Al banchetto dei ricordi

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Al banchetto dei ricordi

C’è un’aria quasi fresca, stanotte.
I grilli cantano, ma più per tenersi compagnia che per raccontare l’estate.
Tra queste strade di questo minuscolo paesino i suoni sono rarefatti, e quei pochi che percepisci ti si appiccicano addosso, come gli sguardi che filtrano da dietro le persiane.
I portoni di legno antico raccontano di voci che non ci sono più p, di storie che li hanno attraversati.
Di mani stanche che si sono appoggiate cercando un sostengo a giorni stanchi e pieni di fatica. I vuoti abbracciano i pieni, in una danza di morte e di abbandono che sorride beffarda, spavalda nella sua veste scura di anni andati.
Le discese seguono salite seguite da discese.
I piedi vanno leggeri. Il silenzio si infiltra tra le mascelle serrate e ti benda gli occhi.
Poche le luci. Sparuti lampioni che sembrano uscire da illustrazioni di libri andati, nascosti, dimenticati in stanze vuote. La luce piove su poche piccole cose, le inonda, le abbacina e rende più nera la notte. Sfugge qualcosa nell’ombra. L’occhio registra un movimento che non arriva alla mente. Un animale braccato dal rumore dei passi. La tua coscienza stanca di seguir scivola via lontano. La mano prova ad arrestarla, ma si ritrae, annoiata e stanca.
Le fila delle case si stringono addosso, il passaggio è angusto, invaso di erbacce e di parole non pronunciate. La testa segue le nenie lontane, metronomo impazzito tra voci inespresse che parlano attraverso i brividi della pelle.
La salita della torre è impervia, il cuore perde un battito, ma prosegue.
Sulla nuca un respiro, un alito leggero. Il residuo di un calore umano. La mano si sposta repentina al collo e lí resta, mentre i passi vanno avanti ed il corpo gli va dietro.
Un odore si infiltra tra i capelli, scende al naso, ti apre la bocca e diventa sapore.
La lingua, ammaestrata , si spinge sul palato e deglutisce i sapori della notte.
Il sapore è metallico, ferroso.
Una lama di acciaio che taglia le gengive. L’ansia si attacca alle caviglie e ti trascina in una pozzanghera di fango dove annaspi alla ricerca di aria.
Svelto, il passo è sempre più svelto, e a tratti ora pesante, la notte è buia e la coscienza ti respira accanto, impaurita, guardinga, schiva.
Il rumore del respiro diventa rantolo leggero.
La svolta, dietro la torre, scopre un sentiero nascosto, battuto da una luce strana, fioca, che sembra salire dalla radura. Il brusio della notte sale tra le foglie, dalle radici degli alberi, si insinua nella mente, si origina tra i pensieri. Trama e ordito. Trama e ordito.
Il cerchio, davanti ai tuoi occhi, ora è perfetto, disegnato con mano incerta di bambino e battuto da sapienti passi adulti. Ripetuti, perpetrati.
Andarsene, vivere, tornare.
Il banchetto della notte ora ha inizio. Le caviglie si distendono, due mani sottili accarezzano le gambe, salendo a sfiorare la pelle, si insinuano nel ventre, salgono ai fianchi alle spalle a liberare il collo.
La lingua spinge contro il palato, alla ricerca di un sapore.
La coscienza torna, ti prende per mano, ti mette a sedere.
Ti indica la fioca luce che esce dalla feritoia sotto l’uscio.
Piano. Sai di dover fare piano.
Un respiro. La mano si poggia sull’uscio, socchiude e poi spinge.
Il passo, entrando , cambia il suo rumore. Crepita sulla pietra dura, si inerpica su per la scala, trascinato da una mano di luce che lo agguanta.
E si ferma, incantato, sulla minuscola cucina.
Le gambe vacillano, pensi di cadere. Ti appoggi, guardi, controlli.
Il vecchio camino riscalda la fresca notte in un angolo, la vecchia pentola borbotta un odore dolce, la lingua si scioglie ancora.
Ma non c’è taglio, questa volta. Un dolore buono ti sale dal cuore e rotola sulle guance, accarezza gli zigomi e si schianta nell’incavo della clavicola, a saggiare la resistenza del tuo corpo, della tua anima della tua pelle.
Il sale che scivola agli angoli delle labbra ha il sapore di un dolce rubato, proibito, perso e ritrovato.
La sedia, nell’angolo ti invita a sedere. Ti lasci cadere esausta, la vita davanti che non conosce quella che c’è dietro.
Ma il cerchio si chiude. Se andata abbastanza in giro nel mondo, hai assaggiato tanta vita, mangiato a tanti banchetti, di mille notti diverse, per sapere che è questo, il convivio più grande. Il ritorno da mille battaglie.
Il pezzo di muro su cui appoggiare le spalle stanche.
A guardar meglio c’è un piatto, qui davanti, un po sbeccato, macilento, a righe rosse e gialle.
E un tovagliolo, ed un cucchiaio antico, pesante, di quelli che hanno attraversato bocche e storie e famiglie.
L’anima si acquieta. Il corpo perde peso, non c’è più nessuna resistenza. Solo un profumo lieve che sale dal camino e ti afferra il cuore, calmando i battiti, e placando la mente.

“ Era solo paura, vieni, ora sei a casa”.
La voce sale dall’impiantito, si origina dai muri, permea la,stanza.

“La cena è pronta”
.
Il suo corpo è pesante. Di anni, di vita, di dolori e di notti in cui ha banchettato aspettando il tuo ritorno.
Si lascia cadere sulla sedia accanto alla tua. Appoggi la testa sul grembo ed il suo odore buono, antico, ti lascia cullare i tuoi pensieri. Le generazioni che si rincorrono nel sangue ti accarezzano i capelli. È stata figlia, poi madre, ora è nonna. È il centro della radura, è il ritorno dopo ogni lungo viaggio.

“La vuoi, ora, una fetta di pane e pomodoro?”

È casa. Ê la tua casa.