Vento che sa di tramontana….

Inizio a scrivere che sono ancora in macchina.

Troppo codarda per affrontare il vento gelido della mattina.

Taglierà la faccia. Lo sento. Lo percepisco. Lo so.

È un vento che sa di tramontana.

Eppure è un’alba. O lo sarà di qui a breve. La notte ancora incombe.

Lui spira forte.

Mi ha sfidata beffarda tutta la notte. La sveglia segnava l’una, o giù di lì. Il sonno aveva già abbandonato il mio comodo giaciglio, per andarsene a spasso nel mondo coi miei sogni e il mio corpo spossato.

Piove. Secchi d’acqua vomitati giù dal cielo.

Un binario in attesa di un treno.

In un posto così lontano che non ne conoscevo l’esistenza. 6 ore di viaggio per 5 ore di lavoro. 4.45 oggi. Per essere esatti.

Poi un autobus. Poi un altro.

Nel loro letto i miei pulcini trepidanti nemmeno hanno sentito il mio essere andata via. Ho respirato il loro odore. Sta cambiando, negli anni, ma resta sempre quella parte di me che andrà a spasso nel mondo. Un profumo noto. Che riconoscerei tra mille.

Non se ne sono accorti, no.

Troppo veloce il tutto.

Troppo profondo il loro sonno.

Stamattina quando incontrerò il mare, se un barlume di luce avrà increspato la notte, sarà tutto un turbinio di onde. Spero di riuscire ad intravedere, nel buio, la carta crespa bianca che si infrange sugli scogli.

Allerta meteo, la chiamano.

Freddo è il suo nome.

La coda della merla si insinua in un febbraio acerbo. Il freddo non vuole abbandonare la sua comoda poltrona e sbeffeggia il mondo con i suoi colpi di coda e i turbinii di pioggia e vento nell’aria.

Ma nulla scalfisce un sogno.

Vado.

Dove vado? Ad insegnare.

La paga? non ve la nomino nemmeno. Non avrebbe senso. Sarebbe irrisoria ed offensiva per chi si è speso in anni di studio. E due lauree magistrali.

Ma questa mattina entro in seconda.

Primaria.

Si.

Avete presente?

Piccoli bimbi in piccoli grembiuli, in piccoli banchi.

Una piccola fantastica seconda, dove facciamo fatica a contare i positivi e i negativi, non sappiamo mai chi sarà di qui o di là dallo schermo, e dove, questa mattina dovremo imparare la comprensione del testo. “L’orco buono” si intitola la storia.

Chissà quante risatine sommesse e quanti noooo corali al “prendete il diario: domande per casa”.

Ma….

Avrò tanto piccole voci intorno. Tante querule richieste di aiuto. Tanti “maestra” a risuonare nell’aria.

Maestra.

Che, come dico sempre io, dopo l’appellativo “mamma” è il più bello dei nomi.

Così viaggio.

Alla ricerca del mio sogno.

40 anni suonati, con una stanchezza nelle ossa che fa tremare il cuore.

Ma viaggio, perché il contraccolpo sta nel “maestra”che mi vado a pigliare. Si. Pigliare. È mio, di diritto. Un castello di carte che prima o poi cementificherà. Un castello di piccoli attimi che danno un senso alla vita. La mia vita.

Quando torno a casa? Non lo so. Dipende dalla fortuna. Per un minuto potrei esservi alle 16. Per un altro alle 17. In tutto questo mi mancano i bimbi, i miei, ma spero, con il tempo, che capiscano che la mamma ha fatto questo anche per loro.

Tira un vento che sa di maestrale. L’aria taglia il viso. Le mani sono gelide sotto i guanti. Mascherine che appannano gli occhiali insonnoliti, fanno da compagnia al mio viaggio. Anche il treno sembra aver sonno.

Maestra, buongiorno.

Aspetto solo quello.

Poi la giornata si srotolerà, per morire e riniziare, ancora, ancora e ancora, fino ad albe più clementi, nella nascosta primavera.

Maestra Nazaria.

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