Buon compleanno, mio caro Blog!

IMG_0390

24.07.14

-Pronto Zazzi? Oggi stavo sistemando casa ed ho trovato una scatola con tutte le tue lettere ed i tuoi bigliettini.

-Ah, sii? (tono di voce con più Bifidus di un bancale di Activia). Embè? Che vuoi, Melà? Oggi non c’ho voglia.

-Embè che, Zazzi? Sei così brava. Anche le mie amiche lo dicono. Si commuovono tutti e si emozionano tutti. Perché non scrivi un libro? Ti prego. O apri un blog, ci metti dentro tutto quello che hai. Nel cuore e nella mente. Magari va un po’ meglio. Magari.

-Mel, ti devo lasciare. Non ho tempo. Lasciami stare.

QUALCHE GIORNO DOPO…

27.07.14

-Allora Nazà, senti: ti ho aperto il blog, su wordpress, che è tanto cool e fa pure chic.

-Melà?

-Eh..

-Chiiiiè? Ch’i fatt? Che stì ddi? I nin ti capisc!!!! Lingua bella, lingua. Mica siamo tutti poliglotti come te.

….di li a qualche istante (il tempo che io comprendessi di avere un blog) si è scatenato l’inferno….

-Nazariaamammaaaaaaaaaa, ooooooddio quanto sono contenta, ma chessoddisfazioneeeeeeee, mia figlia è una scrittrice. Mo ti devo lasciare che lo devo dire a tutto l’ufficio, poi al condominio, poi passo al supermercato, alle poste…

-Mamma? Mammaaaa?

-Al tabaccaio? Ah, si beh, pure al fruttivendolo….

-Mammaaa! Oh Mà! NON SONO UNA SCRITTRICE, Mà, ho solo un blog.

-Scusa, Nazariaamamma (voce truce)

-Eh…

-Su sto coso che fai? Scrivi?

-Si

-Oh. Geeente, venite, accorrete, annunciazione, annunciazione, mia figlia è una scrittrice.

-DDDIO BBONO Mà, sei senza speranza.


-Nazariaanonninasua che tu mi sembri Giovanni Passaguai e cuorp r quigl riavur (corpo di quel demonio n.d.r.) tutt’a te, tutt’a  te, tutt’a teeeeee (giuro su Dio fa così), mi ha detto tua mamma che t’è venuto il BLOK. Ma le verdure le mangi? Se torni a casa ti faccio pane e pomodoro e passa tutto, a nonnasua, che io lo so che da quando stai sola non mangi, t pozzan accir..

– tu tu tu tu tu…


-Ai sensi e per gli effetti dell’articolo bla, bla, bla, del codice bla, bla, bla, in base alla legge sul trattamento dei dati personali bla, bla, bla, la invito e diffido a diffondere notizie mendaci NONCHE’TENDENZIOSE sulla mia memmmmedesima persona.

-(Occhi al cielo, rotazione di 360°intorno all’orbita e di nuovo occhi al cielo) Avvocato buonasera! Come la va?

-Nazaria, senti, non scherziamo!. Se ti serve assistenza legale, lo sai: Avvocato Di Biase Mariangela, pronta a morire per Voi sotto il peso di mille denunce.

-Voi? Voi chi, Marià? Ma che ti fumi?

-Nazaria! E’ avvocatese, ignorante di una sorella che non sei altro.

-Ah, già “avvocatese”. Comunque che assistenza legale e legale, Marià, è un blog.

-Si, lo so, ma che cambia? Sempre guai puoi avere.

-Grazie eh. Grazie.


-Nazaria, sono Papà.

-Si (ma vah?) Che c’è (niente punto interrogativo. Affermazione: Che c’è).

-(Ride)

-(Mannaggiasanda mannaggia, mo ne spara una della sue)

-Mi hanno detto che stai bevendo un litro di Strega sul Campitello…

-Papà?

-Si?

-Chiudi.

TI

PREGO

CHIUDI.

-Ma l’hai capita? Campitello-Campiello, Streg…

-Papà?

-Si?

-CHIUDIIIIIIIIIIIIIII


Più o meno così (ok più “più” che “meno”) è iniziata, un anno fa, la mia avventura sul blog.

La partenza non è stata delle migliori. Non ho ben capito come farlo funzionare (temo di avere ancora qualche dubbio) e non saprei dire ancora oggi come si facciano a trovare followers o a farsi trovare.

Diciamo molto semplicemente che uso questo contenitore di emozioni esattamente come mia nonna utilizza il suo cellulare. Due tasti (like e rispondi) e tanta emozione ogni volta che trovo una notifica (lei ancora non sa chi la chiama, nonostante abbia nel cellulare solo 5 numeri, ma è sempre felice, io ogni volta che vedo una notifica riesco a sentirmi speciale).

Quello appena trascorso è  stato un anno non semplice e so che spesso tutto questo si è riverberato nelle righe che vi ho, talvolta impunemente, propinato.

E’ che io, qui dentro, ho scoperto un mondo.

Un meraviglioso piccolo mondo. Fatto di storie, di esperienze comuni.

Fatto di parole.

Ed io sono parole, come lo siete voi, come lo sono, in fondo, tutti. Anche se pochi hanno il coraggio di dirlo.

Così spesso, nel corso di giornate interminabili o in momenti che del buio hanno la connotazione più stretta, mi trovo a lasciare andare i pensieri, a briglia sciolta, nell’immensa distesa della mia mente, sapendo di poterli incanalare, poi, in qualcosa che condividerò con voi.

Nulla sostituisce un dialogo vero. Lo so. Lo so io, lo sapete voi.  Ma in questo spazio ci siamo davvero con noi stessi, con la parte più profonda, con quello che difficilmente metteremmo in mostra nel quotidiano che ci rappresenta.

Quindi grazie. Grazie di cuore.

Per ogni singolo follower, like, commento, lettura.

E no.

Non sto lì a guardare quanti siete.

162 (beh, si, dai ammetto, vi controllo) come 1, 10000 visite come 10 (oh, diamine, l’ego ce l’ho pure io e anche se ce lo so che non siete molti a me sembrate qualcosa di immenso e non mi par vero), vi voglio bene A tutti. Ma proprio A tutti, locuzione di moto A luogo, perché vorrei poter venire da ognuno di voi, abbracciarvi e ringraziarvi.

Coltivo un sogno, nella vita, che è quello di mettere su carta le mie emozioni. E voi siete il mio sogno che prende forma.

Ho pensato, in un primo momento, in questo auto-celebrativo post che in realtà è un ringraziamento a voialtri, di citare i miei blogger preferiti.

Ma poi mi son detta: diamine devo creare 162 link???? No, nun c’ha pozz fa.

Certo c’è qualcuno di più caro, o vicino, ma quel qualcuno lo sa già. Come in ogni buona famiglia o gruppo di appartenenza ci sono dei cluster ristretti, all’interno dei quali ci si intende di più, ci si capisce al volo.

Sarebbe carino, un giorno l’altro, organizzare una cena tra blogger, come millantava, in uno dei suoi strambi (ma geniali) post uno di voi (ipotesi di cena davvero esilarante, matto!) magari da organizzare in una città lontana (si, cara, TU non potevi mancare), ma, ancora una volta, torno a dire che non saprei e non potrei scegliere chi ringraziare e chi no. Chi più e chi meno.

Come ogni buon compleanno, però, un regalo arriva sempre.

Il mio è di qualche giorno fa.

Orario d’ufficio. Intravedo una notifica. Nel mentre urlavo al telefono con una signora ( Signora scriva: 20156, Milano. lei: con 2 ee? – no word please) nel vano tentativo di farmi comprendere.

Durante la (meritata) pausa caffè, apro la pagina di WordPress e trovo, impacchettato di tutto punto, il mio regalo più bello:

ospite 1

risp

23

Oh mama (cit. Jhonny Bravo – Cartoonito – madonna come so cadere in basso certe volte). Nazaria (si, quella, proprio io, proprio quella tipa lì) c’ha una ammiratrice.

Allora forse quest’anno non è proprio da buttare.

Mi sono fatta una promessa, da bambina. Una sola.

E me la sono fatta (credo, anzi ne sono certa) durante una degenza in un ospedale di Ancona. Era un martedì pomeriggio. Il tempo era uggioso. Il mare si stagliava come un’unica distesa grigia all’orizzonte.

Le mamme erano tutte raccolte nella saletta della televisione.

Noi ragazzini (venivamo da tutte le parti di Italia, ognuno con i suoi problemi) eravamo saliti all’ultimo piano dell’ospedale, in barba alle difficoltà logistiche (se ci ripenso mi vien quasi da ridere) ed alle urla del primario e delle infermiere (che però predisponevano i ricoveri mensili in modo che potessimo stare sempre insieme).

Eravamo piccoli.

Sette anni, io, massimo dieci, gli altri, che si era in un ospedale pediatrico.

Erano gli anni in cui ci si scambiava l’indirizzo e si inviavano lettere affidando i pensieri al postino. Non si immaginava nemmeno, tutto questo.

Eravamo seduti (oddio non vi sto a raccontar come che avevamo, in 3, più gesso di una fabbrica che lo produce) a guardar fuori.

Avevamo quella strana capacità di ridere che solo i bambini in certe situazioni riescono a trovare.

Michele (che c’aveva un po’ una “cotta” per me) disquisiva con Daniele (che “nemmanco” scherzava – ma il mio pigiama rosa, le stecche, il gesso ed il resto mi rendevano irreeeeeesistibile) di chi ricevesse, da me, le lettere più belle.

In tutto questo Giovanni, piccolo grassoccio ragazzetto della provincia, con un serio problema di salute, mi disse: “Nazaria falli tacere, scrivi un libro, così se lo leggono e ci fanno parlare. Tanto non ti mancano, le parole”.

Abbiamo riso. Tutti. E tanto.

Ma io ho detto si. E son promesse, quelle, che non puoi dimenticare di mantenere.

A tutti quelli che, attraversando la mia vita, mi hanno detto, a loro modo, di aver tratto piacere da una mia parola va, oggi, il più dolce dei grazie.

Il mio libro è gia qui. Siete voi. Sono i vostri occhi, le vostre parole, il tempo che mi dedicate.

La sensazione che solo voi sapete darmi, di avere un preciso posto nel mondo.

E il mio mondo è lo scaffale di una libreria.

Ed io sono, con voi, in vetta alle classifiche delle vendite annuali.

Vi abbraccio tutti.

Grazie.

Nazaria

Annunci

Dà retta a me.

  
Lo so come ti senti.

Lo capisco da quelle lacrime silenziose, che cerchi di mandare indietro con la mano.

E non ti accorgi che il trucco si scioglie.

Sei così bella, sai?

Ma tu non lo capisci.

Sistemi i capelli e intanto tiri su col naso, incassando più a fondo la testa nelle spalle.

Sei convinta che non ti veda nessuno, ma non ce la fai a restare nell’ombra.

Mi fa male il cuore solo a guardarti.

È che inciampi sempre in silenzi ingiustificati, mancate risposte, defezioni improvvise.

Magari proprio in quel giorno, come questo, o in quel momento, in cui stai ridendo.

In cui ti stai aprendo.

E allora stai male, ti arrabbi con te stessa, ti dai colpe che non hai.

I capelli, il sorriso, la lunghezza della gonna, quel punto in quella frase. Una risata di troppo.

No, ferma. Ti prego.

Non è così.

Ascoltami.

Fammi sedere di fianco, lascia che io ti racconti.

MI racconti.

E poi fa ‘na cosa: Alzalo. Quel ponte levatoio.

Evita gli assalti.

Ma anche gli avvicinamenti.

Se ti stringi forte tra le braccia, in quei pochi metri quadri della tua isola, magari (magari) ti fai meno male.

Ma tu piangi, urli, punti i piedi.

E dici che hai bisogno di parole.

Di valzer di parole.

Dà retta a me.

Ti prego.

Dà retta a me.

Il suono delle parole è bello anche a rievocarlo.

In fondo lo conosci, no? E dove ti ha portato?.

Sciogli i capelli, metti un bel vestito.

Si proprio quello. Quello lungo, a fiori.

E poi, davanti allo specchio, inizia a danzare.

Come dici? È il valzer della solitudine?

Forse.

Ma è la tua. E la conosci già.

Non può ferirti.

Dà retta a me.

È importante.

Chè di cicatrici, questo cuore, ne ha già tante.

Il Daruma.

  
 

Sono sempre rimasta stupita dal freddo di quelle mattine d’agosto, in California.

Credo che il bagaglio più grande di ogni “viaggiatore della domenica” come me, sia quello degli stereotipi.

Di viaggi mentali ne ho fatti fin troppi, con i libri poi, neanche a parlarne.

Di viaggi nel mondo un pò meno.

Mi frega il pragmatismo.

Tanto sognatrice, quanto iper-organizzatrice.

“Nazaria, a mamma, metti qualche felpa in valigia, per l’amore di Dio che poi ti viene il raffreddore ed il mal di testa”

“Oddio Ma, mi sembra che tu abbia letto Keruac, no? E baywatch? L’hai visto, si? Ecco, per favore non mi assillare”

“…Contenta tu…Poi non dire che non te l’avevo detto! Almeno portati l’Oki che mi sento più tranquilla, ti dovessi sentire male e non trovi le medicine”

Insensibile ai rimbrotti di mia madre che immaginava un’apocalittica distesa di gelo esente dalla presenza di farmacie e sulla scorta del sole della California, immaginato, letto, visto e mai vissuto, in valigia avevo, nell’ordine:

-infradito,

-short,

-canotte,

-e una pseudo maglia a maniche lunghe che ha fatto ridere persino la hostess in areo quando, alla mia supplichevole richiesta della terza coperta, mi ha sorriso con un tono di rimprovero.

“I’m a bit cold Can I have another blanket please?” avevo chiesto con tono compito, educato, ed in perfetto Inglese ( ho provato la frase almeno 4 volte in testa, prima di osare pronunciarla) e lei, con quel sorriso sornione ed un tono stucchevolmente gentile “ Sure, ma’me, but if I may….” ed io detesto i “but”…ma lei proseguì….“mi permetto di suggerirle che ha scelto un abbigliamento leggero sia per il viaggio in aereo sia, mi creda, per la destinazione che ha scelto”.

Ufficiale. Mia madre aveva superato i confini ed aveva avuto accesso al database delle hostess.

Ecco perché aveva imparato ad usare What’s app meglio di me.

 

LAX mi ha accolta con una distesa di luci nemmeno fossimo al più bello dei luna park, un crogiolo di razze talmente variopinto da farmi pensare che avrei potuto anche finire il mio viaggio seduta lì ad osservarli, uno ad uno, e tornare comunque con qualcosa di privatamente fantastico in Italia.

Adoro gli aeroporti, i porti, le stazioni, questi pezzi di mondo in cui ci si incontra, ci si scontra e magari si passa accanto a se stessi che nemmeno te ne accorgi.

Il fossato da superare per l’ingresso nel magnifico castello della città che avevo scelto per i miei prossimi 15 giorni era un mostro a non so più quante corsie, che, al confronto, farebbe impallidire anche i migliori tratti della nostra bene amata A14, con tutti i suoi cartelli “stiamo lavorando alla quarta corsia” che farebbero sganasciare dalle risate qualsiasi californiano che si rispetti.

 

A favor di fuso orario un sonno eccitato e ristoratore mi ha accompagnata nel mio primo risveglio d’oltreoceano.

E non ero preparata.

Non ero assolutamente preparata.

 

L’alba ha disseminato una luce rosa sulle strade. Una luce che filtrava dalle nuvole basse e stratificate e che annunciava un tardivo cielo azzurro.

I rumori. Netti, precisi. Non attutiti dal sonno o dal sogno, semplicemente in misura minore di quelli che si sarebbero sviluppati di li a poco.

Una variegata fauna umana popolava già le strade, sotto il balcone del

mio hotel. Affaccendate anime con il caffè in mano, che cercavano di incamminarsi nelle proprie giornate, con il sonno che offuscava gli occhi cisposi ed ancora restii al nuovo giorno .

Ed il freddo. Si. Il freddo.

Ora, una fetta significativa di amici e parenti sostiene che il mio rapporto con il freddo sia mentale e non reale. Tremo 365 giorni l’anno ( 366 se è bisestile) e sono la reincarnazione di Linus e della sua dannata copertina. Ma, a Los Angeles, la mattina (ed anche in buona parte della giornata), fa DAVVERO freddo.

Inevitabilmente l’avventuroso programma di quella giornata ha dovuto inglobare una tappa nel primo negozio di turno:

“ Hy ma’am can I help you?”

“ mmm…yes…actually” e stretta nella canotta leggera “ I’m cold, e…non è che per caso…”

“ oh sure, what about this?”

E cosa mai avrei potuto fare davanti a quel sorriso a 400 denti? Uscire frettolosamente in una trionfante maxi felpa “I LOVE LOS ANGELES”.

Come a dire “ok gli stereotipi ce li ho e li applico tutti, che cavolo”.

 

Mi sono incamminata nella città. Non avevo nessuna meta. Nessun tour organizzato. Nessuna tabella di marcia. La scelta, contraria al mio pragmatismo, era stata quella di provare a vedere lei cosa offriva, al di lá delle giostre note degli Universal Studios, di Hollywood Boulevard e di tutte le inevitabili tappe turistiche che avrei fatto senza la minima necessità di avere una guida.

Ma Los Angeles ha sempre avuto, per me, un fascino particolare, e volevo capirla. Adoro osservare. Guardare nelle finestre aperte degli altri e immaginare storie, vite e situazioni.

L’esercizio non è il giudizio, sia esso denigratorio o meno.

L’esercizio è l’immaginazione, la ricerca di nuove storie, di una nuova visione delle cose.

Ho passeggiato nelle strade che si snodavano intorno all’albergo, consumato una fantastica quanto calorica colazione Americana e sono andata a ritirare l’auto che avevo prenotato.

Mi stupisce ancora oggi la facilità con cui mi sono saputa orientare. Credo che certi luoghi, al pari di certe persone, ci scelgano. Credo che non si possa far altro che seguire il richiamo e andare.

Ne ho visti, lì, di posti. Ho lasciato mille piccoli pezzi di cuore nei punti più disparati. La camminata sul molo a Santa Monica con il suono di una chitarra hawaiana (ditemi, chi non ha sognato con Keruac di leggere “end of ruote 66”?)le spiagge di Malibú, l’atmosfera naïf di Venice Beach, il sole che si tuffava nell’oceano nel tratto di costa che porta a San Diego. E i ristorantini.

Dal fast food più noto, al peggiore localino dove si può facilmente gustare un buon BBQ affogato in talmente tanta salsa da restare svegli tutta la notte.

Ho conosciuto. Persone, luoghi, usanze.

L’italiano onnipresente, ma soprattutto il ragazzo africano arrivato ad LA per un master alla UCLA, la signora delle pulizie che ogni mattina usciva di casa con la sua aspirapolvere sulle spalle perché “alla pulizia lei ci teneva davvero”, il pazzo che mi ha spiegato che Dio esiste sempre e in ogni luogo e che la sua glorificazione doveva avvenire accettando la propria follia e coprendosi la testa di carta igienica, la ragazzina figlia di due donne, di due madri, che mi spiegava a soli sette anni, di quanto fosse fantastico avere un cane e trovare due mamme a casa, piuttosto che “un papá come lo hanno le mie amiche che ha i baffi e guarda la partita”.

 

E alla fine di ogni giornata ho riportato sempre indietro un sorriso.

Uno in più, uno ancora.

 

Ho passeggiato un pomeriggio intero in una amena stradina di Beverly Hills, nella sua parte più povera, quella vera, popolare, ad osservare le file di casette basse assorte nel rumore narcotizzante delle cicale e le auto che entravano ed uscivano dai vialetti. Ho sorriso, per oltre un’ora, guardando una signora messicana con la sua rumorosa famiglia

“come here, non lo vedi che tuo padre sta tagliando l’erba? Don’t move, please. Richiama tuo fratello”

“Honey please” sentivo rispondere il marito ad ogni incalzante richiesta della moglie “be patient”

Ho seguito tutte le evoluzioni, dal rumore del tagliaerba, fino a quello delle ruote del bidone della spazzatura trascinato sul vialetto. Ho corso come una ossessa verso la Union Station, una sera in cui mi ero attardata oltre l’orario consigliato in Downtown Center, per sfuggire ad un senzatetto che aveva iniziato a seguirmi emettendo strani suoni gutturali e che alla fine è stato caricato in malo modo su un’auto-pattuglia della polizia locale. Anche per quello ho riportato con me un sorriso. Perché ogni esperienza vale un sorriso.

E poi, una mattina, ho definitivamente lasciato che un pezzo di cuore scegliesse consapevolmente di non tornare più in Italia, ma di restare ad attendermi lì, dove un giorno io tornerò a trovarlo. Non a riprenderlo, ma a trovarlo.

 

Girovagando alla ricerca di un parcheggio, ho intravisto, con la coda dell’occhio, il fiocco di un meraviglioso kimono.

Chi mi conosce sa l’atavica passione che ho per l’Asia e per il Giappone in genere, passione che si riverbera nel mio appartamento e che trova origine nella serenità che la loro cultura e la loro particolare capacità di fare arte riescono a trasmettermi.

In sostanza ho parcheggiato e, armata di cellulare ultimo modello per far foto e condividere in tempo reale, protezione 60 (non scherzo, farà anche freddo, ma il sole é spietato) e una dose di curiosità di quelle che stupiscono addirittura me stessa, ho cercato, come fa un cane che segue la preda, di andare dietro quei passi svelti che avevo intravisto per puro caso.

È stato come entrare in un altro mondo. Una piccola enclave all’interno di una terra straniera. In un istante talmente fuggevole da passare quasi inosservato sono cambiati, intorno a me i suoni, gli odori, i colori.

“Excuse me…” ho chiesto alla prima persona che mi sono trovata accanto, un portiere in una livrea di qualche importante hotel “potrebbe dirmi dove mi trovo, non conosco questo posto e la mia guida, qui, sembra non parlarne”

Lui mi ha sorriso con il tono di chi la sa lunga, con la consapevolezza di chi vede passare fiumane di turisti, affaccendati a seguire le vie note, con il naso nelle guide statiche che raccontano una Los Angeles patinata e non troppo vera.

“Little Tokio, mai sentito nominare? Forse non c’è nemmeno, sulla tua guida, Welcome!”

“Thank you, you are so nice”

Ero entrata, senza accorgermene, a Little Tokio. Piccolissimo quartiere, anzi in sostanza piccolissimo isolato, strizzato tra la più nota Chinatown ed il quartiere madre di Los Angeles, El Pueblo, in origine poco più di caravanserraglio che, con la piccola chiesa “Nostra Senora la Reina de Los Angeles” ha segnato la nascita di questa cosmopolita città, ad opera di uno sparuto gruppo di famiglie Spagnole, mandate a colonizzare quella parte del nuovo mondo niente poco di meno che da Carlo III.

La fortuna arride gli audaci, si suol dire, ed in effetti, ho avuto l’onore di trovarmi in quel fantastico quartiere proprio nel giorno culminante del Nisei Week. Che altro non è che una sorta di Japan-pride, una meravigliosa, quanto variopinta parata di scuole di arti marziali e danze in Kimomo che mira a raccontare e glorificare la loro cultura e la capacità di inserirsi in un contesto talmente tanto ampio come Los Angeles, conservandone la natura, in un processo di interazione e di interscambio pari, a mio modestissimo avviso, a quello voluto dal Grande Alessandro, quando con una lungimiranza non troppo in uso a quei tempi, annetteva e non sottometteva le popolazioni. Io li chiamo rapporti osmotici. Sono quegli interscambi in cui si mantiene la cellula madre, ma si permette all’altro di permeare il nostro mondo uscendone arricchiti.

Sarebbe troppo complesso descrivere ogni istante di quella poliedrica giornata, ma vi basti immaginarmi con un sorriso talmente tanto ampio da esserne oggetto di scherno alla classica cena in cui, di rientro da un viaggio, si mostrano le foto agli amici.

“Nazaria, ma che avevi fatto? Sempre a ridere in queste foto”

“Ehi ragazzi, guardate questa…si era bruciata, naso e guance rosse, stile Haidy, la protezione no, eh?”

“Oh oh e la capretta? L’hai usata per la lana eh?”

“Oddio incredibile, nazá, solo tu puoi bruciarti in California imbardata in un felpa formato famiglia”

“Però che bei posti devi aver visto…”

Più che posti erano momenti, avrei voluto rispondere. Ma so che non avrebbero capito. Le emozioni si devono vivere. Ti ci devi immergere, come i fedeli nel Gange, capirne le radici e uscirne purificato ed arricchito.

Ho curiosato nel loro museo, mangiato un’immangiabile pasta cucinata da una sorta di Marrabbio dei nostri tempi (suvvia chi non ha visto Kiss me Licia), ammirato i loro piccoli negozietti, gonfi di chincaglieria della più raffinata fattezza ed ho conosciuto May, affascinante ragazza di 27 anni con indosso un originale Kimomo in seta dai toni ocra, ricamato con preziose gru arancio e oro.

L’ho fermata e le ho sorriso, rapita dai quei disegni

“ Posso” ho esitato un attimo “…posso farti una foto?”

Lei mi ha sorriso, con occhi gentili che hanno disegnato altri ricami sul Kimomo della mia felicità di quel giorno

“Of course…Let’s take it together”.

Aveva questa splendida voce argentina, come tante piccole biglie lasciate cadere dalla mano di un bambino dispettoso e che rotolano su un piano di vetro ed il suo sorriso veniva da posti lontani, si intrecciava tra gli occhi, l’anima e il volto.

“scusaci” ha chiesto ad un passante “fai una foto a me ed alla mia amica…di…Where are you from?” mi ha chiesto sorridendo “Italiana” ho detto “I’m from Italy”.

“ Oh, beautiful”e poi al passante “fai un foto a me a alla mia amica Italiana?”

 

Mi ha accompagnata nei luoghi più incantevoli della loro cultura e mi ha fatto vivere una giornata che rimarrà indelebile nella mia memoria. Mi ha raccontato il loro viaggio, la fatica di appartenere ad una etnia tanto rispettata, quanto diversa. Mi ha raccontato l’importanza di mantenere le loro tradizioni, dal vestiario, all’uso dello yen (si, i prezzi sono espressi in Yen, a little Tokio) e la felicità di appartenere comunque ad una patria tanto grande quanto l’America, senza la perdita dell’identità di appartenenza.

“I’m proud to be American, Nazaria” mi ha spiegato, arrotolando la “r” in un modo che riesco a sentire distintamente anche oggi, mentre la ricordo con affetto “so di avere la fortuna di essere nata in un paese economicamente forte, sviluppato socialmente e con ancora grandi possibilità, ma credo che non lo apprezzerei così tanto se non avessi sangue Giapponese nel cuore. La nostra cultura ci impone il rispetto, il lavoro e l’amore per le tradizioni e la famiglia. Veniamo da molto lontano, e forse portiamo ancora nel cuore le battaglie con il grande Gengis Khan”

Sai, mi raccontò “I samurai edificarono muri, sulla costa della baia di Hakata, per proteggersi, ma non furono mai troppo alti. Tre metri o giù di li. Solo un monito, penso io. Vedi, credo che questo quartiere rappresenti, in fondo, la stessa cosa. Noi proteggiamo la nostra terra e la nostra cultura, ma non ci rinchiudiamo in essa”.

 

Lei aveva un mondo, dentro, un mondo che si offriva al mio e lo toccava, indugiando sulle mie passioni, nemmeno fosse stato il tocco maldestro del fato a farci incontrare, quel giorno.

Alla fine della giornata ha intercettato un mio sguardo interrogativo, mentre passavamo accanto ad un piccolo salice piangente che si trova in una piazzetta gonfia di negozi e di ristorantini.

“Nazaria come” mi ha detto sorridendo “ti faccio vedere una cosa” e mi ha guidata al centro della piazzetta, sotto il salice frondoso.

“É usanza, da noi, soprattuto durante i periodi di festa, esprimere un desiderio. Lo scriviamo su una strisciolina di carta sottile e lo leghiamo a rami cadenti del salice con nastrini colorati, perché vibrino al vento e raccontino i desideri e ne favoriscano il compimento. Dai, fallo anche tu” e mi ha portato da una signora dalle mani gentili che, insieme ad altre, distribuiva sorrisi e nastrini colorati.

“Sai” le ho raccontato “abbiamo anche noi qualcosa del genere” Lei si è voltata interessata, intenta a far passare il nastrino, giallo, nel piccolo foro sulla strisciolina.

“ si?”

“ si chiama Fontana di Trevi. È una magnifica fontana che vale la pena visitare almeno una volta nella vita. La leggenda narra che, lanciando una monetina nella fontana, di spalle, mettendo la mano destra sulla spalla sinistra, il ritorno a Roma é garantito ma, nei secoli, il lato romantico degli esseri umani ha voluto regalargli un altro significato, identico a quello delle vostre striscioline”.

Era meraviglioso come il vento scompigliava quei desideri e li portava lontano ed era ancora più bello vedere i sorrisi di chi lasciava il proprio pensiero e se ne tornava, soddisfatto, al proprio mondo.

Ho lasciato anche io il mio bigliettino, con la mia calligrafia occidentale, più che per esprimere un desiderio, come memento per il sorriso che mi era nato dentro. May, prima di lasciarmi andare via, mi ha trascinata letteralmente in un negozietto e mi ha lasciato un altro piccolo dono, uno prezioso. Mi ha regalato un Daruma.

“Here…that’s for you” mi ha detto, porgendomi questa piccola bambola stilizzata, senza gambe, nè braccia “questa bambolina si chiama Daruma e rappresenta Bodhidharma, il primo patriarca dello Zen. Come vedi ha il volto di uomo con barba e baffi”.

Io ho preso tra le mani questo oggetto che mi appariva fantastico e di cui non avevo mai sentito parlare e l’ho esplorato con gli occhi e con la mente.

“ E dimmi, May, perché gli occhi sono bianchi?”.

Le mi ha sorriso, come se si aspettasse quella domanda.

Mi ha preso le mani e mi ha detto “La tradizione vuole che, con un inchiostro di colore nero, si debba disegnare l’iride di un solo occhio, esprimendo un desiderio, e se questo dovesse avverarsi, bisogna chiudere il cerchio disegnando anche l’altro. Pensa bene al desiderio da esprimere, Nazaria, mentre disegni il primo occhio, così che l’altro sia il coronamento di un sogno importante”.

Ho sorriso e, con le lacrime agli occhi, l’ho abbracciata e salutata alla soglia di quella piccola terra in una terra più grande.

Sono tornata in albergo, quella sera, avvolta in sensazioni più grandi di quella immensa terra che stavo visitando.

Di lì a poco il mio viaggio è terminato e LAX, stavolta, mi aveva accolto con un sorriso mesto, come quello dei genitori che accompagnano i propri figli a scuola, al ritorno dalle vacanze. Un sorriso di comprension. E condivisione.

La mia valigia era più pesante, rispetto al mio arrivo, ma non ho mai capito se fosse il mio cuore,mad essersi arricchito o se davvero il peso che sentivo fosse dovuto alle sciocchezze che ci si riporta da ogni viaggio.

Sapete, ogni tanto ci sentiamo, io e May, ed è sempre una emozione il ricordo del nostro incontro.

Il mio Daruma, invece, mi sorride ogni mattina, dal comodino, accanto al libro che di volta in volta accompagna le mie giornate.

Il secondo occhio non l’ho ancora chiuso. Ma sorvolando in aereo quella fantastica terra che è l’America e salutando come una bambina Los Angeles con la mano, ho silenziosamente deciso quando e come lo disegnerò.

 

 

 

 

 

E mica lo so, a sto punto, se va bene che il mal di testa se n’è andato.

file sera

Ho scoperto in giro che parecchi soffrono di questa cosa strana che si chiama mal di testa.
A me ad ottobre è capitato pure di dovermi disintossicare.
Ospedale e cortisone in dosi massicce per eliminare gli analgesici. Che non ho ben capito il concetto di base, ma almeno sono approdata ad un altro livello di triptani (vi prego risparmiamoci i ragionamenti sul suffisso) a cui arrivano sono quelli più bravi.
‘Sti giorni il mal di testa non mi risparmia. Io dico che è davvero un caro amico, una delle poche cose certe della mia vita, al punto che quasi mi infastidisce l’idea che il mio neurologo ritenga di averne trovato la causa.
Oggi m’ha salutata alle 4 con un dolore lancinante, ma ero abbarbicata ad un sogno talmente tanto strano, che ho benedetto il giorno in cui l’ho incontrato.
M’ha lasciata “n’amarezza”, però, che da stamattina non ne vengo proprio fuori.
È così è tutto il giorno che ci provo.
A ridere, a dire sciocchezze, a vestirmi della mia solita ironia, ma niente: sta tristezza si è arroccata da queste parti e sembra volerci dormire per un po’.
Così ho aspettato il buio, ho finto di mangiare, ho spento tutte le luci in casa e sul terrazzo, al buio, mi sono seduta a pensare.
Mi sono svestita dell’allegria, l’ho piegata ben bene per evitare di doverla stirare, poi, domani, e l’ho messa qui di fianco. Sembra profumare di pulito. Devo solo trovare il modo di indossarla di nuovo. Ma sapete come sono certe vesti: se prima non lisci la sottana che hai di sotto, fanno di quelle grinze che possono mandare a monte il migliore dei trucchi e dei parrucchi.
Ed io ci tengo ad essere carina, oh, che c’ho quasi 34 anni e se è vero che il sorriso è una delle cose più belle di una donna (maschietti vi prego, tacete) a sto punto tocca impegnarcisi davvero.
Se non fosse per questo vorticare di se e di ma che mi scompigliano i capelli, giurerei che non tira un alito di vento.
Quante ne avrei, stasera, di domande.
Ma se le ignoro, forse, vanno via senza infastidire, e domani mi sveglio già con indosso il mio abitino profumato.

Che non c’ho voglia nemmeno di parlare.

E mica lo so, a sto punto, se va bene che il mal di testa se n’è andato.
Ho bisogno di non pensare.

Butto un cuscino a terra, alzo il volume e mi appoggio a schiena nuda contro il muro ancora caldo di una giornata.

Persa per sempre e che lascia solo sedimenti in fondo al cuore.

“balla, balla signorina nella notte, nella carovana che è passata, c’eran tante collane e tutte rotte, dalle botte della vita [….] vedrai, vedrai che passerà vedrai. Vedrai, vedrai che passerà vedrai” (Mannarino – Signorina- )

Ciao, sono Nazaria, ho 33 anni e da 5 giorni non mi faccio un Selfie.

nazy

Ma porca di quella miseria ladra, che non mi far dire altro che poi divento volgare, ma sono le 16.00, fa un caldo torrido pure per me che non nemmeno cosa sia, il caldo, ma COSA DIAVOLO CI FAI a 100 anni in giro, a 25 km all’ora, con la tua scassatissima 600 colore azzurro di un tempo che fu?

Non vedo frutta, non vedo verdura e, soprattutto, non vedo ombra.

Stai a casa.

Stai a casa ddio bbono!.

(Reitero) Stai a casa (tu che puoi).

Ora: io non ce l’ho con i vecchi (eh si, dai, so vecchi).

C’ho pure io una nonna che adoro e che è la mia vita, ma, a sua discolpa e onore congiuntamente, lei, la patente, non l’ha proprio presa.

Che già lo sapeva che poi un giorno diventava vecchia.

Comunque tutto questo non c’entra. Io “CI VOGLIO BENE AI VECCHIARELLI” e davvero, chè sono la nostra memoria storica e la certezza che veniamo da un posto bello e puro. E, a tratti, migliore.

E’ tutta colpa (del mio nervosismo, intendo) di uno studio della California di questi giorni.

Intanto mi fa imbufalire che studiano solo in California, che io me li immaginavo come un popolo di surfisti pazzi, tutti dediti alla bella vita, e invece salta fuori che vivono vitanaturaldurante nei laboratori.

In questo studio, poi, sostenevano (fonte attendilissima: link facebook) che il caldo di questi giorni avrebbe aumentato l’isteria, gli omicidi di massa, la fame nel mondo, il busco nell’ozono, il debito della Grecia, la puzza di sudore negli autobus (dramma del grande blogger Albi) nonché, ovviamente, il prezzo delle zucchine al mercato, che quello, si sa, è il vero male moderno.

(il mio amico Abdul, però, le vende sempre a 0,99 nel suo sgangherato carretto. Certificate terra dei fuochi, of course. Buone, in verità. C’hanno un certo gusto di non so che. Non so. Che? Boh.)

Comprenderete bene che non si può contraddire uno studio del grande e potente State Of Sun, quindi ho voluto trovare un modo per onorarlo.

E quindi mi so arrabbiata con il primo che ho incontrato.

Se fosse stato un orso marsicano vagante per le strade, fuggito da moglie e figli? Idem.

Un procione in cerca di spazzatura? The same.

Una lucciola in cerca di lanterne? Le meme.

Tornando a quella rotonda, a quell’esatto istante in cui ho incontrato quella coppia di (arzilli) vecchietti, al caldo, alle ferie che non arrivano e tutto il resto, mi viene da pensare che fosse proprio un momento strano. O uno strano momento.

Stavo armeggiando con una ondata di ricordi che, come un effetto domino, stavano scaricando tutta la loro potenza sulle mie spalle.

A quanti mi conoscono è inutile che io dica che stessi piangendo. Per quanti, invece, mi leggono già, o per i nuovi (oh, io spero sempre ci siano) vi informo che c’ho un problema all’impianto idrico, quindi indipendente dalla mia volontà.

E’ che oggi ho avuto il piacere di leggere un bel post.

Uno di quelli che ti restano dentro, uno di quelli che ti chiedi che razza ci faccia quella persona persa nell’etere ristretto di un immenso blog come il nostro, invece di star seduta impalata di fronte alle vetrine della Feltrinelli, mentre il titolo del suo romanzo campeggia al decimo posto dei più venduti della settimana (sempre dal basso si parte, miei cari. Si ha più gusto nella salita).

Dicevo, ho letto questo post.

Ed era bello, era evocativo. Raccontava emozioni e vissuti andati.

Ma di quelli pieni e rotondi, come la “O” detta da un bambino che inizia a parlare e a giocare con il suono della propria voce.

I ricordi hanno uno strano modo di influenzarsi, tra di loro, e così capita che, mentre vivi la vita di un altro seduta tra le sue righe, ti senti solleticare alle spalle dalla tua, di vita.

Che poi è sempre quella passata, quella un po’ sepolta.

Quella che ti sa e che fa male.

Ed era dicembre.

Quell’anno era un dicembre strano. Freddo, come sempre per la mia città, ma piovoso.

Noi non so bene quanti anni avessimo. La collocazione temporale tende a sparire, insieme alla necessità di seppellire un ricordo, una emozione, qualcosa che, insomma, ci fa accapponare la pelle.

Lei era bellissima. Oh, voi non potete sapere.

Mia madre è bella ancor ora, ma allora, in quegli anni, in quei momenti, era davvero bellissima.

Provavo quasi rabbia ad essere la figlia insignificante e scialba di una donna così bella.

Soldi non ce n’erano. No. Come è capitato a tanti di voi. Come capita a tutti, chè la vita, si sa, non è parca di problemi con nessuno.

Ma era Natale. E a Natale i ricordi ti vorrebbero sempre un po’ incosciente. Soprattutto i ricordi da bambino. Incosciente, felice, satollo e pieno di regali da scartare.

Comunque dicevo. Soldi non ce n’erano. E alla tredicesima mancava ancora qualche giorno. E lei era lì, bellissima davvero, nel suo montone viola a tentare di fare un prelievo al bancomat.

Non c’è riuscita.

Ha tutto uno strano modo di ostinarsi, lei.

Un modo che poi, forse, ho fatto mio.

Rifiutare l’ineluttabilità degli eventi e credere che sia un fortuito caso che se insisti si risolve da solo.

E capita così che giri per un’ora, a provarli tutti, i bancomat della tua città. Faceva freddo, anche se era quasi ora di pranzo. E noi le andavamo dietro.

Nel ricordo la grande è accanto a lei. Adirata. La piccola mi segue a ruota.

Forse ci tenevamo per mano, non so.

Credo che tutti parlassero.

Mia sorella maggiore in tono alterato. Mia madre, invece, cinguettava scimmiottando una felicità che non le apparteneva, e rassicurandoci che sarebbe andato tutto bene, che era il bancomat, la vita, i casini, Dio. Non lo so.

La minore rispondeva a quel canto di madre. Era fiduciosa lei, in fondo poi come l’altra, anche se il viso sembrava raccontare altro.

Le cose in qualche modo si sarebbero risolte.

Si. Certo.

Io osservavo. Per quanto risulti difficile a crederlo sono stata, fino ad un certo punto della mia vita, una bambina molto silenziosa.

Credo che le parole siano iniziate a venir fuori a fiumi per esigenza.

Odio i silenzi densi (così li chiamo io), necessito di coprirli. Con la mia voce (spesso) ci sono riuscita. Dove non arriva la mia voce, quando troppo stanca per venir fuori, ci sono i libri. E la scrittura. Pur sempre la parola è il rumore di fondo. E nella testa ogni parola, letta, o scritta, fa rumore.

Alla fine a mia madre è venuta una idea.

Erano gli anni in cui se firmavi un assegno ti davano in cambio liquidità e poi lo incassavano di lì a qualche giorno.

E così ne abbiamo cambiato uno ad un benzinaio.

Ricordo ancora il nome, Antonio. E la sua stupida e ridicola maglietta azzurra che spuntava da una cappotto giallo, troppo grande per lui, ma dentro il quale poteva nascondere la vita, i dispiaceri, ed il desiderio di tornare a casa da moglie e figli.

Perchè io ero certa che li avesse.

Moglie e figli ad attenderlo, intendo.

Magari di quelle un po’ grasse e con le pantofole sfondate, che sfornano figli felici, perchè ignoranti e sicuri della pentola che ribolle sugo. E odio. Ed insoddisfazione.

Ricordo mia madre.

E’ salita in macchina. La testa incassata nella spalle, il peso di quel Natale che le scivolava sulla testa, l’angoscia di quell’assegno che rientrava da lì a qualche giorno. Probabilmente insoluto.

E l’ho odiata. Si. L’ho fatto.

E me ne pento ancora adesso, in qualche notte insonne in cui mi sento ingrata. Una scialba e banale figlia ingrata.

Ho odiato il tono felice con cui si è girata, da lì a poco, per chiederci se ci andava magari, quella sera, oltre alla solita pasta del solito cenone, anche qualcosa di diverso.

Ma non ho odiato lei.

No. E come si può.

Voi non avete vissuto con lei. E non potete nemmeno immaginare di quanto si sia sbattuta, negli anni, per mettere a posto i pezzi di un puzzle che perdeva angoli da tutte le parti.

Ho odiato quella foto di me, rimasta impressa nella testa, di bambina silenziosa che assiste alla disfatta di una famiglia.

E’ che questo ricordo non mi tornava in mente da un po’. Forse da sempre.

Ma i ricordi, si sa, fanno un po’ come gli pare, che sennò non sarebbero ricordi, ma progetti, o rievocazioni. I ricordi sono qualcosa che non sai di avere fino a quando non ci sbatti la testa.

E magari fa male. E magari ci piangi, come in questa sera silenziosa e caldo, mentre il cane rosicchia la vita ai miei piedi.

Ma pur sempre ce li hai. E se fanno male è perchè hai amato tutti gli attori che li compongono.

Non so perchè, ma è un ricordo che fa male.

Di una banalità infinita, forse, ma doloroso.

Vorrei cancellarlo, sostituirlo con un’altra foto, meno ingiallita dal tempo, ma in fondo siamo quel che siamo per ogni singolo istante che abbiamo vissuto.

Non lo so come ci sono finita lì. Quel post, un bel dialogo oggi, la vita che ti si srotola davanti come uno strano film che conosci e che comunque apprezzi, fatto sta che in quella rotonda, insieme alle teste dei due vecchiarelli, piccole e basse, è tornata la mia mamma e le mie sorelle.

E sono tornata io, in quella immagine di bambina silenziosa, che mi segue da qualche giorno.

Poi, per fortuna, il cellulare ha suonato, una mia amica si è lagnata abbastanza significativamente del caldo e mi è tornato in mente lo studio californiano.

Ma Santoiddio, ma non potevano restare a fare Surf?

Ecco, io dico, hanno comunque omesso un effetto del caldo : rievocazione non autorizzata di ricordi andati.

Nel frattempo un altro messaggio mi salva da me stessa ancora una volta. Parecchi sembrerebbero essersi accorti del cambio foto profilo su Whatts App. Qualcuno commenta che erano giorni che non mi facevo un selfie. Ah già, i selfie. Quella specie di auto-celebrazione in cui tu sei a tal punto il peggior giudice di te stesso da cancellare carrellate e carrellate di foto (che presuppongono un altro mare di foto mal fatte).

Beh sapete cosa le ho risposto? Ciao, sono Nazaria, ho 33 anni ( a breve 34) e, persa nel mare di ricordi di queste ore, mi sono accorta che sono 5 giorni che non mi faccio un selfie.

Vorrei averli potuti fare ad ogni momento della mia vita.

I selfie intendo.

Che a trascorrerci queste serate d’estate sarebbe stato come sfogliare un bel vecchio e caro libro.

Ma il selfie presuppone consapevolezza di essere attori. Non so quanta ne avessi, allora. O forse non spevo di averla.

Odore di pizza e vociare di amici.

1

Estate
Caldo
Terrazza
Peroni Chill lemon (mamma non predicare è a bassa gradazione alcolica!)
Libro di McGrath di fianco (Follia, ndr).
Santo cavolo di un cellulare sempre a vibrare.

Cena: andata.
Lavoro: finito.
Amici: ok.
Status sociale: me&me (it’s so fantastic).

Mo… Iniziamo con una disincantata analisi su me stessa.
Se mi guardo allo specchio ho le ginocchia sbucciate.
Eh si. Ma mica pochino come potete pensare voialtri.
Stavolta sono caduta e mi sono fatta veramente male.
Ora, a mia discolpa, diciamo che più che “cadere” sono inciampata contro una “mazzata” epocale che devo ancora ben discutere con il padreterno (quello stesso che imploravo qualche post fa di fornirmi di vescica auto pulente notturna).
Un dolore atroce, che mi ha piegata per diversi giorni e che si è insinuato ora, mentre sta imparando a fare meno male, tra le pieghe della pelle.
Ci costruirò la mia vita intorno, inglobandolo e portandolo con me.
Chè ogni dolore aiuta a crescere, dal più piccolo al più grande. E costruisce ciò che siamo.

Mi sono scoperta capace ancora una volta di rialzarmi, di decidere di andare avanti e seppur con Tintura di Iodio da portare sempre in borsa, questa esperienza mi ha insegnato che ce la possiamo fare. Sempre e comunque, perché a nessuno di noi è mai dato sapere cosa riserva il fato e se esso si manifesterà in modo funesto o benevolo.
Comunque sia è il fato.

E per ogni colpo, o caduta, o acquazzone che ti colga quando indossi gli abiti più leggeri del tuo guardaroba, c’è sempre (e davvero c’è sempre) il bene/maledetto rovescio della medaglia.
Io lo chiamo “maniglione antipatico”, che poi è quella cosa cui ti aggrappi disperatamente per sfuggire da una situazione.
Però, a rifletterci bene, l’apertura è sempre verso l’esterno, verso qualcosa di nuovo, mai visto, magari insperato.
Comunque sia aperto.
Un posto dove la mente può spaziare.

Erano le 23.35 del 28.06.2015 ed io, incapace di trovare una maniglia cui appigliarmi, scrivevo questo:

Ho tolto le lenzuola, mamy.
C’era ancora la tua piccola macchietta di pipì.
Le ho piegate e le ho messe accanto a me. E adesso faccio uno stupido gioco.
Ti chiamo. Da più di qualche minuto. Aspetto di sentire il rumore di cavalluccio sul parquet. Ma non succede proprio nulla. Eppure giurerei che sei ancora qui.
Non sono ancora riuscita a lavarmi.
Togliermi la maglietta e il pantalone dove ti ho stretto forte.
Non c’è il tuo odore sopra. No. Tu profumavi di nulla. Quell’odore che ora credo sia degli angioletti.
Ma penso che se mi spoglio, se tolgo le mie cose, allora tu vai via.
Sai, ho visto una signorina, oggi.
Cicciottella. Ma sono sicura a te piacerebbe. Ci avresti giocato. Nel tuo modo un po’ irruento. Pulcettino monello. Ci avresti giocato come solo tu sapevi fare.
Vorrei portarla a casa.
Darle la tua cuccia. E un po’ di quell’amore smisurato che adesso sembra essere solo di troppo.
Che dici amore mio? Potrai mai perdonarmi? Potrai mai capire che mai nessuno sarà come te, ma che ho bisogno di colmare quel vuoto?
Ti vedo disteso al sole nel tuo triangolino di luce. Credi che piacerà anche a lei?
Dimmi di si amore di mamma. Dimmi che posso farlo.
Dimmi che comprendi che il mio amore, per te, non sarà mai intaccato.
Mi resterà per sempre, di te, l’istante in cui ti ho scelto.
Pollicina è bella. Ma non sarà mai te.
Non te me andare, mamma.
E resta a giocare con me.
Piccolo Ares non andartene via da me.

Di lì a qualche giorno ho sentito suonare alla porta.
Ho aperto tra i fumi di un sonnellino pomeridiano che mi aveva colta (abbastanza impreparata) letteralmente accartocciata nel divano in cui tentavo di rifugiarmi da qualche giorno.

Lì per lì non ho visto niente.
Poi qualcosa mi ha inumidito le gambe ed ho scoperto un adorabile musino.
Pollicina era arrivata, era a casa. Era con me.

Dietro di lei un fantastico odore di pizza, ed il vociare dei miei amici.
Di quelli che si sono uniti e sono riusciti a dare un senso logico finanche ad un gruppo su Whatts App (sono candidati al Nobel).
Mi hanno regalato Pollicina.

Oggi, mentre frettolosamente mi vestivo, imprecando contro il tempo, l’orologio (che giuro su Dio ce l’ha con me), i vestiti che non andavano a tono con l’orecchino appena scelto e amenità simili, con la coda dell’occhio ho intercettato questo:

22

Ditemi ora voi sei io non devo pensare di essere sempre, e comunque, fortunata.
Lei era lì. Proprio lì. In QUEL preciso, piccolo e tanto caro triangolino di luce.

Grazie ragazzi.
Grazie Laura, Danilo, Melania,

 Andrea, Cinzia, Laura, Giuseppe, Mariangela.

Grazie perché oltre a regalarmi il sorriso di nuovo e a colmare un vuoto, mi avete regalato una immagine di me diversa. Migliore. Più vera.

E ora fatemi andare. Santa Pollicina delle 7 piaghe ha deciso di distruggere il cestino in cui tengo le sue cose.
Pollicinaaaaaaaaaa vieni quì!

(Ps. In tutto questo c’è qualcuno che mi ha detto, strappandomi un sorriso, che vuole diventare me. Mia Mel. Mia dolce, dolce, Mel. Lo sai, si? Il bene che ti voglio. No. Non credo tu possa nemmeno immaginarlo)