.

È che a me, sapete, i pensieri, si, proprio loro….mi spingono dentro.

Io e mio padre

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“Mi mettevo in punta di piedi, da piccola, provavo ad alzarmi il più possibile, lo abbracciavo, arrivandogli a mala pena alle ginocchia, e gli chiedevo: È vero, papà? È vero che da grande mi sposi? E lui rideva, la sua risata strana, gorgogliata, a volte aspirata. Rideva e gli si illuminavano gli occhi, quegli occhi verdi che mi ha regalato”

Complicato, il rapporto con mio padre.
Denso di assenze, di spazi ritagliati, di momenti ben determinati.
Ė un dialogo a se stante, quello con mio padre.
Ritmo pacato, ma serrato, altalene di SARCASMO, ironia, autoironia e benevoli prese in giro.
È un rapporto, quello con mio padre.
Di quelli latenti, ma che sai sempre dove e come trovarli.
Non è cambiata la sua risata, negli anni, gorgoglia ancora e aspira il finale.
Ha più anni addosso, come un maglione poggiato sulle spalle.
Ha imparato a stupirmi , a mandarmi un sms, a dirmi “ti voglio bene”, a sottintendere uno “scusa”.
Siamo grandi, adesso.
IO
E
MIO
PADRE.
Ci guardiamo negli occhi scambiandoci il colore e la vita non vissuta insieme.
Ci vogliamo bene
IO E MIO PADRE

e poi d’un tratto…..

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E c’erano giorni in cui tutto aveva un nome…
I fiori, le valli, i campi che percorrevo.
E nella mia testa da bambina il mondo sembrava immenso.
La bici cigolava assorta nelle stradine di paese, quasi accompagnava il mio canto.
Ed io passavo , immersa nel mio mondo, tra file di case antiche, piene di segreti, piegate sotto il peso degli anni.
Passavo silenziosa tra le fessure dei sorrisi degli anziani , dove un cenno era un saluto, sentendo sulla schiena il benevolo cenno di commiato alla gioventù e il triste rammarico degli anni andati.
E poi d’un tratto, aspettata e mai banale, la campagna piena. Il sole di un giallo più visto, la serpe nera dell’asfalto che si perdeva tra la fitta vegetazione.
La bici cadeva in un angolo. E il mio mondo prendeva il sopravvento. Storie, volti, nomi, odori.
Ed io mi sedevo, assorta e accorta, narcotizzata da quelle estati sospese, cariche di silenzi e piene di sussurri.

buon ferragosto…..

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stamattina lascio che il tempo mi scorra addosso, come queste note che mando avanti e indietro da ieri sera…..

i pensieri scivolano via leggeri, con m(e)lanconica e con stanca arrendevolezza….

si srotola il tempo, come fanno le onde sulla spiaggia, la mattina presto,quando sono pochi gli occhi che le guardano davvero….

Un buon ferragosto a tutti i parolieri del mondo, e a questo luogo ameno di parole e frasi…. Dove ci si può sentire a casa ascoltando una canzone e scrivendo quattro righe….

Distrattamente….

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distrattamente lascio che un altro giorno abbia inizio…
lentamente i minuti diventeranno ore che completeranno un giorno…
e scendendo, la notte, con la sua coperta estiva di grilli e cicale, accompagnerà il passo di un altro giorno andato, perduto ormai per sempre…. Smarrito tra i ricordi

Sai, mamma….

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Sai mammì, se guardo indietro mi tornano tante piccole immagini di me e te, di noi, insieme… e mi rendo conto che forse non mi sono mai soffermata a guardare veramente cosa cercassero i tuoi occhi mentre ci guardavi giocare, litigare, crescere, sbagliare… credo che siamo, anzi, che sono stata così tanto presa da me e dalla mia vita che non mi sono mai chiesta il perchè di tanto dolore e tanta rabbia celata dietro mille nostre litigate inutili, infantili e cieche. Sai…
L’ho capito un giorno perchè ascoltavo la musica ad alto volume. Un giorno che ero arrabbiata e non volevo pensare e speravo che le note coprissero il mio malessere… Mi sono chiesta anche il perchè della passione di leggere leggere e leggere, questa passione che tu mi hai travasato nelle vene da quando ero piccolissima…ho notato che alle volte si legge di più quando si è tristi e un pò giù e non si ha voglia di pensare o di sentire i propri pensieri e la propria coscienza… ho pensato che tu lo hai sempre fatto.. leggere tanto e sentire la musica ad alto volume.. ho dedotto che hai un vuoto dentro enorme che è difficile da colmare e che hai sempre cercato di nascondere per non farci soffrire. Scusa mamma.
Scusa se l’ho capito troppo tardi.
Scusa se me lo sono spiegata troppo tardi.
Scusa se poche volte ti ho dato vero e profondo amore.
Scusa se non ti ho ringraziata per i sacrifici e le scelte dolorose e obbligate che hai dovuto prendere grazie a noi.
Scusa se per paura di soffrire mi rintano e ti abbandono. Scusa delle accuse che ti abbiamo fatto nel corso degli anni senza mai, mai, mai pensare per un attimo a quanto male potevano fare a chi le stava a sentire.
Scusa per le volte che ti ho fatta sentire inadeguta e ho urlato. Scusa per l’insicurezza che mi porto dietro.
Scusa per gli errori e gli sbagli che ho fatto, faccio e farò.
E ti spiego.
Ti spiego che sei stata la mia roccia sempre.
Ti spiego che è stato,è e sarà per sempre bello sapere di avere te con cui litigare.
Ti spiego che quando più eravamo arrabbiate e ci sentivamo in colpa per averti negato la felicità che potevi avere, tanto più è stato facile ferirti.
Ti spiego che le annose questioni con papà celavano, celano e celeranno per sempre il desiderio e il sogno di vedervi nsieme.
Ti spiego… e lo faccio per la testa che mi hai dato, per la cultura che mi hai donato e per la franchezza che mi hai insegnato.
Scale e gradoni scoscesi hanno costellato questa vita. Strade sdrucciolevoli e dossi da percorrre. E sempre la paura folle e terribile di perdere, di non farcela.. e tu sempre lì sullo sfondo.. a far da ninna nanna per le notti insonni, da catalizzatore di lacrime che lavano l’anima, da muro di gomma contro cui farsi male ma non troppo, da specchio snellente per sentirsi al meglio nel mondo. Tu. Sempre, nel mondo, tu. Con le tue piccole battaglie, le tue manie, le tue idee, i tuoi sogni infranti che alle volte ti fanno sentire ridicola e inutile. La leggo questa tua sensazione di inutilità.
Ma, mamma.. siamo tutti ridicoli al mondo.. siamo tutti inutili al mondo.. siamo tutti sostituibili pezzi di ricambio… siamo tutti solo parte di un disegno più grande.. ma… mamma… cosa sarebbe la vita se pensassimo al disegno più grande.. se pensassimo al pezzo di ricambio.. non andiamo a piedi perchè pensiamo che se compriamo una macchina quesa presto o tardi sarà da sostituire… e se… mamma.. e se imparassimo a pensare di essere indispensabili nel nostro piccolo mondo anche solo per dare la possibilità a qualcuno di litigare con noi? non lo so… mamma.. non lo so come fare.. come darti la mano e insegnarti a guardare con fiducia la vita.. non lo.. non lo so fare. Non sono come te, brava a mostrare le gioie per cui vale la pena lottare.. ma voglio dirti.. mamma.. che ti voglio abbracciare.. e guardare negli occhi.. senza dire parole.. ma solo per farti capire.. cosa sei riuscita, con me, a fare. GRAZIE.

NON LO VEDI?

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“ma non lo vedi?
non lo vedi che siamo lontani?
Che spendiamo le nostre vite in momenti diversi?
Non lo senti che ci siamo guardati tanto di quel tempo fa che oggi non sapremmo più riconoscere il colore dei nostri occhi?
Non lo vedi che a salvarci può essere solo la distanza, la possibilità di lasciare che rimangano solo i ricordi?
Ma tu questo non lo vedi?”

No, lui non lo vedeva.
Non vedeva lei, soprattutto.
Non vedeva il suo cuore ripiegarsi, non sentiva il rumore che faceva mentre si accartocciava.
Non sentiva il logorio delle lacrime che si srotolavano sulle sue guance, mentre cercava di sorridere, di dirsi che ce l’avrebbe fatta.
Non sentiva il suono dei passi nella notte, né percepiva i chilometri che il suo cuore aveva percorso.
E per lei era stato come guardare sfilare i propri sogni accanto al finestrino, mentre era lanciata in una folle corsa sull’altro lato della carreggiata.
Ne aveva visti sfilare tanti, di sogni, da non riuscire più a fermarli , a fermarsi, fino a quando il respiro non si era rotto, nello stomaco, lì giù, da non farcela nemmeno a salire ai polmoni.
E lei era annegata.
Nei suoi sogni, nel suo mondo, nei progetti rimasti tali. Ed aveva atteso, atteso, atteso.
Ferma. Era rimasta immobile. Aveva atteso. Senza emettere un suono, senza muovere un muscolo.
Nulla. Nessun movimento che potesse far pensare che lei fosse ancora viva.
Come un animale indifeso si era finta morta per scampare al pericolo.
Fino a che tra questa luna più grande del solito, tra questa sera calda, infinita, triste e silenziosa, aveva sentito un rumore.
Un gorgoglìo nel cuore, il sangue che tornava a scivolare. E si era stupita di quanto la cosa sembrasse la più facile del mondo.
Si era alzata, l’aria stanca, rassettandosi gli abiti, malconci della lunga lotta, e togliendone la polvere.
Aveva azzardato un passo.
Piccolo, insignificante.
Un passo, uno solo.
E si era concentrata solo su quello.
Un passo,
uno solo,
uno alla volta.
Perché ogni nuovo cammino nasce con un passo.
Uno solo.