Il mio tempo sospeso

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Sono mancata.

Tanto tempo.

Vi ho seguito. Ho letto poco. Ho scritto ancora meno.

Ho concentrato tutta me stessa, tutti i miei respiri, tutti i miei sogni su questo.

Meritavate la condivisione. Meritavo di dirvelo.

È arrivata Giulia. In totale controtendenza all’assurda convinzione di aspettare un maschio (e dire che non abbiamo voluto sapere il sesso), dettata dalla saccente vox populi (leggi vecchiette invadenti che leggevano la prole maschile nella conformazione della pancia), il 13.10.17, alle 23.12, dopo un travaglio indotto ed inutile di 36 ore e dopo aver implorato il cesareo, il mio mondo si è colorato di rosa.

Un rosa che ha in se lo stesso colore di una nuova alba. Un’alba avventurosa.

E che avventura.

Nazaria è diventata mamma.

Finalemnte il mio cuore è stato doppiato e ne ha prodotto un altro.

Adesso sono di nuovo io. Sono di nuovo qui. Sono di nuovo me.

 

E poco importa tutto ciò che, prima di questo, è stato. Una strada per arrivare fino a qui. Era solo questo.

Ce ne saranno di salite.

Ma vuoi metterle a percorrerle in 3? (Per ora😜).

Vi abbraccio tutti.

 

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Un camion fermo ad aspettare

Ho un rumore nell’orecchio.No. No il solito.

Quello lo so che lo sapete che ce l’ho.

Ho un nuovo rumore nell’orecchio.

A sinistra.

Che era, in sostanza, l’unica parte del mio sistema uditivo in cui potevo ancora vantare una percezione decente ed un approccio pseudo-normale con le cagate che mi tocca sentire ogni giorno.

All’inizio pensavo che qualcuno avesse maldestramente lasciato un camion acceso fuori dalla mia finestra, ma poi ho razionalizzato e capito che, a parte l’abitazione sita in località “non ci entra un camion, ‘zzo dici?”, l’idea non sussisteva, dato il caro costo del petrolio, che renderebbe anche il più dimentico o vendicativo dei camionisti attento al portafogli.

Sto rumore non se ne va.

Non è sincrono.

Non è ritmato.

Non riesce, di fatto, ad insinuarsi nelle pieghe del quotidiano per diventare, mano mano, parte di esso. Fastidioso. Ma incluso.

“Ma come mai?, Ma che hai fatto? È lo stress”.

Chiariamo un punto.

Io produco cortisolo come se non ci fosse un domani.

Da sempre.

Sono nata con una riserva inesauribile e me ne faccio portatrice sana.

Il cortisolo è la mia droga, l’oppio del mio popolo neuronale, quindi, Vi prego, non appelliamoci a ‘sta storia dello stress.

Parlando con un neurologo (tralascio ampiamente il mio trascorso medico recente, che non vi voglio ammorbare con una sezione dell’ultimo manuale di medicina), mi ha detto:

“Beh, vediamola così. Tu hai la tipica personalità emicranica”

Che vorrebbe dire, a quanto pare, essere iper-precisi, iper-attenti, iper-controllanti, iper-informati. 

In sostanza “iper”. 

Quindi qui due sono le cose: o sono un supermercato e non lo sapevo, o sono pazza maniacale. E su questo avevo qualche dubbio, ma fingo di non aver sentito ed applico a me stessa la regola dei tradimenti “negare, negare, sempre negare”.

Oggi fuori piove.

A parte Sara, la mia “capa”, credo che pochi ne siano felici.

Io mi incupisco ancora di più.

Mi faccio domande.

Mi do risposte (in media tre per ogni domanda), giro su me stessa, vado in loop e poi mi annichilisco.

Sarà sto tempo, sarà la noia, sarà che le risposte chiudono sempre troppo male le mie domande, oggi proprio non mi riesce di dare na chiosa positiva al mio operato.

Allora penso che, forse, sto rumore che è arrivato, è solo l’affacciarsi dei pensieri alla coscienza.

Sai quelle cose che non vuoi sentire, quelle che non diresti nemmeno a te stessa e che in media riguardano quei 750 fallimenti degli ultimi mesi? (Si, ok, ne sono di più, ma mica potevi metterli tutti?😉)

Ecco. In attesa dell’otorino, voglio pensare che sia quello.

Un po’ perché magari mi ascolto (e mi auto assolvo) e soprattutto perché forse me la scampo, e con me il mio portafogli, di sperperare il mio lauto stipendio, e con quei soldi me ne vado a cena. 

Me ne vado a cena con me stessa. 

Io e la mia solitudine. 

E questo cumulo di cocci che non riesco a rincollare. 

E che, soprattutto, restano a far male ai piedi di quelli che camminano sulla mia strada. 

Vorrei toglierli, davvero.

Lasciar(Vi-Ti) tutto pulito.

In una iper-splendida realtà virtuale, dove io sono la strafiga padrona di me stessa e tutti sono felici di avermi accanto, ma mi sa che, almeno, per ora, non ce la posso fare.

Così, mentre vi scrivo, ho pensato che forse, molto semplicemente questo camion ora è qui, ed è acceso ad aspettare. 

Che io raccolga tutti i pezzi. 

Per andarli a buttare.

Donne sull’orlo di una crisi di nervi.

-No, è già passato- sbuffo a mezza bocca inseguendo un pensiero.-Oddio, no! Che cosa? È passato il 38? E mo? Madonna santissima, madonna, e mo che faccio?-

-Ma che? Che stai a di? Che problema hai?-

-Eh, mo l’hai detto-

-Che?-

-Che è passato il 38-
Guardo la mia amica. Il sole sbatte a picco sul marciapiede di giugno. Medito di ucciderla. Anzi no, di emigrare in un nuovo continente non ancora emerso.
-Che stai dicendo?. L’inverno. È passato l’inverno. Un attimo fa era settembre, ed ora è già di nuovo estate-

-Quindi il 38 non è passato?-
Scuoto la testa.

Silenzio di tomba. Auto che passano. 13.45. Città deserta. Primi caldi. Primi costumi. Strisce viola su pelli diafane che attraversano la strada. Bruciature inclementi di prima estate.
-Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.Fidati. E’meglio-”
Qualche breve minuto di silenzio.
-Oddioooo- fa lei.

-E mo che hai? Il 38 non è ancora passato-

-No, pensavo, se è tornata l’estate Sara sarà arrabbiata-

-Sara chi?-

-Il tuo capo, no?-

-Ah se è per quello, si-

-Visto?. Ho ragione.-
E si spatella sulla panchina del predellino, spalancando un sorriso sornione di chi ha capito tutto della vita e ricorda ogni minimo particolare di chi ha di fianco. O di fronte. 
-Ohi-

-Eeeeee, dimmi-

-Ma come mai non ci vediamo da tanto tempo?-

-Boh- dico a mezza voce -mi so successe un sacco di cose, mi sa che non mi vedo nemmeno io da un sacco di tempo-
Si accomoda meglio. Raddrizza la schiena. Mi guarda. Poi, sopraffatta dal mio silenzio, riprende a masticare il suo chewing-gum, che sbafa un retrogusto di fragola andata.

Sprofondo anch’io. Mi pento di aver accettato questo caffè in solitaria, in un giorno di giugno già caldo, ma non troppo e che racconta una estate vicina, ma non ancora a portata di mano.
La mia amica è sempre la mia amica. Passano gli anni, il tempo, le stagioni, lei resta sempre imperturbabile a se stessa. Le sue passioni, i suoi amori, la palestra, pochi amici, la linea del 38, che ora si chiama 8 e 3, ma che per lei rimane sempre 38. 
-Ho perso un bambino-

-Oddio, e dove? Ma non lavoravi al recupero crediti? Che diavolo ci facevi con un bambino?-

-Un figlio, deficiente, un figlio-

-Oh, non ti incazzà, che lo so che un bambino è un figlio. Appunto,mi chiedevo, un figlio di chi?-

-Madonna io t’ammazzo-

-Ma mo che t’ho detto?- sbuffa, incrociando le braccia.

-Mio. Un figlio mio. Ho perso un figlio mio, o quello che sarebbe dovuto esse un figlio mio, e che forse non ha voluto-
Silenzio.

Profondo. 

Occhi puntati. 

Adesso non siamo più di fianco, ma di fronte.
-Da piccolina, quando ero tanto arrabbiata, quando non riuscivo a controllare la situazione, quando sentivo di avere colpa di qualcosa, mi prendevo a pugni sulla testa, fino a quando non faceva male e non avevo più le forze per essere arrabbiata-

-E adesso che c’entra col bambino?-

-Niente, m’è venuta cosi. Un ricordo che ti prende all’improvviso-

-Ma di chi era, poi, sto bambino?-

-Tu sei scema o cosa?-

-Ma no, intendevo, di chi era figlio. Il padre, voglio sapè. Chi è?-

-Pronto? Ma ci sei? Hai presente che convivo?-

-Chi? Tu? Ma non ti eri separata?-
Cazzo. Non esco da troppo tempo.

Sospiro. Lei si avvicina. Io mi incasso nelle spalle. Sento qualche lacrima. Mi arrabbio. Lei lo vede, si allontana.
Piano piano il rumore del suo chewing-gum riempie di nuovo l’aria. I minuti scorrono lenti, le auto si avvicendano, poi sembrano sparire del tutto.

Passa il 38. L’8, a onor del vero. Lo vedo piccolo dalla curva, poi mano mano diventa più grande. Si ferma. Spalanca la bocca di ferro. Non entra e non esce nessuno.
La guardo. Mi guarda. 
-E adesso?-

-Adesso cosa?-

-Adesso lo fai ancora?-

-Cosa?-

-Prenderti a pugni in testa quando la rabbia ti mangia dentro?-

-Che razza di domanda idiota-

-Si. C’hai ragione-
E m’abbraccia.
-Che t’è successo?-

-Te l’ho appena detto-

-No, dimmi che t’è successo davvero. Questo era prima. Dimmi di adesso-

-Mi sono infilata un jeans, una t-shirt ed ho legato i capelli. L’aria ieri sera profumava d’estate-

-Gelsomino?-

-Gelsomino- 

-Passeggiata romantica?-

-Così pare-

-E poi?-

“E poi niente, amica mia. Niente. Solo nulla. Una stradina stretta, qualche amico, un compleanno che non si sapeva ci fosse. Un piatto di torta, un po’ di spumante. Il cane che tirava da far male alle mani. Il suo profumo di fianco. Una porta che si apre. Una bimba bionda che ti sale in braccio, ti prende le mani, te le tira chiudendosi nel tuo abbraccio e ti chiede come ti chiami.”

-Avresti voluto spaccare il mondo?-

-Si-

-Come quando eri piccolina?-

-Come quando ero piccolina-

Stavolta le porte dell’autobus la ingoiano, mentre a me brucia la gola per le lacrime che spingono. Mi alzo, raccolgo la borsa, guardo nella vetrina una me che non conosco, che non mi piace, che mi guarda in cagnesco. 

Che genera ansia. 

E penso al mio bambino. 

Forse aveva visto questa mamma quella notte che ha deciso di non restare. Perché non se n’è nemmeno andato. 

Ha solo smesso. 

Di essere, di volere, di pensare, di respirare.

Di battere.

Forse ha sentito il sangue velenoso, l’apprensione, l’ansia, il marcio che mi porto addosso. Eppure, certe volte che sorrido, posso sembrare anche migliore. 

Continuo a camminare. 

Mi arrabbio, ma continuo a camminare.

I nervi mi logorano, ma continuo a camminare.

Giugno sbatte ancora i suoi raggi malconci sul pavimento in cemento. 

Adesso non la guardo più la mia immagine, nelle vetrine. 

Assaporo la rabbia, la sento salire e la sfido. 

E poi penso che in fondo solo solo io, un racconto in più, di una storia in più.  

Una storia di donne. 

Donne sull’orlo. Di una crisi di nervi.

Io non scrivo più. O meglio, non riesco a farlo.

Io non scrivo più. O, meglio, non riesco a farlo.Nella mia testa milioni di incipit.

Battute di spirito, ironiche considerazioni, argomenti importanti, autoanalisi, riflessioni.

Eppure, io, non scrivo più.

M’ero fermata per assaporare la felicità, sono affogata dentro il mio dolore.

Depressione.

Così mi ha suggerito un amico l’altro giorno.

A volte ci credo anche io.

Anche se ne mancano alcuni peculiari tratti.

Mi manco.

Questo si.

Manco a me stessa.

E credo, che mano a mano, io stia mancando anche agli altri.

Mi punisco.

Ogni giorno che tu non ci sei, ogni giorno in cui tu non ritorni, io, punisco me stessa.

Mi stanco.

Cerco infinite cose da fare.

Tendo a sfinirmi.

Cerco il dolore.

Quello fisico. Programmo i minuti, le ore, attendo una attesa puntualmente disattesa.

Mi do una tappa, una linea di demarcazione, un “dopo questo giuro di andare avanti”. Invece è solo il prossimo punto.

Il paradossale metà stadio di Zenone.

E in tutto questo l’amore mi consuma.

Lo guardo mentre dorme e lo amo.

Lo desidero da farmi tremare le cosce mentre non sono con lui.

Immagino il suo corpo ed il mio.

E tutto questo amore per lui mi sa di colpa, se poi tu sei andato via, lasciandoci così.

Se lui ti nomina fa più male.

Forse perché diventi reale.

Forse perché la tua assenza smette di essere un mio fantasma e diventa qualcosa che davvero c’è stata e che non è un “dobbiamo svegliarci”.

Si avvicina “LA” data.

Pochi giorni e avrei saputo chi eri. Avrei detto il tuo nome piano.

Avrei imprecato nelle notti lunghe di neo mamma, avrei pianto sulle smagliature, sulla pancia scesa, sulla stanchezza che non avrebbe lasciato tregua.

Ma avrei avuto la tua testolina da sbirciare tra le palpebre del sonno e la tua mano da confrontare con la sua.

Avrei avuto.

Non ho.

Mi consuma.

La tua attesa mi consuma.

Mi stanca e non mi concede la tregua di un riposo. Mi sfibra l’anima.

Saresti stato. Non sei.

Si avvicina il giorno.

Quello del non essere stata in grado.

Io non scrivo più.

Per questo.

Perché ogni parola porta al tuo discorso, alle tue manine che non ho visto, a quel cuore che ha battuto per un po’ insieme al mio.

“Va veloce”, ci aveva detto la dottoressa. Forse correvi già via. Mi doppiavi. Mi lasciavi. 

Ed io non riesco a lasciarti andare. Io sono qui, seduta. E ti aspetto.

New chapter! 

*
Ci hai provato in tutti i modi.

Mi hai derisa. Mi hai umiliata. Hai usato violenza fisica e verbale. Hai fatto di me l’ombra di un pensiero riflesso, lasciandomi credere che fossi quella che dipingevi. Non mi hai amata, no mai. L’amore non è mai stato per te. O per me. Non lo so. Non ne ho idea. A questo punto non mi importa nulla.

Ma per ogni parola urlata, ogni schiaffo, ogni porta sbattuta io ti auguro un sorriso.

Perché tu non meriti nemmeno la rabbia di qualcuno.

Ti ricordi quel giorno, in bagno?

La doccia non era pulita.

O quell’altro?

Il materasso non era troppo duro.

E come era poi quella storia? Lei profumava più di me, io avevo l’alito cattivo, gli occhi troppo verdi, il seno inesistente, l’eleganza di una “cafonetta di montagna”.

Ed il lavoro che mancava, i jeans che non cadevano a pennello, il letto rifatto male, l’odore di caffè nell’aria, il sapone sbagliato.

Si andava avanti su un sentiero minato. Io sempre in attesa del tuo prossimo nervosismo, tu sempre pronto a trovare il mio errore.

Dallo smalto non coordinato, ai panni che volavano giù dall’armadio perchè una maglietta su mille non era profumata.

E ci ho provato. A non darmi per vinta, a dimostrarti che non ero quella che descrivevi, che meritavo il tuo amore, un sorriso, una carezza. Un “sei brava”.

Ma no. Non era per me.

Te lo ricordi il baratro? “Non li faccio i figli con te, guardati, sei brutta. Chissà che cessi verrebbero”.

Ed ho imparato a chiedere “scusa” e “permesso”. Per ogni cosa. A sentirmi inadeguata, a farmi piccola nel letto, a non fare rumore, a non dare fastidio. A sentirmi inutile.

È questo il sentimento che m’hai lasciato addosso. Di 12 anni insieme il disagio maggiore è il sentirmi sempre inopportuna. E, nonostante tutto, faccio fatica a non pensarlo ogni giorno della mia vita. In fondo hai saputo scavare talmente bene, che alcuni pezzi di anima e carne li hai portati via in modo indelebile. Rimangono solo cicatrici. E quelle, se le guardo, mordono ancora dentro.

E adesso? E oggi?

Oggi mi sveglio senza aver dormito.

Non per tristezza, nemmeno per rabbia.

Non ho dormito perché il mio cagnolino faceva rumore, perché la notte era lunga, perché i pensieri si accavallavano, ma, soprattutto, perché chi mi tiene davvero la mano, adesso, aveva deciso di requisire tre quarti di letto.

Tu, oggi, non sei più tristezza, non sei rabbia, non sei NULLA. 

È questo che vorrei sputarti in faccia.

Goditi le tue stupide macchine, i vestiti firmati, i soldi, i miei sacrifici.

Goditi i mobili scelti insieme, gli sforzi dei miei genitori, le mie mani rovinate per il freddo in un lavoro che non volevo, ma che ho fatto per rendere felice la tua sciocca avidità e credendo di costruire qualcosa.

Goditi la dottoressa che non sono diventata, i figli che non abbiamo avuto.

Goditi il nulla che ti è rimasto.

Perché tu sei nulla. 

Vali nulla. 

Conti nulla.

Oggi chiudiamo il nostro capitolo.

Perfetto. 

Finalmente guardiamo avanti.

Ed abbassa la testa quando mi passi accanto.

Non ti conviene nemmeno guardarmi negli occhi.

Io, ORA, sono felice.

Mi hai lasciata piena di debiti e quando passo davanti ad un negozio giro i tacchi e vado avanti, o continuo ad entrare e comprare in quei terribili negozi cinesi, ma, devi sapere, ho scoperto che so essere bella anche con uno straccetto addosso, con i capelli bianchi perché non posso andare troppo spesso dal parrucchiere e con le scarpe finte All Star, chè 15 euro sono preferibili a 50.

Ma, di più, tu mi hai insegnato quanto valgo. Molto di più delle tue cattiverie e del tuo infantilismo.

Adesso va via dalla mia vita, non pensarmi mai, nemmeno per un istante.

Io ho altri posti dove andare, altra gente da incontrare e, finalmente, un VERO abbraccio in cui dormire. Ti spiego solo una cosa, un ultima cosa, che magari uno come te non può capire. 

Smetti di urlare. 

Di sbattere, di imprecare. Il terrore cancella ogni tipo di amore. 

E poi resti solo. Tu. Non io.

Io mai. Io ho imparato a stare con me stessa prima di conoscere finalmente l’essere in due. 

Addio. 

Finalmente e ringraziando il cielo, addio.
*foto presa dal web

Nessun titolo possibile 

Saresti stato il bimbo più fortunato.Perché amore mio?

Perché mio lo sei stato dal primo istante, ma perché avresti avuto un papà fuori dal comune.

Sono triste perché mi manchi. Mi mancavi prima. Figurati adesso. Che t’avevamo immaginato, dato un nome, sentito dentro.

Qualunque sia il motivo per cui hai scelto di fermarti e non restare con me, con noi, io lo capirò.

Non ora, non oggi, ma lo capiró.

Forse avevi ancora qualcosa da fare, un gioco da finire, un vestitino da prendere e portare con te.

Non sono arrabbiata. No.

Solo, amore mio, mi spiace aver visto le lacrime sul viso di papà.

Ti sei composto tra quelle che erano rotolate giù per gioia, e sfaldato in quelle pesanti e dolorose di ieri sera.

Torna per lui. Per l’amore che mi ha regalato e perché, credimi, non potresti avere un papà migliore.

Ti aspetto già.

È tutto più pronto di prima.

Era una prova tecnica, vero? Volevi vedere se eravamo pronti.

Che dici, amore?.

Torna. C’è posto. Il tuo posto.
Mamma, ma, sopratutto, papà 

E questo è il racconto agrodolce dei miei ultimi mesi. 

Ho trovato l’amore. Cammina al mio fianco, ma al momento piuttosto mi sorregge, perché il percorso è duro. So che tante e tanti ci sono passati, ma purtroppo questo non allontana, nè abbassa la soglia del dolore.

Ho pensato a lungo se condividere con voi questo spaccato della mia vita. Poi ho compreso che lo meritate, perché nessun silenzio deve restare mai senza causa.

Per noi era già il nostro bambino. Tre mesi di luce e gioia. Sperando che torni presto, vi affido il suo ricordo.

Gennaio cuore d’acciaio (I giorni della merla).

E quella storia di Gennaio, del freddo e della Merla, voi, ve la ricordate?

Fa così tanto freddo, oggi, che m’è tornata in mente, ma sarà stato il gelo, quindi il paraorecchie ed il cappello, che n’è spuntata una versione tutta mia, scritta (e – scusatemi – ma mi compiaccio per la rima) con i ricami della fantasia!!!!!

BUONA LETTURA 


I giorni della Merla, ovvero la storia di Gennaio Cuore D’Acciaio. 

 Capitava, talvolta, che la Merla se ne stesse lì, in disparte, a lisciarsi le candide piume.

Il baluginio dei pochi raggi di sole che si rifletteva su quelle, rimbalzava nella vallata ancora cupa dell’inverno.

Il bianco era di quelli che assorbono tutti gli altri colori, uno spettro infinito in cui immaginare tutti i toni dell’universo.

Da sotto le sue zampette, curate e delicate come solo lei sapeva essere, spuntavano tre sparuti pulcini sopravvissuti tra quelle candide piume all’inclemente Gennaio Cuore D’Acciaio, che si divertiva a sbeffeggiare le povere creature che cercavano riparo negli scarni rami rimasti indenni dal roboante vento che usava lasciare andare dalla sua bocca.

Quella mattina la Merla, guardando i raggi del pallido sole, si azzardò in un sorriso più spavaldo del solito.

“Presto, presto” disse ai pulcini “Vestitevi a festa, oggi è ventotto: Gennaio Cuore D’Acciaio cede il passo al più mite Febbraio” e, dismesse le piume pesanti e un po’ goffe dell’inverno, rivelò una livrea dal candore così acceso che i piccoli stentarono per un attimo a riconoscerla.

“Come sei bella, mamma” disse il timido Piumino Scomposto, ancora arrancante nel disperato tentativo di lisciare le piumette ribelli sulle fragili zampe.

” Sì, mamma, sei davvero bellissima” incalzò la piccola Piumette D’Argento, guardando con disappunto il piccolo schizzo argentato che la natura le aveva lasciato sul collo.

“Mamma, mi accechi con tutto quel bianco” biascicò, farfugliando, Golfino Di Piume, tutto arruffato e scarmigliato e ancora raccolto tra le zampe delle madre.

” Suvvia piccoli, oggi è un gran giorno, vestiamoci a festa, Madre Natura sta per svegliarsi e Gennaio Cuore D’ Acciaio sarà, per mesi, solo un ricordo lontano”.

Nel dir questo si accomodò le piume sul collo, e con il becco, d’un giallo quasi aranciato, iniziò a preparare i piccoli per l’incontro festoso con l’amico Febbraio Germoglio Silente.

Ma, dietro un ramo rimasto quasi intatto, nonostante i lunghi mesi dell’inverno, Gennaio Cuore D’Acciaio guardava, beffardo e cattivo, la tenera scena.

“Povera sciocca” sospirò, e nel farlo un rantolo di vento gelido si originò dalla sua gola. “Pensi davvero di farmi paura con il tuo manto candido? Pensi davvero ch’io vada a dormire?”.

Deciso a non darla vinta a colei che osava sfidare il suo grigio incedere con il bianco candore, bussò alla porta di Febbraio Germoglio Silente, ancora mezzo addormentato e raccolto nella calda coperta di foglie, dono dell’amico Novembre Vento Tra Gli Alberi.

“Buongiorno Gennaio, a cosa devo il tuo saluto, questa mattina?” disse il vecchio Febbraio Germoglio Silente, conoscendo la furbizia del vecchio volpone, padrone del sonno degli animali della foresta.

“Buongiorno mio caro” disse Gennaio, sussurrando a mezza voce, per non scatenare venti troppo freddi e potenti “Pensavo che quest’anno, data la tua veneranda età, e il grande lavoro che hai da fare per preparare i germogli alla rinascita, potresti dormire ancora un paio di giorni, ti vedo stanco e provato”.

Febbraio Germoglio Silente si disse che, in effetti, gli anni mettevano sempre po’ a dura prova il suo lento lavoro. Quegli strani esseri chiamati umani alteravano talmente il delicato equilibrio dell’amica Madre Natura, che ogni anni era più difficile preparare il mondo alla schiusa dei germogli.

Qualcosa, però, al vecchio Febbraio non tornava.

“Dimmi Gennaio Cuore D’Acciaio, cosa ti importa di me, tu che ti diverti a ruzzolare per le piane e per i monti, seminando venti freddi e spazzando tutto quello che incontri sul tuo cammino?”

“Beh, mio caro. Se tu non fai bene il tuo lavoro, io non avrò foglie e rami e prati e monti da spogliare”.

La risposta sembrò talmente ovvia al vecchio e caro Febbraio Germoglio Silente che si disse che per una volta il temperamento di Gennaio Cuore D’Acciaio poteva tornar comodo a tutti: in fondo eran solo tre giorni!

Rivoltandosi, allora, nella calda coperta di foglie, così sentenziò:

“Tre giorni. E che siano tre e non di più. E mi raccomando, giovane Gennaio, sii clemente con le creature del bosco, non far sfoggio della tua potenza, che hai imperversato fin troppo, quest’anno” .

E, detto questo, piombò in un sonno profondo, incurante di tutto.

Gennaio, ottenuto il malevolo accordo, contravvenendo alla promessa appena fatta, tornò a spiare la giovane Merla, da dietro quel tronco lasciato indenne dal tempo.

La vide e sulle labbra, grigie e turgide di vento gelido, si disegnò un sorriso cattivo:

“Vediamo se Madre Natura stavolta avrà favorito più te che me, sciocca Merla dalle candide piume”.

E, non appena vide che lasciava librare nel cielo il piumaggio invernale suo e dei suoi piccoli e volteggiava leggera con i vestiti della festa, uscì da dietro il tronco e proruppe in una risata malefica.

La voce cavernosa rimbombò tra le montagne, si infilò sotto le rocce, rotolò tra le valli e tra i fiumi, gelando il sangue a quei pochi piccoli esseri che avevano osato sperare che il mal tempo stesse ormai terminando.

Le mamme si affrettarono a ritirare i cuccioli nella tana, i fiori, timidi, richiusero in fretta le loro corolle, la linfa degli alberi, serpeggiando rapida, nella terra, avvisò tutti gli altri di tenere al riparo e al caldo i germogli, nell’attesa dell’amico Febbraio, che quest’anno non era arrivato come sempre.

La Merla ormai in volo con i piccoli Golfino Di Piume, Piumette D’Argento e Piumino Scomposto, rimase sospesa a mezz’aria, incapace di capire cosa stesse accadendo.

Negli occhietti, neri e vispi, si disegnò un gelo antico, la consapevolezza che qualcosa stesse minacciando lei e la sua prole, ma non seppe dir nulla o spiegar loro cosa stesse accadendo.

La dolce Madre Natura, accomodata accanto ad un ruscello e protetta da un abito di sempreverdi aghi di pino, intessuto per lei dalle abili mani delle fate del bosco, sentì il tuono potente che serpeggiava nelle valli e rimase sospesa, senza tempo, in attesa di capire cosa fosse successo.

Guardò l’amico Sole, rimasto agganciato a mezz’aria nel cielo e si sorprese a pensare che il caro Febbraio Germoglio Silente stesse tardando per l’ora del tè.

D’un tratto, nel cielo, tra le lame d’acciaio che lo spavaldo Gennaio lanciava senza sosta, vide quattro piccole macchie bianche, luminose, d’una luce accecante.

E allora comprese.

L’antico rancore di Gennaio Cuore D’ Acciaio per il regalo fatto nella notte dei tempi a quell’esserino indifeso, aveva finalmente trovato il modo di esplodere e trovare risposta.

Si alzò, in fretta, cercando di correre ai ripari.

Si alzò in volo, sfidando il vento impetuoso e si mise di fronte a Gennaio, imponendogli di starla a sentire:

” Gennaio, cosa ci fai tu qui? Io ti ordino di rientrare e di lasciare il passo a Febbraio. Lascia in pace le creature del bosco, abbandona la tua acrimonia. Il bianco è solo un colore, per l’amor del cielo, rientra nei ranghi”.

Ma Gennaio, reso potente dall’antica legge per la quale Madre Natura può su tutto, meno che sul tempo, si alzò e imponente e sprezzante sentenziò:

“L’amico Febbraio aveva bisogno di più giorni per portare a termine il suo compito. Io mi sono offerto di guardare il mondo per lui, quindi ora, cara Madre Natura, lasciami in pace e fa ch’io termini il mio lavoro”

Le fate del bosco, e le piante, e le erbe, e gli animali, e il creato tutto, iniziarono a piangere pensando alla sorte della povera Merla e dei suoi piccoli, lasciati in balia di Gennaio Cuore D’acciaio.

Ma Madre Natura non si diede per vinta.

Sfidando la tempesta che Gennaio, gorgogliando, lanciava nel cielo, e la neve che iniziava a coprire con un turbinio incessante il mondo tutto, si avvicinò alla povera madre e ai suoi cuccioli e li mise al riparo nelle sue gonne.

Ma non poteva sfidare il tempo.

L’antico patto, sancito alla nascita del mondo, lasciava ai mesi e ai giorni l’operato sul creato. Lei poteva solo vegliare che tutto fosse svolto con giustizia, rispettando le creature più deboli.

La povera Merla non riusciva a tener testa a quel vento. Provava a riprendere i pulcini, terrorizzati e infreddoliti, che perdevano già la forza di alzarsi, nel cielo, e iniziavano a precipitare nel vuoto, attanagliati dal freddo. Quel freddo che chiude gli occhi e regala i corpicini alla terra.

La Merla, ormai terrorizzata, quando vide arrivare l’antica Madre Natura, con le ultime forze che aveva nel corpo, raccolse i suoi piccoli e poi, stremata, svenne tra le braccia della signora del creato.

Lei, piangendo lacrime amare, e temendo per la piccola creatura, cui aveva fatto dono della più bella veste che il signore le avesse messo a disposizione, volò tra le valli cercando un posto, dove nascondere la famigliola, al sicuro dal possente Gennaio Cuore D’Acciaio.

Scorse, in un angolo remoto, una piccola costruzione arroccata sotto un monte. Era la casa di un contadino, cui aveva visto spesso fare una carezza ai suoi animali e parlare con i rami e con le piante, quasi fossero figli suoi.

Il pover’uomo vide solo un turbine nell’aria e, borbottando qualcosa in merito alle stagioni ormai strane, si rintanò nella casa, alimentando vieppiù il camino, le cui fiamme si svilupparono su per la canna fumaria, sprigionando un fumo nero pece che avrebbe nascosto ogni cosa al mondo.

Fu un lampo.

La coraggiosa Madre Natura prese la Merla e i suoi pulcini e li adagiò, al caldo, nell’imboccatura del comignolo, sperando che i cuoricini, alimentati dal calore, tornassero a battere.

Poi scappò via, certa che se Gennaio l’avesse vista non avrebbe esitato a spegnere il fuoco e non si sarebbe dato per vinto fin tanto che non avesse visto morire la Merla e la sua splendida livrea.

 

Tre giorni sono lunghi da veder volgere alla fine, quando si attende che il tempo passi.

La dolce Madre Natura, stretta nell’abbraccio dei suoi piccoli amici e tra le ali magiche delle fatine del bosco, scrutava l’aere e i giochi crudeli di Gennaio Cuore D’Acciaio.

Il cielo era grigio ghiaccio e incombeva sul mondo.

Di tanto in tanto anche il povero e ignaro contadino socchiudeva l’uscio scrutando fuori, cercando di comprendere le bizze del clima.

E subito si ritraeva in casa, alimentando il fuoco con un bel ciocco di legna, che adagiava tra le fiamme, ringraziando ogni volta gli amici alberi che gliene avevano fatto dono.

Il fumo del camino usciva denso e nero, tracciando una linea nel cielo, visibile da luoghi lontani.

Trascorsero le ore, prima lente, poi veloci, in una danza strana che ricordava il gorgogliare dei fiumi tra i ciottoli, quando si gonfiano di vita.

Il calore del camino, trasportato dalla spessa coltre di fumo, scaldava pian piano i piccoli corpicini alla lasciati nel comignolo inerti e quasi senza vita, da Madre Natura.

“Tsi, tsi” tossì il piccolo Piumino Scomposto “Mammina, dove sei? Non vedo nulla, che succede?”.

“Mamma, mamma” incalzarono Piumette D’Argento e Golfino Di Piume, in coro.

La giovane Merla nel sentire le piccole voci, si scosse dal suo torpore e, sforzando gli occhi nel fumoso colore che li avvolgeva, strinse a se i suoi tesori, mentre con voce dolce e melliflua iniziò a cantar loro una nenia, nell’attesa che il tempo facesse il suo corso.

Le note risuonarono nel creato, corsero, come linfa vitale, tra le pietre, si infilarono nelle tane dei piccoli animali e solleticarono le orecchie dei grandi orsi dormienti.

I vecchi alberi e i giovani arbusti si strinsero nei rami, commossi da tanta dolcezza, mentre le guance della dolce Madre Natura si prestavano ai giochi delle lacrime che sgomitavano per venir fuori e lenire i cuori che le custodivano.

Quel canto, così dolce e così lento, si infilò nel sibilo dei venti che tornando dopo gli impetuosi giri nella gola del possente Gennaio, raccontarono a quel duro cuore il dolore che avevano raccolto.

Tempo ci volle ma, infine, anche lo sprezzante e spavaldo animo si incrinò sotto il dolore e la dolcezza di una madre che consola i suoi piccoli.

Gennaio, con un ultimo colpo di tosse, che fece tremare il mondo, roboante e profondo, cessò la sua furia e, con una lacrima che squarciò la sua veste grigia, si sedette alla porta di Febbraio Germoglio Silente, pregando il creato affinché le ultime ore di questi giorni ingiustamente ottenuti, passassero in fretta.

Febbraio, sbadigliando e stiracchiando le membra, aprì di lì a poco la sua porta e trovò un giovane Gennaio affranto e abbandonato a se stesso, seduto in un angolo.

Scuotendo la saggia testa, si fece raccontare la sua storia e consolò, con un abbraccio quasi paterno, l’irruenza di un giovane cuore invidioso.

In quel mentre, richiamata dal chiarore del cielo, dal comignolo in cui era nascosta, la giovane Merla scrutava nell’aria, nel tentativo di capir se poteva spiccare il volo, temendo ancora una volta il ritorno del gelo.

Madre Natura, che seguiva da lontano le sorti della giovane madre e dei suoi piccoli, cavalcando un raggio di sole, andò a prenderli e disse loro, sorridendo amorevolmente, che potevano far ritorno all’amato nido.

La giovane Merla, seguita dai piccoli impazienti, iniziò a volteggiare nell’aria, librandosi, felice, tra le falde dell’abito azzurro pastello che il cielo aveva finalmente deciso di indossare.

Non poteva, lei, immaginare lo sgomento che prese il creato nel vedere la splendida e candida livrea diventata di un nero scuro come la pece.

La Merla non capiva gli sguardi interdetti di quanti la osservavano e nemmeno sembrava comprendere come avessero fatto, lei e i suoi tesori, a ridurre i mantelli a quel modo.

Si spinse, dunque, sul bordo di un fiume e, nascosta in un’ansa, in cui il sole aveva tuffato un suo raggio, strofinò e strofinò e strofinò i suoi piccoli e lei, nel vano tentativo di toglier via la fuliggine.

Si sforzò a lungo, la Merla, mentre copiose le lacrime solcavano le guance e i piccoli cuoricini si schiantavano sotto il dolore della perdita di quel dono tanto amato.

Gennaio, intento a far le valigie, sentendosi in colpa per quanto commesso, si armò di coraggio e corse a bussare alle porte del Tempo, chiedendo, piangendo e imprecando, di poter rimediare all’errore commesso.

Tempo, infastidito dal pasticcio generato da un gioco invidioso, eppur intenerito nel vedere le lacrime sul viso di Gennaio, posò una mano sui cirri impetuosi che formavano la folta capigliatura dell’inquieto mese e lo consolò dicendo che avrebbe provato a porre rimedio, ammonendolo di non provare mai più a sovvertire un ordine esistente da prima che il tempo avesse un nome e fosse equamente diviso tra i baldi e coraggiosi mesi dell’anno.

Tempo andò da Madre Natura.

Le valli risuonavano del pianto della giovane Merla e il colloquio, intervallato da quel lamento, fu duro e faticoso.

Parlarono a lungo, quei due, tanto che le ore si stancarono di attendere e presero a rincorrersi sui liberi prati della noia.

Quando Tempo si alzò, abbracciando Madre Natura, come per un’antica magia le lacrime si asciugarono dal volto della Merla e dei sui piccoli.

Il Sole squassò in un istante il cielo e avvolse i piccoli e la madre, in un morbido abbraccio che tolse ogni dolore.

Ritraendosi lasciò, sulle piume di quelli e degli altri merli tutti che sarebbero di lì a quel giorno venuti, splendidi ricami di luce che portavano con se giochi di rosso, viola e blu, che si scoprivano, nel luccicare del sole e a ogni movenza dei piccoli esseri.

La foresta, allora, tornò ad acquietarsi.

Anche il contadino, ignaro di tutto, ma consapevole che nella grande ruota del mondo un ingranaggio stesse cambiando per sempre, prese una seggiola e si mise a sedere nel piccolo raggio di sole che scaldava l’aia dinanzi la sua casa.

Da quel lontano giorno Gennaio conserva la sua lunga durata, ma ha imparato, talvolta, a cedere il passo alle altre stagioni.

Seguendo il patto, sancito da Tempo con Madre Natura, se i suoi ultimi giorni sono impetuosi, e freddi, e grigi, perché il suo cuore irruento non ha saputo calmarsi, la Primavera sarà dolce e mite, pronta a lenire il freddo lasciato dall’amico Inverno.

Se invece Gennaio Cuore D’Acciaio, colto dal dolore di quanto allor fatto, si rincantuccia in un angolo, lasciando modo al sole di scaldare il terreno battuto dai suoi possenti respiri di vento, per non alterare l’equilibrio delle stagioni la Primavera sarò più dura, dispensando piogge e venti che Gennaio le ha lasciato nella bisaccia.

I Merli, invece, e da allora, volteggiano neri nei cieli, padroni del tempo e dei climi, incuranti del caldo e del freddo.

La loro livrea non muta più, con il cambiar delle stagioni e il bianco è ormai un ricordo lontano, ma cattura nel sole colori sfavillanti che il nero, per sua stessa natura, non potrebbe possedere.

Capita tuttavia, talvolta, di vedere un raro esemplare di Merlo che fu.

Il suo piumaggio è bianco, di un candore irreale, ma, a ricordo di un giovane Gennaio irruento e bizzoso e a memento di quanto l’invidia possa arrecare dolore, si notano, a tratti, piccole piumette nere, distribuite con tanta grazia e sapiente maestria, da far risaltare ancora e più forte quel dolce candore, regalo di Madre Natura e di un tempo lontano, in cui Gennaio era più breve e il buon vecchio Febbraio portava sul cuore più giorni di quelli che adesso possiamo contare.

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 11.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 4 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Te la ricordi questa? LA (mia) LEGGENDA DEL FILO ROSSO.

Siedi qui che ti racconto una storia.

Una nota, una che tu sai, MA… raccontata a modo mio.

La leggenda del filo rosso

“C’è un filo, rosso come il sangue che attraversa le vene, che lega un uomo ad una donna, ne imprigiona i cuori e rende il loro legame indissolubile”.

 Viveva, tra le splendide colline ricamate dalle nevi di petali di ciliegio, nel Lontano Giappone, un ragazzo di nome Wei,il “possente”.

Il giovane possedeva una grande sensibilità e ampia era la sue conoscenza nelle più disparate materie.

L’enorme biblioteca della sua splendida casa, conteneva file e file di scaffali e, ovunque ci fosse uno spazio libero, si notavano pile di libri, come piccole torri, che riempivano gli occhi.

Non un granello di polvere osava poggiarsi su quei dorsi curati.

La mano del giovane Wei ne conosceva ogni pagina e li curava quasi fossero figli suoi.

“La mia famiglia” soleva dire “voi siete la mia famiglia”.

La giovane Hisoka, la “riservata”, figlia di Jun “l’obbediente” e Atsushi “il laborioso”, guardava spesso quel ragazzo parlare con i libri e, scuotendo la testa, e senza fare alcun rumore, si ritraeva nelle sue stanze a discorrere con i suoi genitori.

“Vedi, giovane Hisoka” le diceva spesso la madre, carezzandola con la voce, mentre era intenta a preparare il desinare o a svolgere qualche altra faccenda di casa “Il giovane Wei è rimasto orfano quando era poco più di un neonato, non ha nessun ricordo della sua famiglia, ma la sua mamma, che Daruma l’abbia in gloria, trascorreva con lui ore ed ore ed ore seduta nella vecchia biblioteca, a sfogliare con lui i libri più belli e a narrargli le leggende più antiche”.

“Certo, madre” incalzava la Giovane Hisoka, il cui nome, che in Giapponese vuol dire “riservata” disegnava alla perfezione il dolce fruscio che si accompagnava ai movimenti della ragazza, mai fuori luogo, mai invadente “Ma dovrà prima o poi uscire da quella libreria a cercare una moglie, è un giovane di tanta eleganza e delicatezza, e conoscenza. Daruma non vuole che i doni vadano sprecati”.

La saggia Jun rimproverava docilmente la figlia, ricordandole, di volta in volta, che il loro unico compito era quello di tener fede alla promessa fatta ai genitori del giovane Wei che, sul letto di morte,attanagliati da febbri contratte in paesi lontani,dove si recavano a far commercio, avevano chiesto a lei ed al suo valoroso marito, di accudire la casa, ed il figlio, come fossero loro.

Le giornate passavano, sulla collina dei ciliegi dorati.

La saggia Jun vedeva comparire, tra le sue chiome sempre nuovi e fragili accenni di bianco.

Il marito, Atsushi (il laborioso), sembrava non finisse mai di aggiustare qualcosa, di curare le piante, il vecchio bonsai del suo signore, l’orto dal quale ricavavno preziose merci da mangiare e da vendere, ma l’incedere del tempo incurvava sempre di più le ampie spalle ed il sorriso, che si spalancava sul volto, la sera, nel tornare a casa e vedere la suo cara Jun, scopriva di volta in volta, spazi sempre più ampi e gengive sempre più sottili.

Ma l’amore, tra i due, si indovina a a distanza.

Sembravano essere legati da qualcosa. Un sottile filo di magia, che gli permetteva di stringersi forte, nel vento, e non sentirsi mai soli.

Il giovane Wei, ormai diciottenne, si sorprendeva spesso ad osservare quelli che considerava al pari dei suoi genitori ed a desiderare di poter avere, un giorno, una donna anche lui, da accompagnare in quelle stanze e da far sedere, tra i morbidi cuscini della biblioteca, per leggere insieme i suoi libri e cavalcare liberi sulle onde della fantasia.

Ed un pensiero si insinuava sempre tra le righe di questo sogno: un bimbo, una bimba, o, ancor meglio , tutti e due, a far da corollario al dolce teorema chiamato matrimonio.

Venne il giorno in cui Hisoka la riservata lasciò la casa del giovane Wei per entrare in quella del marito. Una piccola e bassa casetta a poca distanza dalla sua che avrebbe permesso a lei ed al giovane sposo di aiutare Jun e Hatsushi nella cura della grande casa, compito ormai diventato pesante per gli anni che si depositavano sulle spalle dei due.

Fu un giorno di festa, ma anche di lacrime amare.

I due ragazzi, Wei ed Hisoka, erano legati da una silenziosa alleanza fraterna.

Avevano giocato spesso, assieme, negli ampi corridoi della casa paterna e si erano assopiti all’ambra dei grandi e frondosi ciliegi, incuranti dei richiami angosciati della allor Giovane Jun, madre dalla doppia responsabilità.

Ricordava sempre, Wei, come le spalle di Atsushi avessero fatto spesso da giostra e da cavallo, da sedia e da riparo dalla lacrime e, nonostante Hisoko non avesse mai parlato più di tanto e solo il suono della sua risata argentina sembrasse dare un sonoro ad un film altrimenti muto, quel giorno lui perse una fedele amica.

Il matrimonio fu gioioso e Wei poté ammirare, contento, gli sguardi d’amore che i due giovani sposi continuavano a donarsi.

In loro, come nei genitori di lei, si percepiva quello strano legame, avulso dal tempo ed insensibile alle stagioni del cuore.

Presero, d’un tratto, a danzare.

Si avvicinarono l’un l’altro, il volto di lei girato verso destra, quello di lui verso sinistra. Le loro spalle si toccarono, le braccia si sfiorarono e i mignoli delle loro mani si intrecciarono in un disegno antico, prima che le morbide note delle danze nuziali autorizzassero i presenti a prendere parte a quella gioia che nasceva, prorompente, davanti gli occhi di tutti.

Qualcosa turbò il cuore del giovane Wei, un dolore talmente forte che lo accecò di rabbia e che lo portò a correre fuori, alla ricerca d’aria, non senza prima aver strattonato ed urtato in malo modo qualcuno dei presenti.

La rapida uscita di quel ragazzo conosciuto per la sua gentilezza, lasciò per un momento tutti sgomenti, ma la festa ebbe il sopravvento e nessuno sembró curarsene più di tanto.

Jun e Atsushi, tuttavia, si guardarono fissi negli occhi. Un ombra si disegnò sui loro volti e si depositò, con rughe profonde, sulla fronte della donna: “Oh Atsushi, sapevo sarebbe successo. Sapevo che prima o poi quel cuore delicato, orfano di amore, non avrebbe retto davanti alla felicità degli altri e sarebbe cambiato per sempre”.

“Non angustiarti, mia cara Jun” risposte il marito, poggiando la mano sulla spalla della moglie, ed attirandola verso di se, fino a farle poggiare la testa sul petto “Senti come batte, qui dentro, questo cuore. Lui conosce la strada per riportare, alla mente, la ragione”.

Fuori, nella notte, lontano dalla festa il giovane Wei si aggirava, rabbioso, tirando calci a qualsiasi cosa si frapponeva tra sè ed il selciato.

Non ebbe pietà per nulla: sassi, fogli, vecchie bottiglie, persino un giovane gattino, avvicinatosi a lui per prendere le sue solite carezze, non fu risparmiato da tanta cieca furia.

Le lacrime imperversavano sul viso del ragazzo e ad ogni nuovo fiotto sembrava che il cuore si asciugasse, legando l’anima in un nodo stretto ed indissolubile, che imbruttiva il volto del delicato Wei.

 ********************************

Passarono quasi quattro anni da quella strana notte.

Anni in cui, nel cuore del ragazzo, crebbero nuvole nere, che solo a tratti lasciavano scorgere piccoli sprazzi del sereno di un tempo.

Una notte, mentre la rabbia lo portava a ripercorrere quella strada, scalciando come in quella sera in cui la figlia dei suoi servi era andata in sposa a quel giovane uomo che ormai sostituiva quasi in tutto Hatsushi, sentì una voce:

“ Dove vai con tutta questa rabbia, giovane Wei?”

Il ragazzo si voltò, nel buio, in cerca di una bocca dalla quale fossero uscite quelle parole. Ma non vide nulla.

Cercò di strizzare gli occhi, poi, pensando che fosse un gioco della sua testa, proseguì, mani in tasca, il suo gioco di calci alla vita.

“Dimmi, giovane Wei, cos’è che ti turba? Cosa rinchiude il tuo cuore in una morsa di gelo? Cosa trasforma i tuoi tratti gentili in un pugno di pelle incupita?”.

“Chi sei? Eh? Parla e mostrati se hai coraggio, ch’io non ho tempo, nè voglia, di perdermi in stupidi giochi” disse il giovane Wei nell’udire quelle parole, alzando il pugno nell’aria con fare minaccioso.

In quel mentre un vecchio Monaco uscì da un vialetto laterale, che, a quanto ricordava il ragazzo, non sembrava mai esserci stato.

Era piccolo, magro, almeno due spanne più basso di lui e portava sulla spalla un enorme sacco che sembrava volerlo schiacciare. Eppure, quando gli si avvicinò, sembrò sovrastarlo con una potenza benevola che per un momento lenì il suo cuore da quel sordo rancore.

Lo prese per mano e lo portò a sedere sotto un ciliegio odoroso.

Lo stellato cielo del Giappone riportò alla memoria del ragazzo le dolci notti trascorse tra le braccia della sua giovane madre. Un ricordo che veniva dalle viscere della terra perché il suo cuore di neonato non aveva potuto serbarne il ricordo.

“Cosa ti affligge, giovane Wei?” Incalzò il Monaco.

Il ragazzo, d’un fiato, disse quello che nemmeno a se stesso aveva mai osato dire “Vorrei anche io una famiglia, un profumo dentro cui abbandonarmi, la sera. Braccia morbide, labbra di velluto e pelle di seta da accarezzare. E piedini e manine da stropicciare, al riparo dal sole e dai venti, nella vecchia biblioteca, da veder crescere insieme alla mia sposa, ma per quanto mi sforzi non mi riesce di trovare nessuna che soddisfi il mio cuore, nè alcuna pare essere interessata a me”.

E nel dir questo reclinò la testa, scoppiando in un silenzioso pianto sconsolato, che gli squassava il petto e lo faceva trasalire ad ogni sospiro.

Il vecchio Monaco costrinse Wei ad alzare il mento e lo guardò dritto negli occhi.

“Ora ascoltami, giovane Wei. Lo vedi questo sacco che mi porto dappresso?

In questo sacco è custodito il filo rosso che serve per legare i piedi di mogli e mariti. Cosa pensi che io cammini a fare, in lungo ed in largo, in barba alla mia età, se non per legare per sempre i destini di giovani sposi?”.

Il giovane Wei aveva letto più volte la leggenda del filo rosso e la sussurrò, a mezza bocca, quasi volesse ricordarla a se stesso “ il filo rosso è un filo invisibile, che parte dal cuore. È impossibile da tagliare e una volta che due persone sono legate tra loro, saranno destinate a sposarsi, indipendentemente da quello che decideranno, o meno di fare”.

“Certo giovane Wei” disse il Monaco. “Ricordati che il filo parte dal cuore, si disegna nel reticolo delle vene, e fuoriesce, dai mignoli, alla ricerca dell’intreccio perfetto, del nodo indissolubile che lo legherà all’amata o all’amato”.

Il ragazzo, preso da una strana calma, come se il tempo si fosse sospeso, osservava il piccolo Monaco intento a cercar qualcosa nel suo enorme sacco.

“Ecco, giovane Wei. Contravvenendo a quanto imposto, ti racconto la storia del tuo filo: esiste una splendida bimba dagli occhi scuri e pelle di seta, figlia dei tuoi giovani servi, che adesso ha poco più di tre anni. Sarà lei la tua sposa, rientrata signora nella tua casa e con lei condurrai i tuoi figli al riparo dal caldo e dal freddo, tra le fila dei libri nella vecchia biblioteca”.

 Il giovane Wei, persa la calma ritrovata e sentendosi ingannato, si alzò, furibondo. “Che razza di storia è mai questa, stupido Monaco? Una bimba in sposa. E per altro la figlia di Hisoka. Ma chi credi di prendere in giro?”. Fece per prenderlo prenderlo al collo, per scaraventarlo a terra ed insegnargli che non si gioca, con il dolore degli altri, ma, come afferrò le sue vesti, il corpo del vecchio sparì nell’aria, lasciando al suo posto solo i pochi stracci che a fatica potevano chiamarsi vesti.

 

Quella notte il giovane Wei non poté riposare. Mai il suo nome sembrò essere tanto calzante, nel trascorrere delle ore.

Si aggirava, come una tigre in gabbia, nella vecchia biblioteca, sfogliando i libri che raccontavano le antiche leggende giapponesi e cercando una risposta alle parole del vecchio Monaco.

Ogni volta che un testo confermava che il disegno del filo rosso era affidato alle mani del destino e che la scelta non era controvertibile da nessun atto umano, scaraventava il libro a terra, in un sordo rumore che quelle mura non avevano mai udito.

La ormai anziana Jun ed il marito Atsushi, si stringevano tra loro, nel letto, ad ascoltare quei tonfi sordi che attraversavano le pareti e le urla di rabbia che si accompagnavano ad essi.

Le grida crescevano di intensità, come la rabbia del ragazzo, che trovava ridicolo che la sua sposa fosse la piccola bimba paffuta che si rintanava tra le gambe della madre, quando questa veniva ad aiutare la cara Jun nella gestione della sua casa.

Come se la piccola bimba fosse stata svegliata, nel cuor della notte, da un sentore antico e profondo, proruppe in un lamento straziante che fece accorrere la giovane madre presso il lettino della sua piccola.

Asuka, così si chiamava la figlia di Hisoka, un nome che porta la testa a girarsi verso il futuro: “profumo del domani”, questo il significato di quel dolce suono. Era una bimba di rara bellezza, minuta e paffuta, dall’ovale perfetto, folti capelli corvini e occhi profondi che scrutano il mondo.

 

La prese tra le braccia e la consolò a lungo, prima che quel pianto si acquietasse e le lacrime si asciugassero, lasciando ricami di luce, tra quelle splendide ciglia.

 

Wei, che aveva udito il pianto, e deciso a sovvertire l’ordine del destino, corse nella piazza del paese, dove sapeva abitava un servo che talvolta lo aiutava nelle cose più pesanti in casa.

Era una persona di infima razza, dedito al bere e amante del dio denaro.

Il suo prezzo era facile da calcolare. Bastava conoscere le ore che aveva trascorso lontano dal buon vecchio sakè ed aggiungere qualche moneta per concedergli un presto ritorno al bicchiere.

 

La conversazione fu breve. Poche parole, qualche moneta e poi l’ombra del giovane Wei, che inseguiva, anch’essa incredula, i passi del giovane che si ritraeva in casa.

 

L’alba dispiegava le sue ali leggere, nel cielo del Giappone, quando la mano dell’infame servo si abbattè, con una pugnalata, sulla fronte della piccola bimba.

Ma, mentre il coltello scendeva a colpire, gli occhi della piccola si spalancarono, come una bocca di fuoco, a guardare la mano dell’uomo che, arrestatosi a mezz’aria, non ebbe la forza di colpire come avrebbe voluto.

Non appena vide il sangue uscire, e senza accertarsi che l’opera fosse portata a compimento, scappò via. Lo seguirono le ombre nere dei suoi peccati e quegli occhi che lo avevano guardato nell’anima lo spinsero sull’orlo di un burrone, dal quale si lanciò, nel vuoto, non prima di aver chiesto perdono al suo Dio.

 

Strazianti furono i lamenti della giovane madre quando, al mattino, ritrovò la sua piccina intrisa di sangue e quasi senza respiro. Il suo giovane sposo, allora, levatosi lesto dal letto, radunò le poche cose e, preparato il carro alla svelta, portò lontano da quei luoghi nefasti la propria famiglia.

 

Trascorsero 14 anni.Il giovane Wei era ormai un uomo, stanco e provato dai propri mali e con il cuore ridotto ad una lama tagliente.

La vecchia Jun ed il saggio Atsushi riposavano, all’ombra dei ciliegi odorosi, accanto alla tomba dei suoi cari genitori.

L’antica biblioteca era avvolta da spesse ragnatele, i libri erano rimasti là, dove la furia di quella terribile notte li aveva lasciati.

Non più leggeva, Wei, nè scriveva, nè raccontava, a mezz’aria, le storie che pure tanto amava.

Trascorreva il suo tempo girando per quelle enormi stanze, assoldando e licenziando, di mese in mese, servi su servi, senza trovare la pace cui il suo cuore aspirava.

 

Un giorno, mentre era intento a sfogliar fili d’erba, nascosto nel tramonto dorato, al riparo del vecchio ciliegio, sentì una voce.

Era morbida. Sembrava una raso antico che si deposita sul volto, solleticando il naso e lasciando un profumo sottile.

Il suo cuore ebbe un sussulto. Alzò gli occhi e vide, nel riflesso del sole, il più bel volto di donna che il creato avesse osato disegnare.

L’ovale era perfetto. Incorniciato da onde setose e nere di capelli sottili che si agitavano nel magico alito della sera. La pelle, di un alabastro antico, invitava le mani a saggiarne la serica consistenza. Le labbra erano piccole, vermiglie, morbide e, nel parlare, scoprivano perle bianche, incastonate in una bocca perfetta. Gli occhi erano neri, profondi, e le ciglia, disegnate con sapiente maestria dal tocco di un pennello finissimo, incorniciavano mondi lontani e raccontavano i profumi dell’Oriente.

L’incedere era lento e sicuro. Sembrava una danza. L’esile corpo si muoveva, nel crepuscolo, descrivendo esili spalle ed una vita sottile. Le braccia erano lunghe, sinuose e le mani, piccole e minute, lisciavano la stoffa rosso vermiglio della gonna che, stretta sulla vita minuta, sembrava litigare con il candore della camicetta che lasciava intravedere un seno appena accennato, eppur docile, dove sostare a dormire.

Le esili caviglie che si intravedevano al di sotto della gonna frusciante, si appoggiavano su piedi sottili, descritti da piccole scarpette nere e basse, che li avvolgevano come un guanto sottile e seducente.

La ragazza era di una bellezza che superava tutto quanto lui avesse mai visto e letto e ascoltato ed il maturo Wei ne rimase colpito.

“Mi scusi” sentì dire, e la voce parve venire da infiniti mondi lontani “Si sente bene?” disse la ragazza, avvicinandosi, con passi leggeri e il volto corrucciato in una linea di preoccupazione “è qui, accasciato, e non ho potuto far a meno di accertarmi se tutto andasse bene”.

La ragazza si inginocchiò, accanto a lui ed il suo profumo, come una mano vellutata, penetrò nelle narici di Wei, correndo al cuore come dita sottili che iniziarono ad esplorare quel nodo antico e ormai quasi rappreso.

Wei alzò gli occhi ed incontrò, finalmente, quelli della splendida fanciulla.

Lo sguardo, ravvicinato, confermò e rese ancor più pregiato il disegno che si era stagliato, poc’anzi, nel tramonto odoroso.

Solo una piccola benda, bianca, poggiata sulla fronte della ragazza, turbava quella perfezione resasi donna.

 

Si guardarono a lungo, quei due. Gli occhi persero i confini, mentre la mano del fato distendeva, nel cielo, la pergamena su cui aveva scritto la storia di quelle due anime.

Non ci sono parole per descrivere quello che accade nei cuori, quando questi si riconoscono ed iniziano a battere all’unisono.

La bella ragazza, poco più che ventenne, prese per mano il maturo Wei e lo condusse, con mano esperta,a ripercorrere i sentieri che la sua anima pensava di aver smarrito per sempre.

Non gli occorse chiederle il nome, la provenienza e le origini, ma la giovane ragazza raccontò nel dispiegarsi delle loro parole, una triste storia. I suoi giovani genitori erano morti, per una febbre violenta, sulle alture di un piccolo monte, poco distante, cui si erano ritirati per sfuggire ad una sorte avversa.

Il maturo Wei non poté che sentire più forte la sintonia con quell’anima, che raccontava la sua stessa vita ed alla quale non doveva spiegare il dolore che portava nel cuore.

Pochi furono i giorni che portarono il cuore di Wei a risplendere ancora .

La luce che si depositava sulla sua casa sembrava essere diversa. I servi, che si erano avvicendati negli anni e che si ritiravano negli angoli al suo solo passaggio, adesso gli andavano incontro sorridendo, accogliendolo con doni e gesti cortesi.

La vecchia libreria stava piano piano, e grazie alle amorevoli cure di lei, risplendendo degli antichi fasti.

La polvere sembrava un ricordo lontano e le pile di libri ordinati, tornarono a disegnare i percorsi all’interno dei quali muoversi con passo sicuro.

A Wei tutta quella gioia non sembrava vera. Solo un’ombra turbava la sua coscienza. La piccola benda che la sua giovane donna portava sulla

fronte e che non sembrava voler togliere per nessuna ragione.

Più volte aveva provato a chiedere, a fare caute domande, ma il dolore che leggeva negli occhi di lei lo faceva ritrarre, nemmeno avesse toccato

il fuoco che arde da sempre nelle viscere della terra.

I giorni trascorrevano lenti e felici. Non ne occorsero molti perché Wei decidesse che Asuka, profumo del domani, dovesse diventare la sua sposa.

La leggiadria dei suoi movimenti, il fruscio dei suoi abiti che si muovevano per casa, le docili mani che accarezzavano le pagine dei suoi adorati libri, tutto, insomma, gli dava da credere che il suo cuore avesse trovato una casa dove abitare.

E nulla importava la distanza di età che c’era tra i due. Alla giovane non sembrava interessare e tra le sue braccia, diceva, sembrava scoprire una donna che non aveva alcuna età, se non quella del cuore.

 

La cerimonia fu semplice. Un piccolo altare, sotto il ciliegio frondoso, negli ultimi giorni di primavera, quando la pioggia di petali bianchi, lasciava ormai il passo a giovani e tenere foglie verdi.

Nonostante il desiderio dei due fosse solo quello di sancire un amore profondo, la voce che il maturo Wei avesse sciolto il nodo del suo cuore, grazie alle abili mani di una fanciulla di rara bellezza, era passato di bocca in bocca, raggiungendo tutti gli usci, anche quelli socchiusi da anni ed aveva spinto, su quella collina, un fiume di gente festosa.

 

Lui la stava aspettando, al calar della sera, mentre le colline sembrano inondate da un liquido oro lucente.

Lei, con la testa bassa, camminava leggera, tra una folla di gente che, aprendosi, lasciava passare quella giovane donna, dalla bellezza accecante.

 

Il Kimomo nuziale descriveva con maggiore precisione le sue forme perfette. Minute farfalle si libravano, con fili di seta, tra le pieghe di quella veste.

L’enorme fiocco, ambra pallido, incorniciava la schiena della ragazza e, nel crepuscolo dolce, sembrava disegnare due ali celesti, innalzando la sua bellezza la di sopra delle vette umane.

Wei sembrò superare gli anni, il tempo andato ed il dolore.

Le lacrime presero a scendere, copiose, sul suo volto, mentre pensava a quanto avesse atteso questo momento e a quanto non meritasse, in fondo, una felicità sì grande come quella che stava provando.

La ragazza si avvicinò ed alzò lo sguardo.

Nel farlo porse la mano, delicata e leggera, a Wei, tornato indietro agli anni in cui il cuore non era ancora un nodo crudele.

Il bellissimo volto alabastrino era in penombra, ma si indovinava l’assenza della piccola benda, che sempre portava.

“Mio amato, mio caro Wei, signore del mio cuore” disse Asuka, avvicinandosi leggera, ed entrando nel sottile fascio di luce che le candele iniziavano a diffondere “Sono qui, per amarti, e per essere tua. Per questo mi affido, a te, mio signore, esattamente come sono, con tutta me stessa e senza veli alcuni” e nel dir questo alzò il viso per offrire alla tenue luce delle candele quel piccolo stralcio di viso che sempre teneva nascosto.

Il maturo Wei si ritrasse, come se un pugno l’avesse colpito, allo stomaco, togliendogli la forza di respirare.

Una cicatrice violacea, che raccontava un dolore profondo, deturpava quel volta dalla bellezza perfetta, e descriveva la crudeltà di un cuore, quando il gelo e l’odio si impadroniscono dei suoi battiti.

Wei continuò ad indietreggiare, travolto dalla consapevolezza, che, d’un tratto, si palesò davanti ai suoi occhi.

Non ci volle molto perché il conto degli anni della fanciulla lo riportasse a quella notte e, inorridito da se stesso, voltò le spalle, chinando la testa, pronto a fuggire lontano.

Ma la giovane Asuka si avvicinò, dolce e decisa e messasi di fianco a lui, gli sfiorò le spalle.

“Mio dolce amore, battito nascosto del mio cuore. Ti amato dal primo istante in cui la vita mi ha fatto dono del tuo essere, abbandonato, con noncurante disprezzo, sotto questo ciliegio frondoso. Non ho chiesto chi fossi, non mi è importato della tua storia. Io, semplicemente, ti ho amato”.

“Ma..Ma..” balbettava l’affranto Wei “ma io ho fatto quanto un essere umano non dovrebbe mai fare e tu, tu, lo sapevi eh…no, ti prego, lasciami andare”.

“Io l’ho capito mio signore, dai nomi intarsiati sotto questo fazzoletto di cielo e incisi in queste lapidi che raccontano la tua e la mia storia. Ma, mio amato cuore, il mio sangue mi ha descritto il percorso dei tuoi giorni, narrando di un ragazzo che si aggirava di notte, urlando, in preda al dolore e che da esso si è lasciato portare sul fondo di un baratro amaro”.

Tutti i presenti, commossi, si strinsero gli uni agli altri, avvicinandosi ai due, quasi a voler proteggere quell’amore prezioso da un vento che poteva portarli lontani, l’uno dall’altra.

E lei continuò, gli prese la mano sinistra, lo costrinse a voltarsi e se la poggiò sul seno, dove si intuiva battere il cuore. Lui sembrò acquietarsi e prese ad osservarla, sfiorandole il volto con gli occhi. Alzò l’altra mano per accarezzare l’offesa che, inconsapevole, le aveva arrecato, ma lei lo fermò. La mise sul ventre e gli sorrise. Un sorriso che si allargava sul volto e scendeva, dritto, al cuore.

Tra la folla si sentì un brusio sommesso. Qualcuno iniziò a ricordare la piccola bimba ferita da un servo malvagio, che aveva trovato la morte sul fondo di un burrone e l’antica leggenda che voleva che il padrone della grande casa dei ciliegi dorati avrebbe preso in sposa una bimba, nata serva nella sua casa e che in essa avrebbe fatto ritorno, da padrona e regina.

Wei sentì allora un altro cuore, in quel ventre, battere più forte dei loro due messi insieme e le lacrime, che rotolavano sul viso, si trasformarono in sorrisi ed in gioia profonda.

Alzò le spalle e ruotando leggermente il corpo girò la testa, verso sinistra, mentre l’incantevole Hisoka, seguendo il movimento del corpo del suo amato, girava la sua verso destra. Le spalle si sfiorarono, le braccia si toccarono, mentre dai lori mignoli, intrecciati, scendeva una piccola stilla di sangue che andò a colorare il lembo di terra illuminato dalle candele, dando inizio alla splendida danza nuziale.

 C’è chi giura, quella notte, di aver visto che le due gocce di sangue, rotolando giù dalle dita della coppia di sposi, si allungarono in un sottile filo leggero, che, annodandosi come il fiocco di un chimono, sancì, rosso come il fuoco, il legame indissolubile della splendida Asuka e del possente e felice Wei.

 

Non c’è nulla, nel mondo, che si possa mai fare, comportamento che si possa tenere, anni di distanza che si possano contare, se il destino ha deciso, per un uomo e una donna, di aprire il vecchio sacco, prendere un pezzo del prezioso filo e farne un fiocco di indissolubile amore.

E non c’è vento che possa allontanare due anime legate strette dal filo invisibile del cuore. Per quanto forte possa essere il suo respiro, arriverà un momento in cui l’uno o l’altro, strattonato dal destino, tornerà a scontrarsi con l’amato, come due piccoli palloncini legati tra loro e naufraghi nel vento.

Per quanto possano, a tratti, volar distanti, sono gemelli: di fato, di vita, di amore.

 

Nazaria Di Biase