Il fatto è che tu non puoi capire

-Oh Nazà!

-Eh? Si? Pronto?

-Nazà, so io, so Laura. Che stai a dddddormì? So le nove.

-Laura, buongiorno, no scusa è che ieri so andata al concerto di Mannarino e mi s’è fatto tardi.

-Mannarino? e chi è Mannarino?

-Laurè lasciamo perde, vah. Sei inqualificabile! Che vuoi? Non ne possiamo parlare lunedi, in ufficio??????

-Nono

-Oddio, dimmi, dai.

-Seeeeeenti. Mi serve una mano. Una amica di un amico di una mia amica, che prima era amico di un’altra amica, che adesso si sono lasciati, però è stata tutta na cosa complicata che lo sai certe cose come vanno e loro per un po’ si sono sentit…

-Ohhhhhhhhh! Là? Ma che t’immattit? Ma che stai dicendo?

-Ah si, scusa. Una amica di un….

-Lauraaaaa

-Ok ok, una amica ha conosciuto un tizio. Una cena. Una cosa strana. E adesso non sappiamo che dire, fare….

– Baciare e pensare?

-Non capisco, che vuoi dire?

-Niente, Laura (occhi al cielo, gocciolina da emoticons sulla testa!!!!!). Vai avanti.

(Nel frattempo mi accomodo e metto su il caffè, che in questo disordine di pensieri parrebbe esserci qualcosa di interessante).

-Allora lui ha conosciuto lei. Cioè no. Lei, lui. Ahhhh va beh. Erano allo stesso tavolo.

-Ah ah (ri-alzo gli occhi al cielo, la mattinata sarà lunga – mi stiracchio pigramente)

– Insomma: si so conosciuti.

-E fin qui ci siamo. E lui com’è? e, soprattutto, LEI chi è? La conosco?

-Siiiiiii. Te la ricordi quella mia amica alta, non troppo magra, capelli lunghi, belloccia a tratti, ma niente di che? Quella che sta sempre a parlà.

-Boh. Mi pare di conoscerla, ma non saprei ben dire come. Comunque, dicevi? Si sono conosciuti ad una cena, e quindi quale è il problema?

-Niente. In fondo niente. Ma poi sai come vanno queste cose.

-No, Laurè, quali cose? Io sono fuori dai giri da un po’.

-Si, dai (e comunque accettalo un caffè, ogni tanto), sai come va. Chiacchiere, facebook, accetti l’amicizia e poi ti incontri per un caffè.

-Veramente no, ma adesso mi dici quale DIAMINE è il problema?

-Niente. Anzi, tutto.

Adesso ascolta.

(E abbassa un tantino il tono di voce, che sembra stia seguendo un ricordo, o leggendo la pagina di un libro).

-C’è che questo ragazzo le scrive cose buffe. C’è che lei la vedo sorridere guardando il telefono. C’è che m’ha detto che ci è uscita. E lei non esce mai.

-Con nessunooooo??????

-No, con nessuno. Che c’ha paura di farsi male, che poi le ginocchia tremano quando ti rialzi e fai più fatica a mantenere l’equilibro. Perché se pure lo riprendi, l’equilibrio, lo stomaco non tiene insieme tutto e vomita pezzi di vita andata nuovamente a male. Però se la vedi, adesso, sembra essere diversa.

-Diversa?

-Si, diversa. Sembra ridere un po’ di più. Che lei è una allegra, per carità, ma, a tratti, le passano le ombre dietro gli occhi, che questi si inumidiscono tutti, e sembra un bosco pieno di rugiada. E certe volte, quando il sole del mattino non asciuga il passaggio della notte, quelle gocce rotolano lungo l’argo degli zigomi e si schiantano tra le sue mani. E la vedessi come prova a ricomporsi. Un sorriso, una battuta, alza le spalle, tira su col naso e va avanti. Nella sua giornata.

E adesso invece ride.

E racconta.

E parla.

E dice a tutti che ha conosciuto uno. Un tipo strano.

-Strano?

-Si. Lei dice strano. Ma intende vero. Vero che c’è. Vero che lo puoi toccare. Vero che non è una proiezione. Vero che c’ha una pelle, la carne, le ossa e, sembrerebbe, pure un cuore.

-E allora dimmi, Laura. Voglio capire dove sta l’errore.

-L’errore, Nazà, è che io c’ho paura che si possa fare male.

-E allora tu parlale.

Mettila a sedere e falla parlare.

Ed ascoltala.

Ed inventa per lei storie.

Dille che una sera lui la porterà a prendere un gelato. Dille che la guarderà da lontano, che giocherà ad avvicinarsi, che le sfiorerà le braccia. E raccontale che lo farà piano. Prima un angolo delle labbra, poi il centro, poi le respirerà l’anima nel petto. E dille che lei avrà paura, ma non saprà capire se a tremare sarà il cuore. O le ossa. Nello spavento e nell’urgenza di scappare. Per salvare le sue difese diroccate.

Raccontale che sarà un bacio da girarcisi il mondo tutto intero. A piedi, scalzi. Magari dopo che ha piovuto. Quando in giro le persone sembrano essere sparite. E tu cammini e parli con te stessa, e ti chiedi se davvero è quello il mondo in cui esisti, o la proiezione di un sogno che non sapevi più nemmeno di aver messo nel cassetto.

Dille che ci saranno attimi in cui avrà paura. In cui piangerà ancora, da sola, nel suo letto. Magari dopo una bella serata, che si sa quelle lasciano sempre l’amaro, sul fondo della lingua, perché c’hai paura che svaniscano nel nulla.

Dille che ogni estate ha i suoi inverni. Dille che il passato sa essere crudele, quando sceglie di affacciarsi, con uno schiaffo di ricordi, nel suono del nome di qualcuno che ha avuto un “prima” di un “presente” in cui lei era, giocoforza, assente.

Dille che ci sarà una sera, o un’alba, o un giorno di un mese qualunque, di un anno qualunque, di un momento qualunque in cui lei dovrà raggiungerlo. Da qualche parte. Non importa il dove.

Ma dille che, nel percepire la curva della sua schiena, in quella postura ferma, a gambe un po’ larghe e spalle curve a guardar qualcosa, lei sentirà un pugno nello stomaco e capirà di non poter tornare indietro.

-E allora, Nazà? e se finisce tutto? E se si sveglia una mattina e fuori piove e c’ha paura e magari è freddo e il caffè è finito, la caldaia è rotta, le gocciola il naso per il più tremendo raffreddore e lei non lo prende nemmeno, il telefono, perché sa che non c’è nessuno da aspettare e non lo allunga, il braccio, perché sa che urterebbe solo contro il gelo delle lenzuola fredde dell’alba?

-Non lo so Laurè. Questo, io, non lo posso sapere.

-E allora, forse, non è meglio non provare? Stare fermi? Quasi senza ragionare?

O sopravvivere.

Che è sempre meglio di sbagliare?

-IL FATTO E’ CHE TU NON PUOI CAPIRE (MA TI AUGURO DI POTERLO PROVARE) CHE CI SONO ABBRACCI DENTRO I QUALI SI PUO’ SMETTERE DI RESPIRARE.

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“Facciamo finta che non sia successo niente”

testosterone

Parafrasando la Dawson: “Facciamo finta che non sia successo niente”.

E mica per altro. Mi so finiti i fazzoletti e poi mi arrabbio e se mi arrabbio non conviene.

Perché io sembro mingherlina e gentile e carina, ma, appunto, SEMBRO.

Stamattina è una mattina di quelle. Da ippogrifo per intenderci.

La settimana si prospetta complessa. Treni in lungo ed in largo per l’Italia per alcuni accertamenti, il che presuppone:

  • genti varie in ritorno da vacanze in luoghi in cui il sapone non è ancora ancora arrivato
  • interminabili attese agli sportelli di questi fighi centri medici del nord dove, rispetto al sud, funzionano solo meglio le lucette led e tu credi di essere in buone mani, ma forse ‘Ndonie lu scarpar della casa all’angolo ti dava un consiglio migliore
  • un fottio di soldi come se non ci fosse un domani
  • panini stantii e acqua minerale imbottigliata evidentemente direttamente dai monaci in Tibet (solo così giustifico i costi)
  • wazzappate interminabili di pseudo interessati che ti chiedono come stai (pseudo bada-bene) salvo poi infilarci un “senti scusa ti ricordi che ti avevo chiesto quel favore, non è che…”

Già parto, dunque, svantaggiata. Inizia a far freddo, ho già quasi le mani screpolate, non so a chi lasciare il cane, volevo uno yogurt alla pesca e c’ho solo un dannatissimo yogurt alla ciliegia(che ci vuole un coraggio a dire che quella è ciliegia) e poi da ieri sera ricevo messaggi in ordine sparso da amiche alle prese con teste di cazzo.

Si. Uomini.

Avete capito bene.

Ora. Io non ce l’ho con loro. E’ un po’ come con i vecchiarelli. Gli vuoi anche bene, ci sono, te ne fai una ragione prima o poi, ma proprio ci sono cose che non mi scendono.

E non perché io sia separata e bla bla bla e tutte quelle cavolate sulla disillusione e io non mi rifidanzo più e chi lo vuole un uomo e poi so tutti uguali e non buttano la spazzatura e col cavolo che vanno a fare la spesa e non mangiare sul divano che mi lasci tutte le briciole in giro e quante volte te lo devo dire che le gocce sul lavandino le devi asciugare se no poi fa il calcare etc etc etc.

Nono.

Mi danno fastidio le bugie. O le mezze verità, che trovo anche peggiori, perché sinonimo di mezza cartuccia.

Intanto mi piacerebbe sapere “che cos’è successo” (canzuncella di Grignani, ndr, andatevene pure non vi giudico male), no, scherzo, mi piacerebbe sapere che VI succede a fine estate.

Si. La domanda è rivolta a Voi maschietti.

Dal punto di vista fisiologico, uno studio dell’università di Graz (Austria, gnuranti che non siete altro) ha dimostrato che il sole aumenta la produzione di testosterone, oltre al fatto che si attivano tutta una serie di ormoni, tra cui i feromoni, che hanno un ruolo chiave nell’attivare e regolare le REAZIONI ISTINTIVE DI FRONTE AD UN’ALTRA PERSONA.

Come che so i feromoni??????

Sono quelle cose che danno ad ognuno di noi un odore caratteristico. (Non “puzza”, O-D-O-R-E, questo non vi esonera dal lavarvi), giacchè il primo parametro di scelta dell’altro essere è prettamente chimico-fisico. Il cervello elabora una scansione tramite i recettori olfattivi, poi confermata da una ulteriore scansione che avviene con il bacio ed infine, ma solo infine, per effetto dell’educazione (cioè in base ad esperienze socialmente condivise che ci formano ed educano) trasformiamo un banale rituale di accoppiamento pro-riproduzione, in un legame duraturo. (Oddio spero di essere stata chiara, se mi legge il prof. so cazziate a gogo e poi capisce che la laurea l’ho presa con i punti del Conad di una tessera trovata per caso per strada che io non vado al Conad che costa caro).

Parrebbe, sempre da questo studio, che l’inizio del decremento di testosterone inizi a settembre, fino ad un downing totale che si verificherebbe nel periodo di febbraio.

Ora so per certo che tante di NOI hanno già tirato le indubbie conclusioni e stiano valutando di proporre uno spostamento de facto del San Valentino a qualche mese più giù, nella vana speranza che per un mero do ut des, i lor signori si sforzino E di ricordare la tanto amata/odiata ricorrenza E di non comprare la cavolo della scatola di cioccolatini (che siamo sempre a dieta) e la rosa da Rosario il Pakistano che ce la pagate davanti a noi e fa tanto poveracci.

Pur rendendo onore al merito di questa ricerca (che già solo per il fatto di non essere targata California, mi sta simpatica), mi spiegate come sia possibile che anni ed anni di evoluzione non Vi abbiamo insegnato nulla?.

Davvero è così importante, per voi, dimostrare quanto valete sotto le lenzuola?

Davvero non vi accorgete che è un gioco, una danza, un rito da giocare in due, altrimenti potreste andare al primo sexy shop dell’angolo e comprare Pamela la bambola gonfiabile che sembra vera e che almeno non vi rompe i maroni per asciugare le cavolo delle dannate goccio(le)?

O, davvero, tutto si riduce a una specie di mutuo-aiuto della serie se lavi i piatti fai la spesa butti la spazzatura mi dividi i calzini sporchi da quelli puliti e mi fai fare sesso ogni tanto provo (dico provo, ma non garantisco, non posso c’ho gli ormoni) ad esserti accanto come si conviene?

E c’avete mai pensato ad una cosa?

Siete fatti di anima, oltre che di carne.

Vero, nascosta sotto chili e chili e chili e chili di stereotipi, ormoni e riti sociali (voo-doo – ma a voi vi ci vorrebbe un bel rito voo-doo con spilloni dove so io, però), ma esiste.

L’ANIMA.

Avete presente? Quella cosa che se vi lamentate di notte, in pieno sonno e nella cazzo di fase rem della malora, una donna, una che vi ama, invece di sclerare tutti i santi che domani deve fare tutte quelle cose che voi non volete fare, unitamente a lavorare (che la parità dei sessi è stata la più gran cagata che potessimo volere perché ora non ci possiamo nemmeno lamentare di fare 1000 cose) si tira su, in piena notte, si avvicina, vi abbraccia e vi accarezza un po’ e vi spedisce nel più tenero del mondo dei sogni quando invece meritereste di andare altrove, per non essere (più di tanto) volgare?.

Io non ce l’ho con Voi, no.

Anzi.

Ve l’ho detto in tutte le salse. Voglio provarci ancora. Anche sposarmi ancora. Comprare un abito bianco di nuovo magari più bello fare un bimbo, magari cicciotto/a, andare a Ikea la domenica a scegliere una cornice per i momenti più belli, litigare per chi porta fuori il cane, comprare le palline per l’albero di Natale, che quando si comprano le palline si sa, la famiglia è, de facto, costituita.

Tuttavia vi prego. Per un mero atto di vostro egoismo (perché se le bistrattate tutte, poi non ve ne rimane nessuna e se restate soli voi morite di fame e di stenti, anche se siete perfettamente in grado di fare ogni cosa) provate a dire le cose come stanno.

Basta codici e mezze parole e frasi fatte e comportamenti da interpretare.

Non siamo più trogloditi davanti ad una caverna.

Noi non dobbiamo solo accudire la prole e voi non dovete più sbattervi per sostentare la famiglia. Avete tempo per voi, vita per voi, hobby per voi.

Avete un cervello. Ed è grande. E potente, che altrimenti non staremmo qui a discuterne.

Usatelo. Che le cose conservate in barattolo, anche se poi le mangi, hanno sempre quel sapore un po’ falso, fasullo, ingannevole.

Vivete anche Voi, davvero. Come uomini.

Come quella meraviglia creata per condividere e non per stare (e far star) male.

E ricordate che Virile, in latino, non voleva dire che ci sapeva fare a letto.

Ma era sinonimo di onore. E l’onore, cari miei, non si conquista tra le lenzuola.

Io credo che lì, semplicemente, si attesti.

E’ ben diverso. Il conce(r)tto.

E quindi?

Ah boh.

Niente.

“Facciamo finta che non sia successo niente”.

In attesa che l’inverno passi.

  

-Ma dai Naza, ma serio non ci sei andata per niente, al mare?

-Noooo, che stai a dì?

-Ci sono andata tutti i giorni. In realtà la sera mi sciacquo con la candeggggina perché sai com’è, con i capelli neri e gli occhi verdi ci sta meglio la pelle chiara.

-Ma quindi non sei andata da nessuna parte?

-Noooo, ma cheeeeeeeee. Che diciiiiii? A f……o ci sono andata mediamente cinquecento volte.

-E come si sta?

-Ti dirò. Bene. L’estate è fresca, da quelle parti.

-Ma tu non soffri il caldo.

-Io no, ma tu si.

Domenica. 23 agosto. 2015.

Fine di una estate.

Canzoni che scivolano sulla pelle.

Il mare che inizia a perdere il suo colore.

Le maglie a maniche lunghe che penzolano tristemente dalle borse delle donne.

E la luce. 

Che è cambiata.

Così. Senza avvisare. 

E dire che sono una attenta a queste cose. Sono stata lì sulla mia terrazza tutte le sere, salvo poche eccezioni, a guardarla morire, eppure non me ne sono accorta.

Mi sono girata una sera, ed era già buio.

Ed il cuore non era ancora pronto.

Mi saluta sempre con nostalgia l’estate a me.

Che noi c’abbiamo un rapporto speciale.

Io ci sono nata, d’estate. E quel sole mi si è infilato dentro, da qualche parte e per ragioni ch’io non conosco, non ce la fa a sopravvivere sempre ai freddi giorni dell’inverno. 

Quelli in cui la pioggia scende. 

O il vento urla forte e fa sbattere le finestre.

Ed io ho sempre (e ancora) un po’paura delle finestre che sbattono, che sembra sempre di restar sospesi tra un quì ed un la che non sospettavi nemmeno ci fosse.

L’inverno ha quei colori. 

Si quelli cupi, netti, precisi, che tagliano in due le cose.

Lame d’acciaio che si insinuano nella testa. Spigolose e dure.

Difficili da deglutire, che la gola ne riesce tramortita e fiotti di parole non sanno dove andare.

Non mi piace, l’inverno.

Non mi piacciono le giornate che iniziano annunciando già la fine.

Non mi piace il brivido che si allarga sulla pelle, le lacrime che il vento ti estirpa dagli occhi, la gola che si arrossa, le mani screpolate.

Le corse in macchina per non aver freddo, la sedia vicino al termosifone, le copertine in giro per casa.

Mi piace un pochino solo il rosso del Natale, ed il profumo della cannella, quando la metti sulle mele.

Ma quello dura poco. Ed è come un ricordo doloroso. Va via prima che tu lo possa afferrare e ti lascia addosso quella spiacevole sensazione di angoscia che non riesci a scrollarti di dosso.

La neve. 

Dell’inverno mi manca solo la neve. Che da quando vivo al mare non vedo più cadere e non ce la fa a coprire il grigiore che si riversa come un fiume tumultuoso lungo le strade, tra i palazzi, negli occhi delle donne, nelle guance fredde dei bambini.

E allora mi dico che devo solo aspettare. Sedermi ancora ed aspettare. Sfogliare un libro, due, tre, forse cento.

Vomitare parole su questa tastiera, spingere avanti le giornate ed aspettare di nuovo una luce nuova.

Oppure ci vorrebbe un abbraccio.

Uno caldo. Uno vero.

Uno di quelli che ti aprono lo sportello di un auto mentre piove e tu ridi e fa freddo ed il naso è rosso e non fa niente se magari non sei vestita come vorresti perché c’è altro nella vita e perché la tua risata fa il paio con un’altra che sembra un variazione in la della sonata che stai cantando.

Uno di quelli da piedi scalzi nella notte, quando corri a rintanarti sotto le coperte ben certa di poterti riparare. Lì dentro. In quello strano congegno perfetto di muscoli che si tendono e stringono per cercare l’altro.

Un incastro perfetto.

C’ho fatto la tesi sull’abbraccio, io. Stupida inguaribile romantica. E per indagare la lateralizzazione di questo delicato incontro ne ho dovuti osservare, di abbracci.

In stazioni e porti ed aeroporti. Dovevano essere spontanei. Raccontare qualcosa, che in laboratorio le emozioni sono sottoposte al taglio freddo del bisturi e del vetrino di un microscopio oppure sono infilate in un tubo che ti scansiona l’anima, invece del cervello, e proprio non ce la fanno a restare tutte insieme e a non tremare di paura.

Ed era bello. Sedersi lì. Guardare quel momento che accadeva. Quello della separazione, triste, lento, o quello impetuoso dell’incontro.

Ed ho sempre pensato che in qualsiasi sua manifestazione, l’unico vestito adatto al freddo dell’inverno, può essere solo un vero abbraccio.

Quindi oggi, per qualche motivo che non conosco, penso proprio che rientrerò in casa, aprirò l’armadio e tirerò fuori tutte le scatole.

Nella vana speranza di trovarne una, da qualche parte, magari nascosta bene, dove ne ho conservato uno, in attesa di scoprirlo.
In attesa che l’inverno passi.

Che questa estate mi manca già, anche se non ne porto i segni sulla pelle, anche se non profumo di sole e di mare, anche se non racconto di posti estranei e non posso prender parte ai discorsi di quanti l’hanno vissuta, in modo convenzionale, evAdendo da se stessi.
No, per me l’estate è altro.

E sperando in un inverno che si vesta di un abbraccio: “a presto, io t’aspetto”.

Buon Ferragosto. Nazaria (& Pollicina)

ferragosto

Pensavo che proprio gli americani non devono averci nulla da fare nelle loro giornate se riescono a alterare il flusso del tempo invertendone il loro naturale corso.

Pensavo questo perché questa mattina, mentre leggevo le e-mail, l’occhio m’è andato su un paio d’oltreoceano con la loro bella data: anno, mese, giorno.

Pare di stare in caserma: “Soldato, che giorno è, oggi?”

“Anno:2015! Mese: agosto! Giorno:15”.

Oppure di parlare con qualcuno che non sa bene dove si trova: “Scusa che giorno è?”

“Allora, vediamo…dovrebbe esse il 2015, mi pare di aver capito che siamo ad agosto e se proprio non sbaglio oggi è il 15!”.

Mentre pensavo questo, che già non ha propriamente senso il giorno di Ferragosto, ho guardato Pollicina che sembrava avesse il ballo di San Vito e mi sono accorta che, in realtà, dormiva placida sopra il telefonino (sto gareggiando per il premio padrone dell’anno 2015-2016) e quindi, escludendo un problema neurologico, ho dedotto fosse il valzer delle chiamate delle festività.

Madonna che rogna.

-Che fai oggi?

-Ciao anche a te, madre, donna dalle parche parole.

-Stai nervosa, Nazà? Non esci? Non vai “da qualche parte?”

-Definisci “qualche parte”

-Che rottura, Nazà, quando inizi con sta storia di definire, ma che è? Non esci, allora? E Pollicina?

-Ah lei credo che vada con le amiche, io dovrei restare a casa. Comunque no, non esco e non ti lamentà del “definire” che tu m’hai incentivato a studià PISSICOLOGIA.

-Ma quindi?

-Quindi che?

-Non esci? Non vai da qualche p…, cioè scusa, stai a casa?

-E’ che c’ho un po’ le palle girate.

-Ohhhhhh, Nazariaamammma, ma che sono queste parole, non è da te, non si dice.

-Nono, ti sbagli. “Girate” si dice. E pure “un po’”.

-Va beh, mi arrendo. Ci sentiamo più tardi.

-A più tardi, Ma’.

Ferragosto.

O, più semplicemente, 15 agosto. Metà esatta dell’ultimo vero mese estivo.

Stanotte, dalla mezza, si torna indietro.

Giro di boa e di corsa verso l’inverno. Perché l’autunno lo noteremo a stento, intabarrati nei ricordi e persi nell’organizzazione del Natale.

I mesi lunghi sono sempre quelli che seguono. Quando le giornate si fanno grigio ghiaccio e la luce si distribuisce uniformemente lungo le ore, senza esplosioni, o picchi di luminosità. Qualche lieve accenno, ma mai un climax, una emozione.

Qualcuno una volta m’ha detto, anzi ha scritto ed io ho voluto pensare che lo stesse dicendo a me, che un anno è un giro di sole.

E stasera si inverte la rotta.

Ed è per questo, solo per questo, che vi auguro di passare, oggi, una gradevole giornata. Un ricordo da mettere in tasca e da tirare fuori nelle lunghe sere invernali, quelle con qualche lacrima di troppo ed un brivido che ti corre lungo la schiena.

Vi auguro sorrisi, una bella mangiata ed un bicchiere di vino per lasciare andare se stessi.

Vi auguro una telefonata. Inattesa, ma sperata, da tornarci a tavola, dagli altri, con quel sorriso inebetito di chi ha ricevuto un bel regalo.

Vi auguro di conoscere persone nuove, oggi. Il vicino di ombrellone, i vacanzieri della montagna, quelli che “Oh, ma te la ricordi la famiglia tal dei tali di questa estate? che simpatici, però! Spero stiano bene”

Vi auguro di sedervi su un muretto ad osservare, come amo fare io, e che qualcuno vi raggiunga con un bibita, o un gelato. Qualcuno che vi strappi un brivido nel cuore.

E vi auguro l’amore. Quello vero, sconfinato.

Quello potente.

Quello violento.

Quello che squassa il petto, nella notte, che supera le tempeste, che ti fa gridare di piacere e piangere di rabbia.

Quello che maledici ogni istante mentre ringrazi il cielo, o chi per lui, per avercelo, che altrimenti la vita sarebbe un rincorrersi di lancette morte.

Vi auguro di ridere.

Ma di ridere da star male, da non potersi trattenere. E vi auguro di farlo proprio mentre non è possibile farlo. Che una risata rubata è nutrimento per l’anima.

E vi auguro di fare una follia. Per quest’anno. Una. Una sola.

Quel vestito che costa troppo, una vacanza sempre desiderata.

Ma anche un bacio ad un/a sconosciut/o che vi rapisce gli occhi di incanto, o un progetto che saprete già fallimentare.

Vi auguro che il sangue scorra caldo, nelle vene, che rischiari le giornate, che dia un senso alla inevitabile noia e sbeffeggi i sempiterni guai.

E vi (e mi) auguro di essere sempre qui. Seduti a questa tavola, a discutere di tempo, guai, amori, e pensieri vari.

Che la più grande evoluzione della terra è stata, e voi lo sapete, lo sviluppo del linguaggio. E perché non c’è nulla, più di una parola, che possa cambiare sempre il corso delle cose.

Le mie. E le vostre.

… come scusate? Ed io che faccio?

Mi trastullo in pensieri poco probabili, leggo un libro, mangio, e mi siedo ad osservare le ore che verranno.

Un caro saluto a tutti.

E buon ferragosto.

Nazaria (& Pollicina).

Duuuue….cento!!!!!!

  

“Piccoli blog crescono”

Suona tondo, questo numero.

Duuuue (e la bocca si stringe in un piccolo cerchio) cento! (esplode in un sorriso, uno stupore, una meraviglia).

Come un bimbo che va in esplorazione. Si sofferma, scruta e poi, quandi scopre qualcosa, fa un balzo per l’emozione.

È tronfio e cicciotto, questo numero.

Suona come una grancassa.

Come la risacca, la bora e, perché no, la tramontana.

Suona come le mie dita sull’ebano del piano, mentre scavalco i bianchi alla ricerca di suoni impuri.

O come il “re”, tirato sulla corda del violino, quando l’archetto si tende allo spasmo e la pece che ho messo con amore si libera nell’aria come polvero d’oro puro.

Suona.

Come il mio cuore. E come voi.

Un vociare allegro ad una festa.

Una lunga tavolata di parole. E di anime. Che si raccolgono e raccontano. E condividono.

Grazie.

Con profonda e sincera commozione.

Nazaria

E dopo? Che succede?

mare

Da ragazzina avevo un brutto vizio.

Uno/due giorni prima di tornare a scuola dalle vacanze iniziavo una lagna infinita con me stessa.

Si, con me stessa, perché non è che io la esternassi ammorbando gli altri, ma iniziavo tutta una serie di saluti lacrimosi.

E ciao al mare (se ci si andava), e ciao alla luna di notte, e ciao alle colazioni in tarda ora, e ciao alle scarpe aperte (quella è una cosa che difficilmente abbandono anche ora) etc etc (con ovvie differenze in base alla stagione di turno).

Sostanzialmente piangevo.

Un pianto silenzioso e costante, che accompagnava il risveglio fino al nuovo inizio anno, o alla ripresa delle lezioni.

Quello che era strano è che, in fondo, io non sono mai stata una da follie, feste ed altro e quindi i periodi vacanzieri poco si distinguevano da quelli feriali.

Tant’è…

Le abitudini, però, son dure a morire.

Questa mattina mi sono svegliata particolarmente torva. Ho guardato male anche la piccola Pollicina e praticamente abbaiato contro la mia amica e la figlia che erano venute qui a farsi “agghindare” prima di un matrimonio (all’occorrenza adoro fare da estetista e parrucchiera, sono una addict dei tutorial).

Domani si torna in ufficio.

Ferie finite. Andate. Kaputt.

Anche per quest’anno lo scampolo di libertà sarà da riporre accuratamente.

Ho già tirato giù la scatola con la bella etichetta “ferie” e ora  me ne sto seduta, di fronte al mare, a cincischiare con un mia amica che scatta istantanee con le parole di questi giorni. E dei nostri anni.

Rendicontiamo un po’ queste ferie.

Lei le sue, io le mie, nonostante lei sia più sfacciatamente fortunata di me e rientri in ufficio solo la settimana prossima.

Di fare non abbiamo fatto granchè.

Lei ha “prodotto” conserva di pomodori (qui si dice “le buttije”) come se non ci fosse un domani, io ho vegetato molte ore in casa, trascinando le mie infradito (dio che soddisfazione) in lungo e largo in questi ampi 40mq e letto e scritto tanto.

“Però sarebbe stato bello, non trovi?” esordisce lei

“Cosa? Cosa sarebbe stato bello?” rispondo pigramente mentre me ne sto spiaggiata sulla riva e con i piedi a mollo.

“Che ne so, andarcene, partire, o vivere un’avventura. Qualcosa di meno, ecco, meno noioso, insomma”

“Qualcosa, cosa?”

“Non lo so. Resta che ce ne dobbiamo andare da qua, lasciare questo lavoro, sfruttare le nostre qualifiche, evolvere, che tra un po’ ci stanchiamo e mandiamo tutto all’aria”

“Una spa. Questo ci vuole. Eh? che ne dici? Due,tre giorni in una spa. Massaggi, oli profumati, the, musica lounge”

“Oddio si, ma che c’entra questo con il lavoro o altro?”

“Piedi per terra, tesoro. Se (nel caso e speriamo e facciamo makumbe varie) ci dovessero rinnovare il contratto, mal che vada ce ne scappiamo due tre giorni in quella benedetta spa”

“Si, in effetti. Facciamoci prima rinnovare il contratto, poi decidiamo di cambiarlo, il lavoro”

Continuiamo a guardare il mare. Io rubo il suo cappello (lei è sempre perfetta, anche al mare) e scruto l’orizzonte (e l’orda di bagnanti con carico di cibo per 20 generazioni che assale quell’ultimo tratto libero di costa).

Lei chiacchiera con il suo fidanzato al telefono, poi si allunga pigramente, mi scatta una foto, sorride e mi fa:

“Me la racconti, una storia? Adoro starti a sentire. Facciamo che ci inventiamo qualcosa. Mi piace il tono della tua voce. Poi in ufficio non avremo tempo”.

“Che mi invento, Laurè, che so un cantastorie, io?”

“Non lo so, qualcosa di improbabile ma che può sembrar vero”

“Che un domani andiamo in pensione ed io esercito la mia professione e tu la tua?”

“Nazà”

“Eh?”

“Che può sembrar vero. Hai presente??”

“Ehm si. Giusto. Verosimile”.

“Già”.

“Allora, ascolta, ho incontrato un tizio in un supermercato.”

“Chi è? Come si chiama? Lo conosco, è di qua?”

“Oh, ma sei scema? E’ una cosa inventata”.

“Ah già. Me ne stavo scordando. Allora, scusa, aspetta”

“Eh, che c’è mo?”

“Fai come il tuo racconto dell’anno scorso”

“Quale, quello del concorso letterario?”

“Sisi, quello. Quindi DAVANTI ad un supermercato”.

“Vabbuò, come vuoi tu!”

“Ho incontrato un uomo davanti ad un supermercato.

T-shirt. Bermuda. Mocassini.

Alto a sufficienza. Occhi chiari. Viso pulito…”

“E’ bello? E come si chiama? e quanti anni ha?”

“Oddio se mi fai inventare, forse… acquietati che Dio t’acquieta”

“Veramente era t’aiuta…”

“T’ha da sta zitta, se no mo me n’arvaje”

“Scine scine, ok”

Ho incontrato un uomo davanti ad un supermercato.

T-shirt. Bermuda. Mocassini.

Alto a sufficienza. Occhi chiari. Viso pulito.

In realtà non è che io l’abbia proprio “incontrato”. Un mezzo appuntamento ce l’avevamo., ma era per un altro giorno, poi abbiamo anticipato, il motivo non lo so nemmeno io.

L’ho conosciuto on line”

“Maaaaaaaaaa, oddiooooo, Nazariaaaaa. Ma se tu manco dai il tuo numero ai tuoi genitori n’altro pò, mo ne conosci uno on line???”

“Mo t’accid. Sto inventando. E poi qui ci sono io, come tu, come tante, no?”

“Beh si, vero. Dici dici, che mi può piace ‘sto fatto”

“Abbiamo chiacchierato a lungo. Interessante, il tizio. Mi pare di capire che faccia un qualche lavoro di scartoffie e (teoricamente) ci dovrebbe avere anche ‘na famiglia.

Il fatto è che non m’importa.

C’è di bello che mi fa ridere, dice molte cose interessanti, trova interessanti le mie e ci si riesce a scambiare qualche minuto di compagnia.

Davanti ad un supermercato. Si, strana cosa, in realtà.

Non lo sapevamo mica che avremmo trascorso le ferie nello stesso luogo.

Io ero stanca. Un anno lungo, molto lavoro, pochi risultati, la valigia come monito sotto il letto.

A seguito dell’ennesima notte insonne, un link mi ha proposto una settimana tra le vallate Toscane, all inclusive, ad un prezzo al limite tra l’onesto e lo scandalosamente basso.

Dopo essermi rigirata nel letto della mia titubanza, ho fatto una rapida verifica sul cc in banca, un elenco delle cose da fare e ho armeggiato sotto il materasso per tirarne fuori la valigia.

Ci ho buttato alla rinfusa poche cose, ingolfando lo spazio di libri e di creme solari, che si sa io mi scotto anche all’ombra, ho telefonato al gestore del posto, ho controllato la disponibilità delle camere, e sono partita.

Così. Su due piedi.

Senza pensare. Riflettere. Al bando la solita me. Si vive.

Benzina, autostrada, autogrill. Sosta obbligatoria per rendermi conto di quanto appena fatto.

Navigatore impostato. Si parte.

Lungo la strada milioni di pensieri. La striscia bianca del serpente d’asfalto mi sfida in un trip psichedelico. Le note delle canzoni arrivano e poi vanno via. Sento la mia voce rincorrerle, ma è come se a cantare fosse un’altra. Il mare irrompe, a tratti, nella linea dell’orizzonte, tra le valli che racchiudono l’autostrada, e brilla nemmeno ci avessero scaricato dentro barili e barili di diamanti.

Piano piano la notte scende, la luce si tinge di rosa. Il rumore dei camion che mi passano accanto è ipnotico. Un effetto doppler che accompagna il mio percorso.

I fanalini delle auto davanti diventano sempre più rossi nella notte, mentre quel qualcuno che tira le fila del  nostro destino drappeggia il cielo di stelle.

Il crepuscolo è profumato. Gli oleandri ondeggiano al ritmo delle auto che li scompigliano e rilasciano un lento odore selvatico, un profumo che nella mia mente di bambina richiama i viaggi.

Quelli fatti. E quelli immaginati.

Quando il mare cede il passo a pareti di roccia sempre più alte e ravvicinate e la notte sembra diventare più scura e fredda, decido per una sosta.

L’autogrill è di quelli tranquilli. Poco frequentati.

Niente file e file di barrette di cioccolato feriscono la vista con i loro colori sgargianti, mancano quei giocattoli insulsi e quasi offensivi da riportare ai bambini dopo un viaggio, e non c’è traccia di specialità del luogo.

E’ un non posto.

Il bancone è vecchio e malandato. Una signora che potrebbe avere 40 come 100 anni continua a passare uno straccio che deve aver visto anni migliori, meno batteri e soprattutto, un colore che non sia questo grigio indefinito.

Dal retro si intravede quella che dovrebbe essere una cucina. A schermare l’ingresso una di quelle tende antiche, fatte di fili plastica azzurri e gialli, intrecciati tra di loro. In più punti la plastica è scolorita, a tratti screpolata e mancano molti pezzi.

Anche lei deve aver visto tempi migliori.

La signora mi sente arrivare prima ancora che il sonaglio all’ingresso annunci la mia presenza e senza nemmeno che io abbia bisogno di parlare, mi indica il bagno.

Nello specchio mi osservo.

Quasi 34 anni. Il viso stanco, dietro gli occhiali.

Li tolgo, sciolgo i capelli, li libero sulle spalle e li inumidisco un po’ con l’acqua ferrosa che esce dalle tubature di quel bagno screpolato, ma pulito e tirato a lucido.

Mentre mi rassetto la gonna sento vibrare il cellulare

“Bedda dove sei a folleggiare?”

Sorrido. Sempre il solito. Mai una volta che perdesse lo smalto.

“Toh, chi si sente. Folleggiare, un corno, folleggiare”

Con la testa china sul cellulare mi incammino verso il bancone. Ad attendermi trovo un bicchere d’acqua, di quelli opacizzati da anni di lavastoviglie ed un panino.

A quanto pare li conosce bene, gli avventori, la signora. Sa, ancora prima che parlino, cosa vogliono e di cosa hanno bisogno.

“Mio marito ti sta facendo il pieno, bella ragazza. Tu intanto mangia il panino. Sono melanzane fresche del mio orto, qui dietro, e il formaggio ce lo porta una signora che sta dall’altra parte dell’autostrada. Assaggia, assaggia. Altro che le schifezze che voi giovani andate a mangiare pagandole fior fior di quattrini”

Scoprendomi più affamata di quanto io stessa pensassi, mi gusto la compagna della Sig.ra Clara (lo scopro chiacchiere facendo) e poi riparto nella notte ormai scura.

Prima di partire do una rapida occhiata ai messaggi.

Me ne ha lasciati diversi, mi annuncia che a breve partirà per le vacanza. “Famiglia”.

Sorrido, ma non chiedo dettagli.

Non so a cosa potrebbe servirmi, ma le sue parole danno sempre quella pacata sensazione di una mano poggiata su una spalle, seduti a parlare, di fronte al mare, piedi penzoloni nel vuoto dei propri pensieri.

Rapidamente gli invio un cenno di saluto, abbozzandogli la folle idea che mi ha spinta ad inoltrarmi in una traversata notturna per raggiungere un posto nelle colline Toscane, mai nemmeno sentito nominare.

Immagino la sua faccia, anche se non saprei e non potrei riconoscerla, non avendo di lui nulla. Non una foto, non la traccia audio della sua voce, nessuna connotazione fisica, insomma.

Lui è solo parole. Pensieri e parole.

Salgo in auto, scuoto la testa al pensiero della cintura e mi dico che in fondo si, ho fatto bene a staccare il sensore, quel terribile memento su una sicurezza che la cintura non sembra mai avermi dato.

Infilo un maglietta e cerco, in radio, una canzone che possa accompagnare il mio ultimo tratto di strada.

Con la coda dell’occhio vedo il telefono lampeggiare. Non mi importa.

Nessuno sa dove sono. Nemmeno io (e lui, ma lui non è in fondo che un pensiero nella notte) e quindi posso godermi questi ultimi chilometri in pace con me stessa.

Ad interrompere il mio canto sfrenato e a tratti sommesso, con l’aria che mi scompiglia i capelli solo la voce metallica del navigatore.

Dopo un tempo che mi sembra stupidamente insignificante rispetto a quello che mi raccontano le lancette, mi trovo davanti ad un bel casolare antico, un fila di cipressi paralleli a delimitare la strada di ingresso e luci in fondo alla strada a costellare ed indicare l’ampio portone.

L’accoglienza è superba.

Un caseggiato squadrato, di cui, nonostante la notte, si indovinano i toni ocra e rossi, tipici, nella mia immaginazione, della Toscana più vera.

Mi sistemo in camera.

Pochi mobili. Un letto alto, una piccola scrivania (sulla quale mi affretto a sistemare il computer ed i libri), un bagno in cui sedersi di lato, per non entrare con i piedi nella doccia, un armadio ricavato in una nicchia sul muro ed una piccola finestrella.

Apro gli scurini per affacciarmi nella notte e mi accoglie il profumo della campagna.

Immersa nei miei pensieri sento il telefono che emette un lento e costante lamento vibrante.

Guardo l’ora: le 2:00.

Mi chiedo chi possa essere e perchè insista tanto.

Scopro che è lui. Alzo il sopracciglio e scorro rapidamente i messaggi.

Ripete il nome della cittadina in cui sono appena arrivata.

“Ti sei dato alla Stalking, stasera? O si è impallato il pc e ripete per centomila volte il nome di questo benedetto luogo”

“Ahahahah mi fai morire”

“NO, ti prego sopravvivi ancora che ci pensa l’autostrada, domani, ad ucciderti. Io ho la schiena a pezzi ed ho viaggiato di notte, tu come diavolo puoi pensare di farlo di giorno non ne ho idea”

“Ahahaha le partenze intelligenti delle famiglie. Ascolta…”

“Dì”

“Ma mi stai prendendo in giro a dirmi che sei lì dove dici di essere?”

“Che ti sei fumato? Che diavolo di motivo avrei? Vai a nanna my dear, che c’hai sonno e devi partire”

“Non so come dirtelo.”

“Che?”

“Eh, insomma…”

“Insomma c’hai l’ebola e non lo puoi dire, che se no è un caso nazionale o davvero ti sei fumato qualcosa stasera?”

“(Scemotta)”

“(Grazie i complimenti sono sempre bene accetti!)”

“Domani. Io arrivo domani. E’ li che abita mia madre. Mi fermo qualche giorno prima di andare a trovare la famiglia di mia moglie”.

Qualche minuto di silenzio. Non so che fare. O come rispondere.

“Potremmo prendere un caffè” scrivo/cancello/scrivo/cancello/scrivo….

“Potremmo”

“Mercoledì?”

“Mercoledì”

“Buonanotte”

“A te bedda, smuack”.

Faccio una doccia veloce, infilo la mia canotta di seta grigia e scopro il letto. Il tessuto di lino grezzo mi accoglie in un sonno leggero, ma ristoratore.

Il cellulare si illumina solo qualche volta. Non ho voglia di allungare la mano. Attendo l’alba rannicchiata nei miei sogni.

Il primo giorno lo trascorro tra il letto, il bordo della piscina e le lente camminate in campagna, dove mi siedo a leggere e a scrivere qualcosa.

Il cellulare vibra.

“E se io dovessi, diciamo, andare a fare la spesa e tu dovessi, per esempio, comprare la ricarica al telefono tra, più o meno, 1 ora?”

“Ho l’addebito in banca, non faccio ricariche al telefono e non conosco supermercati in zona”

“Ma se, sempre per esempio, ti dicessi che basta che esci lungo la strada, prosegui dritto, trovi un semaforo e ti fermi in quel parcheggio a comprare, che so, lo shampoo per i capelli?”

“Ti direi che sono stata dal parrucchiere, ieri”

“Ah”

“Già. Tuttavia potrei aver bisogno di comprare qualche chilo di schifezze, che in albergo servono cibo troppo salutare e potrei doverti insegnare come si fa a portare un carrello, hai visto mai che tu non ne sia capace essendo la prima volta che lo fai”

“Diciamo tra 15 minuti?”

“20. Provo a rendermi decente”

“Sei bellissima, tu”

“Che ne sai, non mi hai mai vista”

“Ho visto le foto”

“Eeeee e che cccccc’entra. So foto”.

“Ti aspetto”

“Arrivo”

“Fa presto. Sono già qui”.

“Sicuro di te, eh?”

“Potrei doverti abbracciare”

“Potrei doverti picchiare”

Mi fermo per bere un po’ d’acqua, sistemare per bene il cappello sulla testa e controllare le spalle già troppo arrossate dal sole.

“Oh, Nazà, e mo? Ti fermi? Che succede? Che fa? Come ti sembra? E’ Bello?”

“Certo che tu sei proprio incredibile, oh. Mai ‘na volta che mi facessi finire”

Ho incontrato un uomo davanti ad un supermercato.

T-shirt. Bermuda. Mocassini.

Alto a sufficienza. Occhi chiari. Viso pulito.

In realtà non è che io l’abbia proprio “incontrato”. Un mezzo appuntamento ce l’avevamo, ma era per un altro giorno, poi abbiamo anticipato, il motivo non lo so nemmeno io.

Sta di fatto che io sono scesa dall’auto e lui m’abbracciata forte.

Ed io?

Io l’ho baciato.

Piano, agli angoli delle labbra. Poi ho osato, ne ho saggiato i contorni con la lingua”.

“E lui? E lui e lui e lui?”

Rido. Rido di cuore.

“Oddio Laurè, andiamo va, che è tardi, e devo mettere a mangiare a Pollicina”

“Si, ma…”

“Ma che? dai che sto nervosa, che domani finiscono le ferie”

“Non mi puoi lasciare così, a malincuore, perchè io voglio sapere dopo”

“Dopo che?”

“Dopo che succede”

“Succede, mia cara, che su quel letto, proprio quello, in mezzo al niente, ci siamo finiti a far l’amore”.

I wish – il tag dei desideri

  
Trattasi di novità, per me, che il mio non è che possa essere annoverato tra i blog più frequentati.

Ricevo (pochi minuti or sono) una notifica di un tag. Intanto ho dovuto capire su quale dannato social fossi, poi ho compreso di essere nel mio amato WordPress ed ho sorriso davanti al tag-gioco.

(Oggettivamente ed onestamente trovo anche un sacco figo aver avuto una nominations, che pur aborrendo canale 5 dal grande fratello in poi, sempre ne sono osmoticamente influenzata).

Se potessi esprimere un desiderio.

Mmmm. Interessante.

Non mi capita spesso. Ieri era il mio compleanno e l’ho fatto (e spero proprio si avveri) e quindi non posso svelarlo. 

Desidero, desidero, desidero.

Desidererei desiderare.

E che tutti lo facessero. Mi piacerebbe che ogni singolo abitante qui, di questo piccolo mondo incantato, potesse soffermarsi e desiderare. Anche una cosa banale. Non importa. Esperire un bisogno mentale che possa diventare fisiologico e tradursi in azione.

Comprare un libro. Andare a letto presto. Vedere quel film. Qualcosa di piccolo, però. Un obiettivo realizzabile a medio termine (se no si chiama chimera). 

Ecco desidero questo. I wish this. 

Qualcosa che si realizzi nell’arco di 15 giorni.

E mi piacerebbe proprio molto (ma proprio proprio proprio assai) capire quale sia (o sarebbe) il vostro obj a medio termine.

Ah, i tag: 

Avvocatolo

Tuttotace

Famiglia Componibile

321clic

Eli

Suzieq

Internettuale

oddio…. Ma chi scelgo adesso????? Tutti i miei 187 followers? ( eh si… Sono aumentati!!!!)

Mi sa (ma mi sa eh) che non ho ben capito il gioco del tag, ma mi son tanto divertita a scrivere qualche sciocchezza e ad intrattenermi con voi.

Torno a leggere che sto finendo il libro e poi vi devo ammorbare con la emo-recensione!

Nazaria.

E in tutto questo…

06.08

Mi so svegliata con un mal di testa…

Che manco ai cani (mai capito perché ai cani si auguri il peggio che io la mia la tengo come a ‘na reggina).

Dicevo. Mi so svegliata con un mal di testa di quelli da manuale. L’ho sentito pure arrivare, stanotte, ho beatamente ignorato tutte le prescrizioni mediche e, invece di interagire subito con lui in un dialogo costruttivo a suon di Relpax, ho finto di ignorarlo spiattellata nel letto.

E m’ha fregato. Un dolore che non vi dico. Ma ne avevo bisogno.

Ecco, già vi vedo tutti in fila occhi al cielo a pensare:

  1. madonnasantissimamadonna falla tornare in ufficio che ultimamente scrive post a ripetizione
  2. oddiomiochepallelasolitalamentosaautolesionista
  3. sono le 8.14 faccio tardi al lavoro
  4. amore dove hai messo i calziniiiiii?
  5. Dio santo questo lo rispedisco da quella gran cornuta della madre che tutte lei ne ha le colpe.
  6. Devo pagare la bolletta
  7. Oggi c’è il 3×2 alla Conad.
  8. Mamma mia fammi buttà il volantino che se questa scopre che c’è il 3×2 alla Conad ci organizza il ferragosto con le amiche
  9. C’è la spazzatura da butt….

(Punti 3-9: ammettetelo, prima riga del post, lettura veloce, qualche maledizione e poi ognuno beatamente tornato a c…i proprio. E me lo auguro, altrimenti davvero io non vi capisco).

Per i sopravvissuti alla lista di cui sopra, alle idee delle mogli e dei mariti, ai figli che vogliono fare rafting nel fiumiciattolo dietro casa sennosannoianochelevacanezestannofinendo, ai “singoli” come me (se ci fosse la mia amica Stefania mi chiederebbe stanza singola quanto a notte – prezzi modici, of course, so tempi di crisi) che proseguono nella lettura di questo post vi spiego perché ne avevo bisogno.

Come di cosa? Del mal di testa, no?

(O leggete o ve ne andate, su, che non c’ho – più- tempo da perdere).

Avevo bisogno di un dolore così forte da costringermi ad alzarmi dal letto, da dove crogiolavo i miei pensieri da troppe  ore, ormai.

Oggi, esattamente 4 anni fa, convolavo a (in)giuste nozze. Ero bella. Dio se ero bella. Metri e metri di seta a drappeggiare un abito superbo. Capelli sciolti, solo due strass a reggere una piccola ciocca, più per vezzo che per necessità. Un meraviglioso mazzolino di rose bianche. Ognuna corredata da un piccolo brillantino. In vita una rosa di strass, a dare movimento a quel lento fluttuare.

Avevo scelto tutto. Ogni cosa. Con la cura maniacale che solo una donna (e soprattutto una che convive da 8 anni e ormai non ci spera più di infilarsi quel dannato vestito che ci fanno sognare fin da piccole) può riservare al proprio giorno speciale.

Un sorriso, ragazzi. Un sorriso di quelli che non ve lo potete nemmeno immaginare.

Si. Perché io ci credevo. Nonostante tutto. Nonostante lei (l’altra), l’accordo non propriamente tale in casa (non voglio e credo non vorrò scendere mai nei dettagli), io ci credevo.

Eravamo belli. Si, anche lui lo era. Portava ancora gli occhiali da vista.

Adoro gli uomini che indossano gli occhiali. Quel leggero schermo tra il fuori e la loro anima mi intriga.

Poi magari non è nulla, poi forse dietro c’è un abisso diverso da tutto quello che abbiamo immaginato, ma, se dovessi ricordare il momento in cui l’ho scelto (non prendiamoci in giro, vi prego, le persone le scegliamo in un istante, anche se magari non ce ne rendiamo subito conto) posso rievocare solo una frase “Ehi, lo vedi quel ragazzo, lì? quello carino, chiaro e con gli occhiali?, madò quanto mi piacciono gli uomini con gli occhiali”.

E lui l’ha sempre saputo. Quanto io fossi affascinata da quel particolare.

L’ha saputo al punto che ne ha fatto quasi una questione personale a toglierli, a voler mettere le lentine, a diventare un altro.

Ma oggi non ce l’ho con lui. Non posso, non più, non qui, non ora.

Fa male. Certo. Tanti di voi ci sono passati, tanti ci stanno passando. In tante liste di tante donne/uomini compare la scritta “Chiamare Avvocato per separazione” (scegliete con cura gli avvocati, disdegnate da quelli che c’hanno i blog – scherzo, scherzo, scherzo, pare che dice di essere bravo!!!), ma continuare questa estenuante lotta non mi porta da nessuna parte.

Eravamo due bellissimi ragazzi che andavano a sposarsi. Peccato solo non aver saputo ascoltare quello che il suo comportamento mi diceva. Non mi amava. Solo questo. Il non amore, costretto dentro una gabbia, esplode in rabbia.

Colpa mia, dunque. Colpa di quelle parole non dette. Colpa del disperato tentativo di appartenere a qualcuno, colpa di quella prima immagine poi non sondata, che mi ha trascinata per 12 lunghi anni.

Si, perchè dovete sapere che, per assurdo, ma nemmeno tanto, nonostante tutte le mie belle parole, nonostante io sia una di quelle donne che non rinuncerebbero mai (adesso lo so per certo, prima lo sospettavo) a se stesse, ai propri interessi e ad una identità, io nella vita volevo proprio essere moglie. E madre.

Intanto perchè credo che tali cose non siano mutamente escludentesi con il concetto di donna in carriera e poi perchè, e voi non lo potete sapere, ho un leggerissimo dislivello dell’anca, che sembra essere nato per appoggiarci un bimbo e portarselo dappresso. O per farci riposare un uomo dopo una meravigliosa notte di sesso.

Non m’è riuscito. C’ho provato in tutti i modi, chè un matrimonio, si sa, è un pezzo d’anima che se va via non torna mai più.

Ma io avevo bisogno di parole, di essere capita, amata, coccolata. Lui voleva altro. Una bella bambolina silenziosa. Ma per lui non ero bella, parlavo troppo e pensavo ancor più. Forse aveva ragione. Forse. Non so.

Credo che ad essere deleterie siano sempre e solo le combinazioni. Magari davvero con lui ero tutto ciò che diceva e magari lui con l’altra o con un’altra era e sarà un altro. Diverso. E migliore.

Comunque sia i sogni si sono infranti. Ed ho dovuto anche essere forte, nonostante fossi debole -molto debole- e prendere la decisione a 4 mani (io e me stessa), come diceva il grande Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere.

E adesso?

Lo so che ci state pensando. Lo so che vi chiedete tutti se mi manca, se ci penso se lo vorrei ancora.

No. La situazione oltre ad essere ampiamente degenerata era finita. Per tutti e due. Solo che lui non voleva ammetterlo.

Nel blog della mia cara TT ho letto, un giorno, il racconto del “saluto” in tribunale. Quel dolore che mangia dentro. Quando ti guardi e dici: “Diamine, è finita. Proprio a me, proprio a noi che ci dicevano tutti che bella coppia che eravamo”.

Quindi non poteva che andare così. Non avrei voluto guerre. Oh no. Non ne avrei volute. Volevo accantonaredimenticaredistruggerequantodisbagliatocifossimofatti e andare avanti.

Provare a ricostruire una immagine positiva di me.

Una magari non reale, ma non influenzata.

Non fa nulla.

Il bello è che ci spero ancora.

Com’è? In lui???? Ohhh ma mi leggete o no???

No. Spero in una estemporanea come quella scritta ieri, spero che qualcuno MI scelga, scelga me, le mie manie, le mie abitudini, i miei pianti silenziosi. Ma scegliendo questo sceglie anche una ragazza che sa ridere, che sa amare (e cucino pure bene).

Ma fa male. Sperare fa male e allora si cerca di farlo un po’ meno.

Poi nel frattempo viviamo.

Eravamo due ragazzi che andavano a sposarsi.

Io ero bellissima, ve lo giuro. Roba da non crederci. Roba che lo dico anche io. Roba che se ci penso mi viene da piangere. E non per lui, ma, egoisticamente, per me.

Un mio collega mi ha detto: Nazà tu li spaventi, gli uomini. Difficilmente credo ne troverai uno.

E mi sa che c’haraggggione.

Adesso credo ch’io vi debba salutare. Ho idea che non rileggerò nemmeno quello che ho appena terminato di gettare su questa tastiera. Era un flusso di coscienza necessario.

Il mal di testa è diventato dirompente, ossessivo, inquietante. Ma c’è. Mi ricorda che ci sono e da un motivo alla perdita dell’impianto idrico.

…e in tutto questo…

Buon compleanno, Nazà.

Che di anni ne son 34, ma nel cuore sei ancora quella quindicenne in ombra, defilata dagli altri, che parla troppo, legge un libro e si commuove per poco.

“Dove dovrebbe portarci tutto ciò? Là dove ci porterà. E se non dovesse portarci fin là, allora non doveva portarci fin là. Quindi ci porterà senz’altro là dove deve portarci.” (Glattauer. “Le ho mai raccontato del vento del nord”)