Questo è “Compleanno”, amori miei.

Negli scorsi due compleanni avete abitato la mia pancia.

Oggi abitate la mia vita, ne avete scelto il cuore come casa, avete deciso quali fossero le vostre stanze, dove mettere a dimora i vostri cuori. Con cura ogni giorno ne arredate un pezzettino. Un sorriso come quadro in quell’angolo un po’ buio, un abbraccio come coperta sul quel letto a volte freddo, una corsa verso di me come condimento al quel piatto a volte insipido o un po’ scialbo.

Questa casa diventa ogni giorno un po’ più bella, un po’ più stretta, un po’ più larga. È una casa rumorosa. Si balla, si canta, si ride, si piange. Si fanno capricci di ogni sorta. Alle volte si perde anche un po’ la pazienza, la voce può diventare un po’ più densa, salvo poi sciogliersi, liquida in un vostro accenno di sorriso, o in un pianto che rotola giù da una guancia piccolina, un piccolo mondo rosa fatto di profumi e occhi grandi, di vene che abbiamo condiviso, di istanti in cui ci siamo creati e scoperti. Per due anni, voi due, avete abitato la mia pancia. Due compleanni in essere. Oggi siete la mia sostanza. Per me, sempre in ansia, in movimento, in ricerca. Per me sempre in perenne insofferenza, insoddisfazione, protesa ricerca in avanti di un qualcosa di più, di più alto, di migliore, sempre pronta a cercare un obiettivo mentre ne sto raggiungendo un altro, sempre rigida e poco incline a godermi le cose, nell’assurdo tentativo di migliorare sempre.

Per me siete calma.

Quella grande pace del tramonto, o quel posto sognato, o un libro bello ancora da leggere, o un momento di tempo sospeso. Per me, voi due, siete, finalmente IL MIO TEMPO SOSPESO.

L’attimo di riposo.

Il punto di partenza e di ritorno.

Il cerchio che chiude il respiro.

Per me siete l’obiettivo raggiunto.

La calma che seda la tempesta.

La bellezza che esplode dal nulla, che spacca il cuore in mille pezzi liquidi che si raccolgono in una pozza di incomprensibile amore.

Manine e piedini che vanno ogni giorno a farsi grandi, ancora più grandi, immensi. E quando vi arrampicate su di, sulla mia pancia, la stessa pancia che avete abitato da cellula, a cuore, a pelle contro pelle, mi chiedo sempre se c’è un segreto per tornare a sentirvi dentro di me, per tornare a quei momenti io cui eravamo solo noi, in cui eravate così piccoli da poter essere contenuti in un contenitore troppo piccolo per tanto amore.

E lo so che non esiste quel segreto, ma ne serbo il ricordo immenso.

E allora scelgo, ogni giorno, di diventare contenuto.

Contenuto dei vostri occhi. Infiniti, immensi.

E che occhi che avete figli miei. Ci avete messo il cielo, quello un po’ funesto, imprevedibile, che cambia umore e colore. Contenuto dei vostri sorrisi.

E che sorrisi immensi avete, cuori miei. Giganti, a volte timidi, sonnolenti, strappati, inesplosi.

Contenuto dei vostri cuori.

E che cuori che avete bimbi miei. Li ho visti diventare, gli ho dato nutrimento, li osservo sollevarvi la pelle piano, la notte, quando mi fermo a guardarvi, o controllo che il respiro sollevi piano e definisca le vene del collo.

Siete quello che nessuno potrà mai descrivere, ma, di più, siete me.

La somma delle imperfezioni che ha creato perfezione.

Oggi è il mio compleanno. La mamma ama il compleanno. Ne ho sempre pregustato l’arrivo, goduto ogni momento, preparato ogni dettaglio. Oggi il mio compleanno lo do a voi. Perché da quando ci siete voi è ogni giorno compleanno. Ogni giorno nasco un po’, ancora e di più. Ogni giorno è un nuovo giorno. Ogni giorno ha un ricordo da celebrare, una nascita di qualcosa che farà compleanno nei nostri ricordi.

Scrivo mentre vi sento dormire. E non scrivevo da un po’. L’alba diventa rossa, papà respira piano, le lacrime scendono lente lente, quasi si fermano, trovano ostacolo sul residuo di un bacio appiccicoso lasciato prima di andare a dormire.

Questo è compleanno amori miei.

Questo.

Dove ci siete voi.

Dove ci siamo noi. Dove il riscatto di ogni torto subito, di ogni momento difficile, di ogni pugno preso, si delinea nel profilo dolce di bambini.

Questo è compleanno.

E questa, finalmente, sono io.

Auguri a voi, piccoli miei, perché oggi è il giorno in cui, ancora più di sempre, festeggio e celebro la mamma che avete deciso di far nascere.

Vi voglio bene amori miei. Immensi battiti del mio cuore, respiri infiniti della mia anima.

Mamma Nazaria.

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Il mio tempo sospeso

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Sono mancata.

Tanto tempo.

Vi ho seguito. Ho letto poco. Ho scritto ancora meno.

Ho concentrato tutta me stessa, tutti i miei respiri, tutti i miei sogni su questo.

Meritavate la condivisione. Meritavo di dirvelo.

È arrivata Giulia. In totale controtendenza all’assurda convinzione di aspettare un maschio (e dire che non abbiamo voluto sapere il sesso), dettata dalla saccente vox populi (leggi vecchiette invadenti che leggevano la prole maschile nella conformazione della pancia), il 13.10.17, alle 23.12, dopo un travaglio indotto ed inutile di 36 ore e dopo aver implorato il cesareo, il mio mondo si è colorato di rosa.

Un rosa che ha in se lo stesso colore di una nuova alba. Un’alba avventurosa.

E che avventura.

Nazaria è diventata mamma.

Finalemnte il mio cuore è stato doppiato e ne ha prodotto un altro.

Adesso sono di nuovo io. Sono di nuovo qui. Sono di nuovo me.

 

E poco importa tutto ciò che, prima di questo, è stato. Una strada per arrivare fino a qui. Era solo questo.

Ce ne saranno di salite.

Ma vuoi metterle a percorrerle in 3? (Per ora😜).

Vi abbraccio tutti.

 

Un camion fermo ad aspettare

Ho un rumore nell’orecchio.No. No il solito.

Quello lo so che lo sapete che ce l’ho.

Ho un nuovo rumore nell’orecchio.

A sinistra.

Che era, in sostanza, l’unica parte del mio sistema uditivo in cui potevo ancora vantare una percezione decente ed un approccio pseudo-normale con le cagate che mi tocca sentire ogni giorno.

All’inizio pensavo che qualcuno avesse maldestramente lasciato un camion acceso fuori dalla mia finestra, ma poi ho razionalizzato e capito che, a parte l’abitazione sita in località “non ci entra un camion, ‘zzo dici?”, l’idea non sussisteva, dato il caro costo del petrolio, che renderebbe anche il più dimentico o vendicativo dei camionisti attento al portafogli.

Sto rumore non se ne va.

Non è sincrono.

Non è ritmato.

Non riesce, di fatto, ad insinuarsi nelle pieghe del quotidiano per diventare, mano mano, parte di esso. Fastidioso. Ma incluso.

“Ma come mai?, Ma che hai fatto? È lo stress”.

Chiariamo un punto.

Io produco cortisolo come se non ci fosse un domani.

Da sempre.

Sono nata con una riserva inesauribile e me ne faccio portatrice sana.

Il cortisolo è la mia droga, l’oppio del mio popolo neuronale, quindi, Vi prego, non appelliamoci a ‘sta storia dello stress.

Parlando con un neurologo (tralascio ampiamente il mio trascorso medico recente, che non vi voglio ammorbare con una sezione dell’ultimo manuale di medicina), mi ha detto:

“Beh, vediamola così. Tu hai la tipica personalità emicranica”

Che vorrebbe dire, a quanto pare, essere iper-precisi, iper-attenti, iper-controllanti, iper-informati. 

In sostanza “iper”. 

Quindi qui due sono le cose: o sono un supermercato e non lo sapevo, o sono pazza maniacale. E su questo avevo qualche dubbio, ma fingo di non aver sentito ed applico a me stessa la regola dei tradimenti “negare, negare, sempre negare”.

Oggi fuori piove.

A parte Sara, la mia “capa”, credo che pochi ne siano felici.

Io mi incupisco ancora di più.

Mi faccio domande.

Mi do risposte (in media tre per ogni domanda), giro su me stessa, vado in loop e poi mi annichilisco.

Sarà sto tempo, sarà la noia, sarà che le risposte chiudono sempre troppo male le mie domande, oggi proprio non mi riesce di dare na chiosa positiva al mio operato.

Allora penso che, forse, sto rumore che è arrivato, è solo l’affacciarsi dei pensieri alla coscienza.

Sai quelle cose che non vuoi sentire, quelle che non diresti nemmeno a te stessa e che in media riguardano quei 750 fallimenti degli ultimi mesi? (Si, ok, ne sono di più, ma mica potevi metterli tutti?😉)

Ecco. In attesa dell’otorino, voglio pensare che sia quello.

Un po’ perché magari mi ascolto (e mi auto assolvo) e soprattutto perché forse me la scampo, e con me il mio portafogli, di sperperare il mio lauto stipendio, e con quei soldi me ne vado a cena. 

Me ne vado a cena con me stessa. 

Io e la mia solitudine. 

E questo cumulo di cocci che non riesco a rincollare. 

E che, soprattutto, restano a far male ai piedi di quelli che camminano sulla mia strada. 

Vorrei toglierli, davvero.

Lasciar(Vi-Ti) tutto pulito.

In una iper-splendida realtà virtuale, dove io sono la strafiga padrona di me stessa e tutti sono felici di avermi accanto, ma mi sa che, almeno, per ora, non ce la posso fare.

Così, mentre vi scrivo, ho pensato che forse, molto semplicemente questo camion ora è qui, ed è acceso ad aspettare. 

Che io raccolga tutti i pezzi. 

Per andarli a buttare.

Donne sull’orlo di una crisi di nervi.

-No, è già passato- sbuffo a mezza bocca inseguendo un pensiero.-Oddio, no! Che cosa? È passato il 38? E mo? Madonna santissima, madonna, e mo che faccio?-

-Ma che? Che stai a di? Che problema hai?-

-Eh, mo l’hai detto-

-Che?-

-Che è passato il 38-
Guardo la mia amica. Il sole sbatte a picco sul marciapiede di giugno. Medito di ucciderla. Anzi no, di emigrare in un nuovo continente non ancora emerso.
-Che stai dicendo?. L’inverno. È passato l’inverno. Un attimo fa era settembre, ed ora è già di nuovo estate-

-Quindi il 38 non è passato?-
Scuoto la testa.

Silenzio di tomba. Auto che passano. 13.45. Città deserta. Primi caldi. Primi costumi. Strisce viola su pelli diafane che attraversano la strada. Bruciature inclementi di prima estate.
-Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.Fidati. E’meglio-”
Qualche breve minuto di silenzio.
-Oddioooo- fa lei.

-E mo che hai? Il 38 non è ancora passato-

-No, pensavo, se è tornata l’estate Sara sarà arrabbiata-

-Sara chi?-

-Il tuo capo, no?-

-Ah se è per quello, si-

-Visto?. Ho ragione.-
E si spatella sulla panchina del predellino, spalancando un sorriso sornione di chi ha capito tutto della vita e ricorda ogni minimo particolare di chi ha di fianco. O di fronte. 
-Ohi-

-Eeeeee, dimmi-

-Ma come mai non ci vediamo da tanto tempo?-

-Boh- dico a mezza voce -mi so successe un sacco di cose, mi sa che non mi vedo nemmeno io da un sacco di tempo-
Si accomoda meglio. Raddrizza la schiena. Mi guarda. Poi, sopraffatta dal mio silenzio, riprende a masticare il suo chewing-gum, che sbafa un retrogusto di fragola andata.

Sprofondo anch’io. Mi pento di aver accettato questo caffè in solitaria, in un giorno di giugno già caldo, ma non troppo e che racconta una estate vicina, ma non ancora a portata di mano.
La mia amica è sempre la mia amica. Passano gli anni, il tempo, le stagioni, lei resta sempre imperturbabile a se stessa. Le sue passioni, i suoi amori, la palestra, pochi amici, la linea del 38, che ora si chiama 8 e 3, ma che per lei rimane sempre 38. 
-Ho perso un bambino-

-Oddio, e dove? Ma non lavoravi al recupero crediti? Che diavolo ci facevi con un bambino?-

-Un figlio, deficiente, un figlio-

-Oh, non ti incazzà, che lo so che un bambino è un figlio. Appunto,mi chiedevo, un figlio di chi?-

-Madonna io t’ammazzo-

-Ma mo che t’ho detto?- sbuffa, incrociando le braccia.

-Mio. Un figlio mio. Ho perso un figlio mio, o quello che sarebbe dovuto esse un figlio mio, e che forse non ha voluto-
Silenzio.

Profondo. 

Occhi puntati. 

Adesso non siamo più di fianco, ma di fronte.
-Da piccolina, quando ero tanto arrabbiata, quando non riuscivo a controllare la situazione, quando sentivo di avere colpa di qualcosa, mi prendevo a pugni sulla testa, fino a quando non faceva male e non avevo più le forze per essere arrabbiata-

-E adesso che c’entra col bambino?-

-Niente, m’è venuta cosi. Un ricordo che ti prende all’improvviso-

-Ma di chi era, poi, sto bambino?-

-Tu sei scema o cosa?-

-Ma no, intendevo, di chi era figlio. Il padre, voglio sapè. Chi è?-

-Pronto? Ma ci sei? Hai presente che convivo?-

-Chi? Tu? Ma non ti eri separata?-
Cazzo. Non esco da troppo tempo.

Sospiro. Lei si avvicina. Io mi incasso nelle spalle. Sento qualche lacrima. Mi arrabbio. Lei lo vede, si allontana.
Piano piano il rumore del suo chewing-gum riempie di nuovo l’aria. I minuti scorrono lenti, le auto si avvicendano, poi sembrano sparire del tutto.

Passa il 38. L’8, a onor del vero. Lo vedo piccolo dalla curva, poi mano mano diventa più grande. Si ferma. Spalanca la bocca di ferro. Non entra e non esce nessuno.
La guardo. Mi guarda. 
-E adesso?-

-Adesso cosa?-

-Adesso lo fai ancora?-

-Cosa?-

-Prenderti a pugni in testa quando la rabbia ti mangia dentro?-

-Che razza di domanda idiota-

-Si. C’hai ragione-
E m’abbraccia.
-Che t’è successo?-

-Te l’ho appena detto-

-No, dimmi che t’è successo davvero. Questo era prima. Dimmi di adesso-

-Mi sono infilata un jeans, una t-shirt ed ho legato i capelli. L’aria ieri sera profumava d’estate-

-Gelsomino?-

-Gelsomino- 

-Passeggiata romantica?-

-Così pare-

-E poi?-

“E poi niente, amica mia. Niente. Solo nulla. Una stradina stretta, qualche amico, un compleanno che non si sapeva ci fosse. Un piatto di torta, un po’ di spumante. Il cane che tirava da far male alle mani. Il suo profumo di fianco. Una porta che si apre. Una bimba bionda che ti sale in braccio, ti prende le mani, te le tira chiudendosi nel tuo abbraccio e ti chiede come ti chiami.”

-Avresti voluto spaccare il mondo?-

-Si-

-Come quando eri piccolina?-

-Come quando ero piccolina-

Stavolta le porte dell’autobus la ingoiano, mentre a me brucia la gola per le lacrime che spingono. Mi alzo, raccolgo la borsa, guardo nella vetrina una me che non conosco, che non mi piace, che mi guarda in cagnesco. 

Che genera ansia. 

E penso al mio bambino. 

Forse aveva visto questa mamma quella notte che ha deciso di non restare. Perché non se n’è nemmeno andato. 

Ha solo smesso. 

Di essere, di volere, di pensare, di respirare.

Di battere.

Forse ha sentito il sangue velenoso, l’apprensione, l’ansia, il marcio che mi porto addosso. Eppure, certe volte che sorrido, posso sembrare anche migliore. 

Continuo a camminare. 

Mi arrabbio, ma continuo a camminare.

I nervi mi logorano, ma continuo a camminare.

Giugno sbatte ancora i suoi raggi malconci sul pavimento in cemento. 

Adesso non la guardo più la mia immagine, nelle vetrine. 

Assaporo la rabbia, la sento salire e la sfido. 

E poi penso che in fondo solo solo io, un racconto in più, di una storia in più.  

Una storia di donne. 

Donne sull’orlo. Di una crisi di nervi.

Io non scrivo più. O meglio, non riesco a farlo.

Io non scrivo più. O, meglio, non riesco a farlo.Nella mia testa milioni di incipit.

Battute di spirito, ironiche considerazioni, argomenti importanti, autoanalisi, riflessioni.

Eppure, io, non scrivo più.

M’ero fermata per assaporare la felicità, sono affogata dentro il mio dolore.

Depressione.

Così mi ha suggerito un amico l’altro giorno.

A volte ci credo anche io.

Anche se ne mancano alcuni peculiari tratti.

Mi manco.

Questo si.

Manco a me stessa.

E credo, che mano a mano, io stia mancando anche agli altri.

Mi punisco.

Ogni giorno che tu non ci sei, ogni giorno in cui tu non ritorni, io, punisco me stessa.

Mi stanco.

Cerco infinite cose da fare.

Tendo a sfinirmi.

Cerco il dolore.

Quello fisico. Programmo i minuti, le ore, attendo una attesa puntualmente disattesa.

Mi do una tappa, una linea di demarcazione, un “dopo questo giuro di andare avanti”. Invece è solo il prossimo punto.

Il paradossale metà stadio di Zenone.

E in tutto questo l’amore mi consuma.

Lo guardo mentre dorme e lo amo.

Lo desidero da farmi tremare le cosce mentre non sono con lui.

Immagino il suo corpo ed il mio.

E tutto questo amore per lui mi sa di colpa, se poi tu sei andato via, lasciandoci così.

Se lui ti nomina fa più male.

Forse perché diventi reale.

Forse perché la tua assenza smette di essere un mio fantasma e diventa qualcosa che davvero c’è stata e che non è un “dobbiamo svegliarci”.

Si avvicina “LA” data.

Pochi giorni e avrei saputo chi eri. Avrei detto il tuo nome piano.

Avrei imprecato nelle notti lunghe di neo mamma, avrei pianto sulle smagliature, sulla pancia scesa, sulla stanchezza che non avrebbe lasciato tregua.

Ma avrei avuto la tua testolina da sbirciare tra le palpebre del sonno e la tua mano da confrontare con la sua.

Avrei avuto.

Non ho.

Mi consuma.

La tua attesa mi consuma.

Mi stanca e non mi concede la tregua di un riposo. Mi sfibra l’anima.

Saresti stato. Non sei.

Si avvicina il giorno.

Quello del non essere stata in grado.

Io non scrivo più.

Per questo.

Perché ogni parola porta al tuo discorso, alle tue manine che non ho visto, a quel cuore che ha battuto per un po’ insieme al mio.

“Va veloce”, ci aveva detto la dottoressa. Forse correvi già via. Mi doppiavi. Mi lasciavi. 

Ed io non riesco a lasciarti andare. Io sono qui, seduta. E ti aspetto.

New chapter! 

*
Ci hai provato in tutti i modi.

Mi hai derisa. Mi hai umiliata. Hai usato violenza fisica e verbale. Hai fatto di me l’ombra di un pensiero riflesso, lasciandomi credere che fossi quella che dipingevi. Non mi hai amata, no mai. L’amore non è mai stato per te. O per me. Non lo so. Non ne ho idea. A questo punto non mi importa nulla.

Ma per ogni parola urlata, ogni schiaffo, ogni porta sbattuta io ti auguro un sorriso.

Perché tu non meriti nemmeno la rabbia di qualcuno.

Ti ricordi quel giorno, in bagno?

La doccia non era pulita.

O quell’altro?

Il materasso non era troppo duro.

E come era poi quella storia? Lei profumava più di me, io avevo l’alito cattivo, gli occhi troppo verdi, il seno inesistente, l’eleganza di una “cafonetta di montagna”.

Ed il lavoro che mancava, i jeans che non cadevano a pennello, il letto rifatto male, l’odore di caffè nell’aria, il sapone sbagliato.

Si andava avanti su un sentiero minato. Io sempre in attesa del tuo prossimo nervosismo, tu sempre pronto a trovare il mio errore.

Dallo smalto non coordinato, ai panni che volavano giù dall’armadio perchè una maglietta su mille non era profumata.

E ci ho provato. A non darmi per vinta, a dimostrarti che non ero quella che descrivevi, che meritavo il tuo amore, un sorriso, una carezza. Un “sei brava”.

Ma no. Non era per me.

Te lo ricordi il baratro? “Non li faccio i figli con te, guardati, sei brutta. Chissà che cessi verrebbero”.

Ed ho imparato a chiedere “scusa” e “permesso”. Per ogni cosa. A sentirmi inadeguata, a farmi piccola nel letto, a non fare rumore, a non dare fastidio. A sentirmi inutile.

È questo il sentimento che m’hai lasciato addosso. Di 12 anni insieme il disagio maggiore è il sentirmi sempre inopportuna. E, nonostante tutto, faccio fatica a non pensarlo ogni giorno della mia vita. In fondo hai saputo scavare talmente bene, che alcuni pezzi di anima e carne li hai portati via in modo indelebile. Rimangono solo cicatrici. E quelle, se le guardo, mordono ancora dentro.

E adesso? E oggi?

Oggi mi sveglio senza aver dormito.

Non per tristezza, nemmeno per rabbia.

Non ho dormito perché il mio cagnolino faceva rumore, perché la notte era lunga, perché i pensieri si accavallavano, ma, soprattutto, perché chi mi tiene davvero la mano, adesso, aveva deciso di requisire tre quarti di letto.

Tu, oggi, non sei più tristezza, non sei rabbia, non sei NULLA. 

È questo che vorrei sputarti in faccia.

Goditi le tue stupide macchine, i vestiti firmati, i soldi, i miei sacrifici.

Goditi i mobili scelti insieme, gli sforzi dei miei genitori, le mie mani rovinate per il freddo in un lavoro che non volevo, ma che ho fatto per rendere felice la tua sciocca avidità e credendo di costruire qualcosa.

Goditi la dottoressa che non sono diventata, i figli che non abbiamo avuto.

Goditi il nulla che ti è rimasto.

Perché tu sei nulla. 

Vali nulla. 

Conti nulla.

Oggi chiudiamo il nostro capitolo.

Perfetto. 

Finalmente guardiamo avanti.

Ed abbassa la testa quando mi passi accanto.

Non ti conviene nemmeno guardarmi negli occhi.

Io, ORA, sono felice.

Mi hai lasciata piena di debiti e quando passo davanti ad un negozio giro i tacchi e vado avanti, o continuo ad entrare e comprare in quei terribili negozi cinesi, ma, devi sapere, ho scoperto che so essere bella anche con uno straccetto addosso, con i capelli bianchi perché non posso andare troppo spesso dal parrucchiere e con le scarpe finte All Star, chè 15 euro sono preferibili a 50.

Ma, di più, tu mi hai insegnato quanto valgo. Molto di più delle tue cattiverie e del tuo infantilismo.

Adesso va via dalla mia vita, non pensarmi mai, nemmeno per un istante.

Io ho altri posti dove andare, altra gente da incontrare e, finalmente, un VERO abbraccio in cui dormire. Ti spiego solo una cosa, un ultima cosa, che magari uno come te non può capire. 

Smetti di urlare. 

Di sbattere, di imprecare. Il terrore cancella ogni tipo di amore. 

E poi resti solo. Tu. Non io.

Io mai. Io ho imparato a stare con me stessa prima di conoscere finalmente l’essere in due. 

Addio. 

Finalmente e ringraziando il cielo, addio.
*foto presa dal web

Nessun titolo possibile 

Saresti stato il bimbo più fortunato.Perché amore mio?

Perché mio lo sei stato dal primo istante, ma perché avresti avuto un papà fuori dal comune.

Sono triste perché mi manchi. Mi mancavi prima. Figurati adesso. Che t’avevamo immaginato, dato un nome, sentito dentro.

Qualunque sia il motivo per cui hai scelto di fermarti e non restare con me, con noi, io lo capirò.

Non ora, non oggi, ma lo capiró.

Forse avevi ancora qualcosa da fare, un gioco da finire, un vestitino da prendere e portare con te.

Non sono arrabbiata. No.

Solo, amore mio, mi spiace aver visto le lacrime sul viso di papà.

Ti sei composto tra quelle che erano rotolate giù per gioia, e sfaldato in quelle pesanti e dolorose di ieri sera.

Torna per lui. Per l’amore che mi ha regalato e perché, credimi, non potresti avere un papà migliore.

Ti aspetto già.

È tutto più pronto di prima.

Era una prova tecnica, vero? Volevi vedere se eravamo pronti.

Che dici, amore?.

Torna. C’è posto. Il tuo posto.
Mamma, ma, sopratutto, papà 

E questo è il racconto agrodolce dei miei ultimi mesi. 

Ho trovato l’amore. Cammina al mio fianco, ma al momento piuttosto mi sorregge, perché il percorso è duro. So che tante e tanti ci sono passati, ma purtroppo questo non allontana, nè abbassa la soglia del dolore.

Ho pensato a lungo se condividere con voi questo spaccato della mia vita. Poi ho compreso che lo meritate, perché nessun silenzio deve restare mai senza causa.

Per noi era già il nostro bambino. Tre mesi di luce e gioia. Sperando che torni presto, vi affido il suo ricordo.

Gennaio cuore d’acciaio (I giorni della merla).

E quella storia di Gennaio, del freddo e della Merla, voi, ve la ricordate?

Fa così tanto freddo, oggi, che m’è tornata in mente, ma sarà stato il gelo, quindi il paraorecchie ed il cappello, che n’è spuntata una versione tutta mia, scritta (e – scusatemi – ma mi compiaccio per la rima) con i ricami della fantasia!!!!!

BUONA LETTURA 


I giorni della Merla, ovvero la storia di Gennaio Cuore D’Acciaio. 

 Capitava, talvolta, che la Merla se ne stesse lì, in disparte, a lisciarsi le candide piume.

Il baluginio dei pochi raggi di sole che si rifletteva su quelle, rimbalzava nella vallata ancora cupa dell’inverno.

Il bianco era di quelli che assorbono tutti gli altri colori, uno spettro infinito in cui immaginare tutti i toni dell’universo.

Da sotto le sue zampette, curate e delicate come solo lei sapeva essere, spuntavano tre sparuti pulcini sopravvissuti tra quelle candide piume all’inclemente Gennaio Cuore D’Acciaio, che si divertiva a sbeffeggiare le povere creature che cercavano riparo negli scarni rami rimasti indenni dal roboante vento che usava lasciare andare dalla sua bocca.

Quella mattina la Merla, guardando i raggi del pallido sole, si azzardò in un sorriso più spavaldo del solito.

“Presto, presto” disse ai pulcini “Vestitevi a festa, oggi è ventotto: Gennaio Cuore D’Acciaio cede il passo al più mite Febbraio” e, dismesse le piume pesanti e un po’ goffe dell’inverno, rivelò una livrea dal candore così acceso che i piccoli stentarono per un attimo a riconoscerla.

“Come sei bella, mamma” disse il timido Piumino Scomposto, ancora arrancante nel disperato tentativo di lisciare le piumette ribelli sulle fragili zampe.

” Sì, mamma, sei davvero bellissima” incalzò la piccola Piumette D’Argento, guardando con disappunto il piccolo schizzo argentato che la natura le aveva lasciato sul collo.

“Mamma, mi accechi con tutto quel bianco” biascicò, farfugliando, Golfino Di Piume, tutto arruffato e scarmigliato e ancora raccolto tra le zampe delle madre.

” Suvvia piccoli, oggi è un gran giorno, vestiamoci a festa, Madre Natura sta per svegliarsi e Gennaio Cuore D’ Acciaio sarà, per mesi, solo un ricordo lontano”.

Nel dir questo si accomodò le piume sul collo, e con il becco, d’un giallo quasi aranciato, iniziò a preparare i piccoli per l’incontro festoso con l’amico Febbraio Germoglio Silente.

Ma, dietro un ramo rimasto quasi intatto, nonostante i lunghi mesi dell’inverno, Gennaio Cuore D’Acciaio guardava, beffardo e cattivo, la tenera scena.

“Povera sciocca” sospirò, e nel farlo un rantolo di vento gelido si originò dalla sua gola. “Pensi davvero di farmi paura con il tuo manto candido? Pensi davvero ch’io vada a dormire?”.

Deciso a non darla vinta a colei che osava sfidare il suo grigio incedere con il bianco candore, bussò alla porta di Febbraio Germoglio Silente, ancora mezzo addormentato e raccolto nella calda coperta di foglie, dono dell’amico Novembre Vento Tra Gli Alberi.

“Buongiorno Gennaio, a cosa devo il tuo saluto, questa mattina?” disse il vecchio Febbraio Germoglio Silente, conoscendo la furbizia del vecchio volpone, padrone del sonno degli animali della foresta.

“Buongiorno mio caro” disse Gennaio, sussurrando a mezza voce, per non scatenare venti troppo freddi e potenti “Pensavo che quest’anno, data la tua veneranda età, e il grande lavoro che hai da fare per preparare i germogli alla rinascita, potresti dormire ancora un paio di giorni, ti vedo stanco e provato”.

Febbraio Germoglio Silente si disse che, in effetti, gli anni mettevano sempre po’ a dura prova il suo lento lavoro. Quegli strani esseri chiamati umani alteravano talmente il delicato equilibrio dell’amica Madre Natura, che ogni anni era più difficile preparare il mondo alla schiusa dei germogli.

Qualcosa, però, al vecchio Febbraio non tornava.

“Dimmi Gennaio Cuore D’Acciaio, cosa ti importa di me, tu che ti diverti a ruzzolare per le piane e per i monti, seminando venti freddi e spazzando tutto quello che incontri sul tuo cammino?”

“Beh, mio caro. Se tu non fai bene il tuo lavoro, io non avrò foglie e rami e prati e monti da spogliare”.

La risposta sembrò talmente ovvia al vecchio e caro Febbraio Germoglio Silente che si disse che per una volta il temperamento di Gennaio Cuore D’Acciaio poteva tornar comodo a tutti: in fondo eran solo tre giorni!

Rivoltandosi, allora, nella calda coperta di foglie, così sentenziò:

“Tre giorni. E che siano tre e non di più. E mi raccomando, giovane Gennaio, sii clemente con le creature del bosco, non far sfoggio della tua potenza, che hai imperversato fin troppo, quest’anno” .

E, detto questo, piombò in un sonno profondo, incurante di tutto.

Gennaio, ottenuto il malevolo accordo, contravvenendo alla promessa appena fatta, tornò a spiare la giovane Merla, da dietro quel tronco lasciato indenne dal tempo.

La vide e sulle labbra, grigie e turgide di vento gelido, si disegnò un sorriso cattivo:

“Vediamo se Madre Natura stavolta avrà favorito più te che me, sciocca Merla dalle candide piume”.

E, non appena vide che lasciava librare nel cielo il piumaggio invernale suo e dei suoi piccoli e volteggiava leggera con i vestiti della festa, uscì da dietro il tronco e proruppe in una risata malefica.

La voce cavernosa rimbombò tra le montagne, si infilò sotto le rocce, rotolò tra le valli e tra i fiumi, gelando il sangue a quei pochi piccoli esseri che avevano osato sperare che il mal tempo stesse ormai terminando.

Le mamme si affrettarono a ritirare i cuccioli nella tana, i fiori, timidi, richiusero in fretta le loro corolle, la linfa degli alberi, serpeggiando rapida, nella terra, avvisò tutti gli altri di tenere al riparo e al caldo i germogli, nell’attesa dell’amico Febbraio, che quest’anno non era arrivato come sempre.

La Merla ormai in volo con i piccoli Golfino Di Piume, Piumette D’Argento e Piumino Scomposto, rimase sospesa a mezz’aria, incapace di capire cosa stesse accadendo.

Negli occhietti, neri e vispi, si disegnò un gelo antico, la consapevolezza che qualcosa stesse minacciando lei e la sua prole, ma non seppe dir nulla o spiegar loro cosa stesse accadendo.

La dolce Madre Natura, accomodata accanto ad un ruscello e protetta da un abito di sempreverdi aghi di pino, intessuto per lei dalle abili mani delle fate del bosco, sentì il tuono potente che serpeggiava nelle valli e rimase sospesa, senza tempo, in attesa di capire cosa fosse successo.

Guardò l’amico Sole, rimasto agganciato a mezz’aria nel cielo e si sorprese a pensare che il caro Febbraio Germoglio Silente stesse tardando per l’ora del tè.

D’un tratto, nel cielo, tra le lame d’acciaio che lo spavaldo Gennaio lanciava senza sosta, vide quattro piccole macchie bianche, luminose, d’una luce accecante.

E allora comprese.

L’antico rancore di Gennaio Cuore D’ Acciaio per il regalo fatto nella notte dei tempi a quell’esserino indifeso, aveva finalmente trovato il modo di esplodere e trovare risposta.

Si alzò, in fretta, cercando di correre ai ripari.

Si alzò in volo, sfidando il vento impetuoso e si mise di fronte a Gennaio, imponendogli di starla a sentire:

” Gennaio, cosa ci fai tu qui? Io ti ordino di rientrare e di lasciare il passo a Febbraio. Lascia in pace le creature del bosco, abbandona la tua acrimonia. Il bianco è solo un colore, per l’amor del cielo, rientra nei ranghi”.

Ma Gennaio, reso potente dall’antica legge per la quale Madre Natura può su tutto, meno che sul tempo, si alzò e imponente e sprezzante sentenziò:

“L’amico Febbraio aveva bisogno di più giorni per portare a termine il suo compito. Io mi sono offerto di guardare il mondo per lui, quindi ora, cara Madre Natura, lasciami in pace e fa ch’io termini il mio lavoro”

Le fate del bosco, e le piante, e le erbe, e gli animali, e il creato tutto, iniziarono a piangere pensando alla sorte della povera Merla e dei suoi piccoli, lasciati in balia di Gennaio Cuore D’acciaio.

Ma Madre Natura non si diede per vinta.

Sfidando la tempesta che Gennaio, gorgogliando, lanciava nel cielo, e la neve che iniziava a coprire con un turbinio incessante il mondo tutto, si avvicinò alla povera madre e ai suoi cuccioli e li mise al riparo nelle sue gonne.

Ma non poteva sfidare il tempo.

L’antico patto, sancito alla nascita del mondo, lasciava ai mesi e ai giorni l’operato sul creato. Lei poteva solo vegliare che tutto fosse svolto con giustizia, rispettando le creature più deboli.

La povera Merla non riusciva a tener testa a quel vento. Provava a riprendere i pulcini, terrorizzati e infreddoliti, che perdevano già la forza di alzarsi, nel cielo, e iniziavano a precipitare nel vuoto, attanagliati dal freddo. Quel freddo che chiude gli occhi e regala i corpicini alla terra.

La Merla, ormai terrorizzata, quando vide arrivare l’antica Madre Natura, con le ultime forze che aveva nel corpo, raccolse i suoi piccoli e poi, stremata, svenne tra le braccia della signora del creato.

Lei, piangendo lacrime amare, e temendo per la piccola creatura, cui aveva fatto dono della più bella veste che il signore le avesse messo a disposizione, volò tra le valli cercando un posto, dove nascondere la famigliola, al sicuro dal possente Gennaio Cuore D’Acciaio.

Scorse, in un angolo remoto, una piccola costruzione arroccata sotto un monte. Era la casa di un contadino, cui aveva visto spesso fare una carezza ai suoi animali e parlare con i rami e con le piante, quasi fossero figli suoi.

Il pover’uomo vide solo un turbine nell’aria e, borbottando qualcosa in merito alle stagioni ormai strane, si rintanò nella casa, alimentando vieppiù il camino, le cui fiamme si svilupparono su per la canna fumaria, sprigionando un fumo nero pece che avrebbe nascosto ogni cosa al mondo.

Fu un lampo.

La coraggiosa Madre Natura prese la Merla e i suoi pulcini e li adagiò, al caldo, nell’imboccatura del comignolo, sperando che i cuoricini, alimentati dal calore, tornassero a battere.

Poi scappò via, certa che se Gennaio l’avesse vista non avrebbe esitato a spegnere il fuoco e non si sarebbe dato per vinto fin tanto che non avesse visto morire la Merla e la sua splendida livrea.

 

Tre giorni sono lunghi da veder volgere alla fine, quando si attende che il tempo passi.

La dolce Madre Natura, stretta nell’abbraccio dei suoi piccoli amici e tra le ali magiche delle fatine del bosco, scrutava l’aere e i giochi crudeli di Gennaio Cuore D’Acciaio.

Il cielo era grigio ghiaccio e incombeva sul mondo.

Di tanto in tanto anche il povero e ignaro contadino socchiudeva l’uscio scrutando fuori, cercando di comprendere le bizze del clima.

E subito si ritraeva in casa, alimentando il fuoco con un bel ciocco di legna, che adagiava tra le fiamme, ringraziando ogni volta gli amici alberi che gliene avevano fatto dono.

Il fumo del camino usciva denso e nero, tracciando una linea nel cielo, visibile da luoghi lontani.

Trascorsero le ore, prima lente, poi veloci, in una danza strana che ricordava il gorgogliare dei fiumi tra i ciottoli, quando si gonfiano di vita.

Il calore del camino, trasportato dalla spessa coltre di fumo, scaldava pian piano i piccoli corpicini alla lasciati nel comignolo inerti e quasi senza vita, da Madre Natura.

“Tsi, tsi” tossì il piccolo Piumino Scomposto “Mammina, dove sei? Non vedo nulla, che succede?”.

“Mamma, mamma” incalzarono Piumette D’Argento e Golfino Di Piume, in coro.

La giovane Merla nel sentire le piccole voci, si scosse dal suo torpore e, sforzando gli occhi nel fumoso colore che li avvolgeva, strinse a se i suoi tesori, mentre con voce dolce e melliflua iniziò a cantar loro una nenia, nell’attesa che il tempo facesse il suo corso.

Le note risuonarono nel creato, corsero, come linfa vitale, tra le pietre, si infilarono nelle tane dei piccoli animali e solleticarono le orecchie dei grandi orsi dormienti.

I vecchi alberi e i giovani arbusti si strinsero nei rami, commossi da tanta dolcezza, mentre le guance della dolce Madre Natura si prestavano ai giochi delle lacrime che sgomitavano per venir fuori e lenire i cuori che le custodivano.

Quel canto, così dolce e così lento, si infilò nel sibilo dei venti che tornando dopo gli impetuosi giri nella gola del possente Gennaio, raccontarono a quel duro cuore il dolore che avevano raccolto.

Tempo ci volle ma, infine, anche lo sprezzante e spavaldo animo si incrinò sotto il dolore e la dolcezza di una madre che consola i suoi piccoli.

Gennaio, con un ultimo colpo di tosse, che fece tremare il mondo, roboante e profondo, cessò la sua furia e, con una lacrima che squarciò la sua veste grigia, si sedette alla porta di Febbraio Germoglio Silente, pregando il creato affinché le ultime ore di questi giorni ingiustamente ottenuti, passassero in fretta.

Febbraio, sbadigliando e stiracchiando le membra, aprì di lì a poco la sua porta e trovò un giovane Gennaio affranto e abbandonato a se stesso, seduto in un angolo.

Scuotendo la saggia testa, si fece raccontare la sua storia e consolò, con un abbraccio quasi paterno, l’irruenza di un giovane cuore invidioso.

In quel mentre, richiamata dal chiarore del cielo, dal comignolo in cui era nascosta, la giovane Merla scrutava nell’aria, nel tentativo di capir se poteva spiccare il volo, temendo ancora una volta il ritorno del gelo.

Madre Natura, che seguiva da lontano le sorti della giovane madre e dei suoi piccoli, cavalcando un raggio di sole, andò a prenderli e disse loro, sorridendo amorevolmente, che potevano far ritorno all’amato nido.

La giovane Merla, seguita dai piccoli impazienti, iniziò a volteggiare nell’aria, librandosi, felice, tra le falde dell’abito azzurro pastello che il cielo aveva finalmente deciso di indossare.

Non poteva, lei, immaginare lo sgomento che prese il creato nel vedere la splendida e candida livrea diventata di un nero scuro come la pece.

La Merla non capiva gli sguardi interdetti di quanti la osservavano e nemmeno sembrava comprendere come avessero fatto, lei e i suoi tesori, a ridurre i mantelli a quel modo.

Si spinse, dunque, sul bordo di un fiume e, nascosta in un’ansa, in cui il sole aveva tuffato un suo raggio, strofinò e strofinò e strofinò i suoi piccoli e lei, nel vano tentativo di toglier via la fuliggine.

Si sforzò a lungo, la Merla, mentre copiose le lacrime solcavano le guance e i piccoli cuoricini si schiantavano sotto il dolore della perdita di quel dono tanto amato.

Gennaio, intento a far le valigie, sentendosi in colpa per quanto commesso, si armò di coraggio e corse a bussare alle porte del Tempo, chiedendo, piangendo e imprecando, di poter rimediare all’errore commesso.

Tempo, infastidito dal pasticcio generato da un gioco invidioso, eppur intenerito nel vedere le lacrime sul viso di Gennaio, posò una mano sui cirri impetuosi che formavano la folta capigliatura dell’inquieto mese e lo consolò dicendo che avrebbe provato a porre rimedio, ammonendolo di non provare mai più a sovvertire un ordine esistente da prima che il tempo avesse un nome e fosse equamente diviso tra i baldi e coraggiosi mesi dell’anno.

Tempo andò da Madre Natura.

Le valli risuonavano del pianto della giovane Merla e il colloquio, intervallato da quel lamento, fu duro e faticoso.

Parlarono a lungo, quei due, tanto che le ore si stancarono di attendere e presero a rincorrersi sui liberi prati della noia.

Quando Tempo si alzò, abbracciando Madre Natura, come per un’antica magia le lacrime si asciugarono dal volto della Merla e dei sui piccoli.

Il Sole squassò in un istante il cielo e avvolse i piccoli e la madre, in un morbido abbraccio che tolse ogni dolore.

Ritraendosi lasciò, sulle piume di quelli e degli altri merli tutti che sarebbero di lì a quel giorno venuti, splendidi ricami di luce che portavano con se giochi di rosso, viola e blu, che si scoprivano, nel luccicare del sole e a ogni movenza dei piccoli esseri.

La foresta, allora, tornò ad acquietarsi.

Anche il contadino, ignaro di tutto, ma consapevole che nella grande ruota del mondo un ingranaggio stesse cambiando per sempre, prese una seggiola e si mise a sedere nel piccolo raggio di sole che scaldava l’aia dinanzi la sua casa.

Da quel lontano giorno Gennaio conserva la sua lunga durata, ma ha imparato, talvolta, a cedere il passo alle altre stagioni.

Seguendo il patto, sancito da Tempo con Madre Natura, se i suoi ultimi giorni sono impetuosi, e freddi, e grigi, perché il suo cuore irruento non ha saputo calmarsi, la Primavera sarà dolce e mite, pronta a lenire il freddo lasciato dall’amico Inverno.

Se invece Gennaio Cuore D’Acciaio, colto dal dolore di quanto allor fatto, si rincantuccia in un angolo, lasciando modo al sole di scaldare il terreno battuto dai suoi possenti respiri di vento, per non alterare l’equilibrio delle stagioni la Primavera sarò più dura, dispensando piogge e venti che Gennaio le ha lasciato nella bisaccia.

I Merli, invece, e da allora, volteggiano neri nei cieli, padroni del tempo e dei climi, incuranti del caldo e del freddo.

La loro livrea non muta più, con il cambiar delle stagioni e il bianco è ormai un ricordo lontano, ma cattura nel sole colori sfavillanti che il nero, per sua stessa natura, non potrebbe possedere.

Capita tuttavia, talvolta, di vedere un raro esemplare di Merlo che fu.

Il suo piumaggio è bianco, di un candore irreale, ma, a ricordo di un giovane Gennaio irruento e bizzoso e a memento di quanto l’invidia possa arrecare dolore, si notano, a tratti, piccole piumette nere, distribuite con tanta grazia e sapiente maestria, da far risaltare ancora e più forte quel dolce candore, regalo di Madre Natura e di un tempo lontano, in cui Gennaio era più breve e il buon vecchio Febbraio portava sul cuore più giorni di quelli che adesso possiamo contare.

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 11.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 4 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.