Un camion fermo ad aspettare

Ho un rumore nell’orecchio.No. No il solito.

Quello lo so che lo sapete che ce l’ho.

Ho un nuovo rumore nell’orecchio.

A sinistra.

Che era, in sostanza, l’unica parte del mio sistema uditivo in cui potevo ancora vantare una percezione decente ed un approccio pseudo-normale con le cagate che mi tocca sentire ogni giorno.

All’inizio pensavo che qualcuno avesse maldestramente lasciato un camion acceso fuori dalla mia finestra, ma poi ho razionalizzato e capito che, a parte l’abitazione sita in località “non ci entra un camion, ‘zzo dici?”, l’idea non sussisteva, dato il caro costo del petrolio, che renderebbe anche il più dimentico o vendicativo dei camionisti attento al portafogli.

Sto rumore non se ne va.

Non è sincrono.

Non è ritmato.

Non riesce, di fatto, ad insinuarsi nelle pieghe del quotidiano per diventare, mano mano, parte di esso. Fastidioso. Ma incluso.

“Ma come mai?, Ma che hai fatto? È lo stress”.

Chiariamo un punto.

Io produco cortisolo come se non ci fosse un domani.

Da sempre.

Sono nata con una riserva inesauribile e me ne faccio portatrice sana.

Il cortisolo è la mia droga, l’oppio del mio popolo neuronale, quindi, Vi prego, non appelliamoci a ‘sta storia dello stress.

Parlando con un neurologo (tralascio ampiamente il mio trascorso medico recente, che non vi voglio ammorbare con una sezione dell’ultimo manuale di medicina), mi ha detto:

“Beh, vediamola così. Tu hai la tipica personalità emicranica”

Che vorrebbe dire, a quanto pare, essere iper-precisi, iper-attenti, iper-controllanti, iper-informati. 

In sostanza “iper”. 

Quindi qui due sono le cose: o sono un supermercato e non lo sapevo, o sono pazza maniacale. E su questo avevo qualche dubbio, ma fingo di non aver sentito ed applico a me stessa la regola dei tradimenti “negare, negare, sempre negare”.

Oggi fuori piove.

A parte Sara, la mia “capa”, credo che pochi ne siano felici.

Io mi incupisco ancora di più.

Mi faccio domande.

Mi do risposte (in media tre per ogni domanda), giro su me stessa, vado in loop e poi mi annichilisco.

Sarà sto tempo, sarà la noia, sarà che le risposte chiudono sempre troppo male le mie domande, oggi proprio non mi riesce di dare na chiosa positiva al mio operato.

Allora penso che, forse, sto rumore che è arrivato, è solo l’affacciarsi dei pensieri alla coscienza.

Sai quelle cose che non vuoi sentire, quelle che non diresti nemmeno a te stessa e che in media riguardano quei 750 fallimenti degli ultimi mesi? (Si, ok, ne sono di più, ma mica potevi metterli tutti?😉)

Ecco. In attesa dell’otorino, voglio pensare che sia quello.

Un po’ perché magari mi ascolto (e mi auto assolvo) e soprattutto perché forse me la scampo, e con me il mio portafogli, di sperperare il mio lauto stipendio, e con quei soldi me ne vado a cena. 

Me ne vado a cena con me stessa. 

Io e la mia solitudine. 

E questo cumulo di cocci che non riesco a rincollare. 

E che, soprattutto, restano a far male ai piedi di quelli che camminano sulla mia strada. 

Vorrei toglierli, davvero.

Lasciar(Vi-Ti) tutto pulito.

In una iper-splendida realtà virtuale, dove io sono la strafiga padrona di me stessa e tutti sono felici di avermi accanto, ma mi sa che, almeno, per ora, non ce la posso fare.

Così, mentre vi scrivo, ho pensato che forse, molto semplicemente questo camion ora è qui, ed è acceso ad aspettare. 

Che io raccolga tutti i pezzi. 

Per andarli a buttare.

Naufraghi tra le lacrime.

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Oggi, semplicemente, il cuore si è schiantato.

La marea, ritraendosi come labbra sanguinanti su gengive scarne,

ha eroso la fortezza, scoprendo spiagge vuote.

Orme di passi in direzione contraria e silenzio assordante.

Onde di nauseante dolore attraverso il corpo.

SEDERSI.

Occorre sedersi.

Prendere respiro.

Ancora.

E ancora.

E ancora.

Sondare la profondità dei polmoni.

Assopirsi poi, naufraghi, tra le lacrime.

Un nuovo anno scolastico

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Li vedi passare a frotte, piccole compagini di ogni età… dalle tenere divise di grembiulini a quadretti, ai più austeri toni del blu, all’imperante “moda del momento” che accomuna i più ribelli, le nuove leve, i sospesi nel limbo tra l’infazia e l’adolescenza. Qualcuno si trincera dietro uno zaino troppo grande, cammina defilato, si fa scorta della sua stessa ombra. Ma in tutti riconosci un incedere spavaldo, figlio di una estate che vuole essere raccontata, tra i banchi, per esorcizzare la ritrosia della coscienza, asserragliata dietro il timore del nuovo.
Per tutti, per voi tutti, studenti di ogni etá, bimbi, ragazzi, adolescenti, per voi tutti e per chi vi accompagna nel mondo “BUON ANNO SCOLASTICO”

a me i pensieri…..

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A me, i pensieri, mi spingono dentro.

Litigano, lottano tra loro.
Io li sento e non posso farci nulla, nulla. Credetemi.
Inutile dire Nazaria stai calma, inutile prenderli in giro, inutile portarli a spasso per farli calmare.

A me, i pensieri, mi spingono dentro.

E dire che lo sanno eh, ne sono consapevoli di quanto possano farmi imbestialire. Giro gli occhi al cielo, sperando in un monito che generi un loro fremito di paura, batto il piede a terra.
Espedienti su espedienti su espedienti.

I-N-U-T-I-L-E.

È che a me, sapete, i pensieri, si, proprio loro….mi spingono dentro.

e poi d’un tratto…..

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E c’erano giorni in cui tutto aveva un nome…
I fiori, le valli, i campi che percorrevo.
E nella mia testa da bambina il mondo sembrava immenso.
La bici cigolava assorta nelle stradine di paese, quasi accompagnava il mio canto.
Ed io passavo , immersa nel mio mondo, tra file di case antiche, piene di segreti, piegate sotto il peso degli anni.
Passavo silenziosa tra le fessure dei sorrisi degli anziani , dove un cenno era un saluto, sentendo sulla schiena il benevolo cenno di commiato alla gioventù e il triste rammarico degli anni andati.
E poi d’un tratto, aspettata e mai banale, la campagna piena. Il sole di un giallo più visto, la serpe nera dell’asfalto che si perdeva tra la fitta vegetazione.
La bici cadeva in un angolo. E il mio mondo prendeva il sopravvento. Storie, volti, nomi, odori.
Ed io mi sedevo, assorta e accorta, narcotizzata da quelle estati sospese, cariche di silenzi e piene di sussurri.

buon ferragosto…..

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stamattina lascio che il tempo mi scorra addosso, come queste note che mando avanti e indietro da ieri sera…..

i pensieri scivolano via leggeri, con m(e)lanconica e con stanca arrendevolezza….

si srotola il tempo, come fanno le onde sulla spiaggia, la mattina presto,quando sono pochi gli occhi che le guardano davvero….

Un buon ferragosto a tutti i parolieri del mondo, e a questo luogo ameno di parole e frasi…. Dove ci si può sentire a casa ascoltando una canzone e scrivendo quattro righe….

viaggi

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Sai Mel… Tutti i giorni della vita sono una viaggio.
Attraversiamo infinite strade che ci attraversano.
Scopriamo posti nuovi, persone nuove.
O, alle volte, riconsegniamo a noi stessi piccole parti che avevamo creduto perse o che non ricordavamo nemmeno di avere.
Ripercorriamo sentieri noti, ridiamo di vecchie emozioni e ci struggiamo di malinconia per un futuro che in certi giorni sa già di passato.
I sogni di bimba si infrangono con il presente, duro, beffardo, alle volte arrogante.
Ma presente.
Ma se viaggi Mel… Se viaggi, anche solo da ferma, con la tua splendida testa, con il tuo splendido cuore, con l'anima che solo tu puoi avere… Vedrai che caleidoscopio è la vita.
E non importa se alle volte cadrai… Girati indietro, di fianco, accanto…
Non la vedi la mia mano?
Cosa pensi ci stia a fare io qui, se non sorreggerti, da te sorretta?
Cosa pensi che siano questi anni tra di noi?
Briciole di ricordo?
Sono battiti Mel Mel… Sono battiti dei nostri cuori…
Buon Viaggio

silenzi

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ci sono mattine senza parole…
nel silenzio denso della casa, al risveglio, anche i pensieri tacciono…
E si dipana il sottofondo musicale dei gesti quotidiani… Lo scorrere dell’acqua, l’anta di uno sportello, il gorgoglio del caffe, i piedi nudi sul pavimento, il fruscio dei vestiti infilati in silenzio…
come una canzone conosciuta di cui sai tutte le parole… E che canti senza cantare…

dentro i miei occhi

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scorreva, sotto di lei, una vasta distesa di nuvole…
Un magma di pensieri le attraversava la mente, mentre l’aereo percorreva quella distesa bianca e blu senza nessun apparente punto di riferimento.
Il volo era fluido, liscio, come senza tempo.
Nessuno scossone a riportarla al presente, ad interrompere i pensieri.
A fermarli, almeno per un istante.
Ciò che la lasciava stupita era l’assenza di rumori, intorno.
Se non fosse stato per quel ronzio incessante dei motori e il chiacchiericcio di certe giunture scosse dalla pressione esterna, avrebbe potuto pensare di essere sola.
Ma non si é mai soli, con i propri pensieri.
Quelli non ti abbandonano mai, tarlano e mangiano, nemmeno fossero ad un banchetto nuziale.
Impossibile non pensare a lui.
Alle sue mani, al suo sorriso, alla sua bocca.
Impensabile non sentire sulla pelle le mani calde, affamate, esperte.
I ricordi hanno il brutto vizio di arrivare tutti insieme, a fiotti, con un fiume di sangue caldo che ti irrompe nelle vene e sale ai lobi delle orecchie.
Arrivano quando meno te l’aspetti, a spezzarti il sorriso, a storcere l’immagine in una foto.
E sono pugni.
Non ricordava quando le era entrato sotto la pelle, non lo aveva saputo, prima, nè era riuscita a ricordarlo, poi.
Certe persone ti entrano dentro che nemmeno te ne accorgi, ti si installano nell’anima e funzionano in background, che tu lo voglia o meno.
E non esiste nessuna funzione per disattivare gli aggiornamenti.
Lui era parole, pensieri, suoni. Un particolare rumore del respiro, lo scatto di una gamba la notte, nel letto.
Eppure, pensó, erano rare le notti in cui avevano condiviso una intimità che potesse superare l’alba e che inevitabilmente li rigettava in un quotidiano dove non esisteva nessun noi, dove non c’era localizzazione, condivisione comune.
Quelle notti lei le ricordava, le ripercorreva, le analizzava, anche se alle volte, proprio come ora, mentre attraversava questo cielo, pensava che fossero loro a ricordarsi di lei e ad andare a cercarla, negli anfratti del suo quotidiano, tra pillole di vita dove non avevano nulla da condividere.
Pensó che in fondo, con lui, era sempre tutto un po’ fuori dal tempo, come questo volo, senza rumori precisi, qualcosa che scivola veloce. La sua casa, ad esempio, la particolare luce, i suoni sconosciuti, gli odori che la attraversavano.
Era un diverso in cui si sentiva a suo agio.
Quello che la scandalizzava era la precarietà di quel vivere, il disordine, il moltiplicarsi di orpelli e ammennicoli inutili, che pure le piaceva.
A lei. A lei così legata al suo mondo ordinario, alle sue scatole ordinate alfabeticamente, alle cose che hanno ” sempre e comunque lo stesso identico posto”
Eppure, si disse, ci si ritrovava.
Con una sua maglietta addosso, scalza, in giro per una zona non sua, dove non controllava, dove non era, dove si lasciava portare.
Le pareva sempre di esplorare qualcosa di nuovo, di conoscerlo un pochino meglio, man mano che il disordine si dispiegava c’era un nuovo tassello da aggiungere.
Eppure, nonostante la sensazione di calore che la avvolgeva anche adesso che i pensieri la stavano attraversando, non lo conosceva mai del tutto. Era, quello tra loro, un momento metafisico, mai presente, mai reale, sempre ripiegato tra un qui, un forse e un dove.
Non c’era programma per quei loro incontri, non lo stabilivano, lo facevano capitare, arrancando tra scuse varie ed improbabili giustificazioni che poi non venivano mai approfondite nelle loro rare conversazioni. Si sapevano da tanto, questo le diceva lui, e quindi non c’era bisogno di prendersi in giro, di creare articolazioni per quelle mezze bugie.
Pensò che le bastava viverli, quei momenti. Prenderli per quello che erano.
Rari momenti di pura essenza.
Eppure c’era qualcosa stanotte , nel cielo che si andava facendo nero, tra quella distesa di silenzio, che le tornava nella mente e la feriva, come la lama di un coltello affilato.
Qualcosa che rompeva lo schema creato, il rigido compartimento nel quale si muovevano e del quale credeva di conoscere tutte le mosse giuste per non farsi male.
Le tornó in mente, cosí, quasi all’improvviso, che quella mattina, allo specchio, mentre si truccava per andare via, aveva notato qualcosa, una se stessa diversa, malinconica eppure luminosa, che l’aveva guardata ansiosa, come a chiederle di restare, tra quelle mani, tra quelle carte, in quel precario disordine in cui si riconosceva e si smarriva.
Si disse che era stato come vedersi per un momento. Un lampo improvviso, che le aveva rotto il respiro.
Nel ripensarci ora ricordava di essersi voltata in fretta, di aver raccolto le sue cose e dato uno sguardo alla luce polverosa che filtrava dalla finestra.
Aveva spostato qualcosa, con studiata incuria, rassettato pochi, banali, inutili oggetti , attenta a non invadere lo spazio eppure cercando di lasciare un piccolo segno, un impercettibile alone di se che lui avrebbe ritrovato, la sera e che avrebbe percepito senza nemmeno accorgersene.
Si era rapidamente chiusa la porta alle spalle, un gesto secco, duro, e il rumore della porta che si abbatteva sui cardini le aveva ferito le orecchie. Ripensò alla precipitosa corsa per le scale, rigida, veloce, giustificata con un volo da non poter perdere.
Ora invece, è d’un tratto, capì.
Capì perché non si era voltata e perché era corsa via. Capì che avrebbe visto se stessa fissarla con aria interrogativa. Chiederle cosa stesse facendo, chi stesse cercando di ingannare, mentre elaborava la prossima scusa per una fuga veloce verso questo tempo sospeso.
Ricordò che aveva tirato dritto, verso l’aeroporto, questo porto di cielo dove la gente si incontra senza vedersi e si innamora, si lascia, si perde per sempre o si ritrova, ed in preda ad una progressiva ansia era salita velocemente sul suo volo, aveva preso posto, iniziato tutta una serie di rituali che sperava l’avrebbero riportata alla serialitá di una vita incanalata, rigidamente costruita, ordinata, Prevedibile e poco, anzi per nulla dall’aria precaria. Aveva preso le cuffiette, il computer, il libro. Si era appoggiata la copertina sulle spalle e aveva scrupolosamente dato un’ultima controllata al meteo che l’attendeva ed alla lista mentale delle cose da fare. Imprescindibili cose da fare.
Eppure, e l’aveva sentito da subito, c’era qualcosa, in fondo, nell’anima, che era salita con lei sul quel volo. Qualcosa che urtava la superficie quieta del lago, che creava cerchi sempre più vicini e che increspavano la distesa d’acqua.
Qualcosa di inarrivabile, di sfuggevole… A tratti sgradevole. Una sensazione alla bocca dello stomaco, un disturbo dolce, un’ansia latente ed una struggevole malinconia.
L’avevano seguita quegli occhi. I suoi che si guardavano nello specchio, che la fissavano consapevoli di essersi riconosciuti in quelli di altri.
I suoi occhi si erano saputi.
Capí che era impossibile, ora, tornare. Guardó fuori dal finestrino. Non si distingueva quasi più nulla. Le ore le erano scivolate addosso come quel cielo nero. Un alito di vita le sfuggì da un tirato, amaro sorriso.
L’aereo continuò la sua dolce sfilata sulla coltre di nuvole, mentre il cielo, di un cupo viola livoroso, incombeva sulla figura argentea dell’aereo. E in quel magma di pensieri la sua anima sprofondó, leggera, in una notte dove nessuna luce avrebbe potuto, almeno presto, portarle l’alba.