Ciao, sono Nazaria, ho 33 anni e da 5 giorni non mi faccio un Selfie.

nazy

Ma porca di quella miseria ladra, che non mi far dire altro che poi divento volgare, ma sono le 16.00, fa un caldo torrido pure per me che non nemmeno cosa sia, il caldo, ma COSA DIAVOLO CI FAI a 100 anni in giro, a 25 km all’ora, con la tua scassatissima 600 colore azzurro di un tempo che fu?

Non vedo frutta, non vedo verdura e, soprattutto, non vedo ombra.

Stai a casa.

Stai a casa ddio bbono!.

(Reitero) Stai a casa (tu che puoi).

Ora: io non ce l’ho con i vecchi (eh si, dai, so vecchi).

C’ho pure io una nonna che adoro e che è la mia vita, ma, a sua discolpa e onore congiuntamente, lei, la patente, non l’ha proprio presa.

Che già lo sapeva che poi un giorno diventava vecchia.

Comunque tutto questo non c’entra. Io “CI VOGLIO BENE AI VECCHIARELLI” e davvero, chè sono la nostra memoria storica e la certezza che veniamo da un posto bello e puro. E, a tratti, migliore.

E’ tutta colpa (del mio nervosismo, intendo) di uno studio della California di questi giorni.

Intanto mi fa imbufalire che studiano solo in California, che io me li immaginavo come un popolo di surfisti pazzi, tutti dediti alla bella vita, e invece salta fuori che vivono vitanaturaldurante nei laboratori.

In questo studio, poi, sostenevano (fonte attendilissima: link facebook) che il caldo di questi giorni avrebbe aumentato l’isteria, gli omicidi di massa, la fame nel mondo, il busco nell’ozono, il debito della Grecia, la puzza di sudore negli autobus (dramma del grande blogger Albi) nonché, ovviamente, il prezzo delle zucchine al mercato, che quello, si sa, è il vero male moderno.

(il mio amico Abdul, però, le vende sempre a 0,99 nel suo sgangherato carretto. Certificate terra dei fuochi, of course. Buone, in verità. C’hanno un certo gusto di non so che. Non so. Che? Boh.)

Comprenderete bene che non si può contraddire uno studio del grande e potente State Of Sun, quindi ho voluto trovare un modo per onorarlo.

E quindi mi so arrabbiata con il primo che ho incontrato.

Se fosse stato un orso marsicano vagante per le strade, fuggito da moglie e figli? Idem.

Un procione in cerca di spazzatura? The same.

Una lucciola in cerca di lanterne? Le meme.

Tornando a quella rotonda, a quell’esatto istante in cui ho incontrato quella coppia di (arzilli) vecchietti, al caldo, alle ferie che non arrivano e tutto il resto, mi viene da pensare che fosse proprio un momento strano. O uno strano momento.

Stavo armeggiando con una ondata di ricordi che, come un effetto domino, stavano scaricando tutta la loro potenza sulle mie spalle.

A quanti mi conoscono è inutile che io dica che stessi piangendo. Per quanti, invece, mi leggono già, o per i nuovi (oh, io spero sempre ci siano) vi informo che c’ho un problema all’impianto idrico, quindi indipendente dalla mia volontà.

E’ che oggi ho avuto il piacere di leggere un bel post.

Uno di quelli che ti restano dentro, uno di quelli che ti chiedi che razza ci faccia quella persona persa nell’etere ristretto di un immenso blog come il nostro, invece di star seduta impalata di fronte alle vetrine della Feltrinelli, mentre il titolo del suo romanzo campeggia al decimo posto dei più venduti della settimana (sempre dal basso si parte, miei cari. Si ha più gusto nella salita).

Dicevo, ho letto questo post.

Ed era bello, era evocativo. Raccontava emozioni e vissuti andati.

Ma di quelli pieni e rotondi, come la “O” detta da un bambino che inizia a parlare e a giocare con il suono della propria voce.

I ricordi hanno uno strano modo di influenzarsi, tra di loro, e così capita che, mentre vivi la vita di un altro seduta tra le sue righe, ti senti solleticare alle spalle dalla tua, di vita.

Che poi è sempre quella passata, quella un po’ sepolta.

Quella che ti sa e che fa male.

Ed era dicembre.

Quell’anno era un dicembre strano. Freddo, come sempre per la mia città, ma piovoso.

Noi non so bene quanti anni avessimo. La collocazione temporale tende a sparire, insieme alla necessità di seppellire un ricordo, una emozione, qualcosa che, insomma, ci fa accapponare la pelle.

Lei era bellissima. Oh, voi non potete sapere.

Mia madre è bella ancor ora, ma allora, in quegli anni, in quei momenti, era davvero bellissima.

Provavo quasi rabbia ad essere la figlia insignificante e scialba di una donna così bella.

Soldi non ce n’erano. No. Come è capitato a tanti di voi. Come capita a tutti, chè la vita, si sa, non è parca di problemi con nessuno.

Ma era Natale. E a Natale i ricordi ti vorrebbero sempre un po’ incosciente. Soprattutto i ricordi da bambino. Incosciente, felice, satollo e pieno di regali da scartare.

Comunque dicevo. Soldi non ce n’erano. E alla tredicesima mancava ancora qualche giorno. E lei era lì, bellissima davvero, nel suo montone viola a tentare di fare un prelievo al bancomat.

Non c’è riuscita.

Ha tutto uno strano modo di ostinarsi, lei.

Un modo che poi, forse, ho fatto mio.

Rifiutare l’ineluttabilità degli eventi e credere che sia un fortuito caso che se insisti si risolve da solo.

E capita così che giri per un’ora, a provarli tutti, i bancomat della tua città. Faceva freddo, anche se era quasi ora di pranzo. E noi le andavamo dietro.

Nel ricordo la grande è accanto a lei. Adirata. La piccola mi segue a ruota.

Forse ci tenevamo per mano, non so.

Credo che tutti parlassero.

Mia sorella maggiore in tono alterato. Mia madre, invece, cinguettava scimmiottando una felicità che non le apparteneva, e rassicurandoci che sarebbe andato tutto bene, che era il bancomat, la vita, i casini, Dio. Non lo so.

La minore rispondeva a quel canto di madre. Era fiduciosa lei, in fondo poi come l’altra, anche se il viso sembrava raccontare altro.

Le cose in qualche modo si sarebbero risolte.

Si. Certo.

Io osservavo. Per quanto risulti difficile a crederlo sono stata, fino ad un certo punto della mia vita, una bambina molto silenziosa.

Credo che le parole siano iniziate a venir fuori a fiumi per esigenza.

Odio i silenzi densi (così li chiamo io), necessito di coprirli. Con la mia voce (spesso) ci sono riuscita. Dove non arriva la mia voce, quando troppo stanca per venir fuori, ci sono i libri. E la scrittura. Pur sempre la parola è il rumore di fondo. E nella testa ogni parola, letta, o scritta, fa rumore.

Alla fine a mia madre è venuta una idea.

Erano gli anni in cui se firmavi un assegno ti davano in cambio liquidità e poi lo incassavano di lì a qualche giorno.

E così ne abbiamo cambiato uno ad un benzinaio.

Ricordo ancora il nome, Antonio. E la sua stupida e ridicola maglietta azzurra che spuntava da una cappotto giallo, troppo grande per lui, ma dentro il quale poteva nascondere la vita, i dispiaceri, ed il desiderio di tornare a casa da moglie e figli.

Perchè io ero certa che li avesse.

Moglie e figli ad attenderlo, intendo.

Magari di quelle un po’ grasse e con le pantofole sfondate, che sfornano figli felici, perchè ignoranti e sicuri della pentola che ribolle sugo. E odio. Ed insoddisfazione.

Ricordo mia madre.

E’ salita in macchina. La testa incassata nella spalle, il peso di quel Natale che le scivolava sulla testa, l’angoscia di quell’assegno che rientrava da lì a qualche giorno. Probabilmente insoluto.

E l’ho odiata. Si. L’ho fatto.

E me ne pento ancora adesso, in qualche notte insonne in cui mi sento ingrata. Una scialba e banale figlia ingrata.

Ho odiato il tono felice con cui si è girata, da lì a poco, per chiederci se ci andava magari, quella sera, oltre alla solita pasta del solito cenone, anche qualcosa di diverso.

Ma non ho odiato lei.

No. E come si può.

Voi non avete vissuto con lei. E non potete nemmeno immaginare di quanto si sia sbattuta, negli anni, per mettere a posto i pezzi di un puzzle che perdeva angoli da tutte le parti.

Ho odiato quella foto di me, rimasta impressa nella testa, di bambina silenziosa che assiste alla disfatta di una famiglia.

E’ che questo ricordo non mi tornava in mente da un po’. Forse da sempre.

Ma i ricordi, si sa, fanno un po’ come gli pare, che sennò non sarebbero ricordi, ma progetti, o rievocazioni. I ricordi sono qualcosa che non sai di avere fino a quando non ci sbatti la testa.

E magari fa male. E magari ci piangi, come in questa sera silenziosa e caldo, mentre il cane rosicchia la vita ai miei piedi.

Ma pur sempre ce li hai. E se fanno male è perchè hai amato tutti gli attori che li compongono.

Non so perchè, ma è un ricordo che fa male.

Di una banalità infinita, forse, ma doloroso.

Vorrei cancellarlo, sostituirlo con un’altra foto, meno ingiallita dal tempo, ma in fondo siamo quel che siamo per ogni singolo istante che abbiamo vissuto.

Non lo so come ci sono finita lì. Quel post, un bel dialogo oggi, la vita che ti si srotola davanti come uno strano film che conosci e che comunque apprezzi, fatto sta che in quella rotonda, insieme alle teste dei due vecchiarelli, piccole e basse, è tornata la mia mamma e le mie sorelle.

E sono tornata io, in quella immagine di bambina silenziosa, che mi segue da qualche giorno.

Poi, per fortuna, il cellulare ha suonato, una mia amica si è lagnata abbastanza significativamente del caldo e mi è tornato in mente lo studio californiano.

Ma Santoiddio, ma non potevano restare a fare Surf?

Ecco, io dico, hanno comunque omesso un effetto del caldo : rievocazione non autorizzata di ricordi andati.

Nel frattempo un altro messaggio mi salva da me stessa ancora una volta. Parecchi sembrerebbero essersi accorti del cambio foto profilo su Whatts App. Qualcuno commenta che erano giorni che non mi facevo un selfie. Ah già, i selfie. Quella specie di auto-celebrazione in cui tu sei a tal punto il peggior giudice di te stesso da cancellare carrellate e carrellate di foto (che presuppongono un altro mare di foto mal fatte).

Beh sapete cosa le ho risposto? Ciao, sono Nazaria, ho 33 anni ( a breve 34) e, persa nel mare di ricordi di queste ore, mi sono accorta che sono 5 giorni che non mi faccio un selfie.

Vorrei averli potuti fare ad ogni momento della mia vita.

I selfie intendo.

Che a trascorrerci queste serate d’estate sarebbe stato come sfogliare un bel vecchio e caro libro.

Ma il selfie presuppone consapevolezza di essere attori. Non so quanta ne avessi, allora. O forse non spevo di averla.

viaggi

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Sai Mel… Tutti i giorni della vita sono una viaggio.
Attraversiamo infinite strade che ci attraversano.
Scopriamo posti nuovi, persone nuove.
O, alle volte, riconsegniamo a noi stessi piccole parti che avevamo creduto perse o che non ricordavamo nemmeno di avere.
Ripercorriamo sentieri noti, ridiamo di vecchie emozioni e ci struggiamo di malinconia per un futuro che in certi giorni sa già di passato.
I sogni di bimba si infrangono con il presente, duro, beffardo, alle volte arrogante.
Ma presente.
Ma se viaggi Mel… Se viaggi, anche solo da ferma, con la tua splendida testa, con il tuo splendido cuore, con l'anima che solo tu puoi avere… Vedrai che caleidoscopio è la vita.
E non importa se alle volte cadrai… Girati indietro, di fianco, accanto…
Non la vedi la mia mano?
Cosa pensi ci stia a fare io qui, se non sorreggerti, da te sorretta?
Cosa pensi che siano questi anni tra di noi?
Briciole di ricordo?
Sono battiti Mel Mel… Sono battiti dei nostri cuori…
Buon Viaggio

A mia sorella…

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Piccola Mel Mel,
ogni tanto mi viene da parlare con te attraverso un foglio di carta, e forse sei l’unica per cui la mia penna si muove ancora….
Ho perso tanto di me in questi anni, che alle volte fatico a ritrovarmi, a ricordare quei tempi in cui io e te uscivamo per fare le brutte figure e riderci su….
La vita con noi è stata un pò dura, ci ha regalato attimi eterni che poi sono rimasti solo attimi, con l’amaro dubbio che fosse solo un sogno…
E ogni volta, con le unghie, abbiamo risalito la china delle nostre sconfitte, per tornare a splendere ancora…
Tante volte guardo te, guardo me, gli occhi che portano segni profondi, dolori di anni che altri avrebbero conosciuto solo con molti anni…
E noi…. Con il nostro misero bagaglio di tempo, colmo e ricolmo di istanti, ci facciamo largo in questo mondo un pó stretto e un pó largo…
Ma poi….ogni tanto…. la tua bocca si apre in un largo sorriso, una risata, che viene dai tuoi sconfinati mondi profondi, si fa largo tra la crosta del quotidiano e squassa tutto, con una deflagrazione tuonante…
Allora sento sulla pelle la MIA pelle, piccola Mel, e vorrei darti tutto il mondo tra le mani…
tra le tue piccole mani…
Vorrei essere felice per me e per te, vorrei dirti mille cose..
Regalarti una emozione…
Ma gli anni hanno reso forte anche te, come la terra bruciata dal sole.
E allora capisco che forse sarai tu a regalare un giorno a me il mondo e a metterlo nelle mie grandi mani sognatrici…
Sei qualcosa di più di un legame di sangue.
Sei qualcosa di viscerale, di totale, di globale per me…
Mi affascini, mi fai vibrare, arrabbiare.
Mi fai sentire sconfitta e gigante.
Mi guardi e mi penetri.
Anni di vita tra noi e mai un grazie…
Perchè, tra di noi, non sei la sola a non saper stare senza di me…
Grazie.
A te.
Di non avermi MAI lasciata… negli enormi spazi vuoto della mia vita.