PSE

Ritorno.

Ore 14 per un pelo. Devo stare attenta al cambio, quindi no, non dormo.

Voglio fare un dolce, oggi, a casa.

A me che i dolci non mi vengono.

Voglio sfidarmi.

Perderò.

Come sempre. Ma devo mettermi in competizione con me stessa.

C’è il sole.

Sulla destra a breve vedrò il mare. Il mio mare, quel mare.

E lèggerò il cartello della stazione dove ho lasciato il cuore e tutta la mia soddisfazione personale e professionale.

Sta lì.

Io lo cerco. Lo riprendo ogni tanto, ma sempre lì resta. Ogni volta che leggo quel cartello, risento la gioia di quei giorni.

Adesso corro. Su e giù per l’Italia, per il mio sogno, per la mia testardaggine, per aver letto Canne al vento quando ero una ragazzina troppo stupida, quando mi sono illusa che la resilienza sia la chiave di volta.

Non volta nulla.

Nemmeno la carta di De Andrè.

Sono arrabbiata oggi, arrabbiata e frustrata.

Eppure sono stata 5 ore con dei bambini adorabili.

Le letterine capricciose, poi la comprensione del testo, poi gli iperonimi, la verifica di geografia e un brain storming comportamentale.

Eppure varcato il cancello di quella scuola e saputo della fine di una supplenza a completamento mi sono solo chiesta perchè. Perché a me. A me che ci credo tanto. A me che mi vedo solo in loro. A me che gelo nelle pensiline all’alba per insegnare un apostrofo o un accento.

Non lo so. Torno a casa. Quando? Non ne ho idea. Intanto torno. Annuso i bimbi.

No ho bisogno.

Faccio un dolce.

Ci provo.

Vado avanti. Devo farlo. Ma ad essere Sisifo ci si stanca, prima o poi.

Ci si stanca dentro.

Maestra Nazaria

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