E dopo? Che succede?

mare

Da ragazzina avevo un brutto vizio.

Uno/due giorni prima di tornare a scuola dalle vacanze iniziavo una lagna infinita con me stessa.

Si, con me stessa, perché non è che io la esternassi ammorbando gli altri, ma iniziavo tutta una serie di saluti lacrimosi.

E ciao al mare (se ci si andava), e ciao alla luna di notte, e ciao alle colazioni in tarda ora, e ciao alle scarpe aperte (quella è una cosa che difficilmente abbandono anche ora) etc etc (con ovvie differenze in base alla stagione di turno).

Sostanzialmente piangevo.

Un pianto silenzioso e costante, che accompagnava il risveglio fino al nuovo inizio anno, o alla ripresa delle lezioni.

Quello che era strano è che, in fondo, io non sono mai stata una da follie, feste ed altro e quindi i periodi vacanzieri poco si distinguevano da quelli feriali.

Tant’è…

Le abitudini, però, son dure a morire.

Questa mattina mi sono svegliata particolarmente torva. Ho guardato male anche la piccola Pollicina e praticamente abbaiato contro la mia amica e la figlia che erano venute qui a farsi “agghindare” prima di un matrimonio (all’occorrenza adoro fare da estetista e parrucchiera, sono una addict dei tutorial).

Domani si torna in ufficio.

Ferie finite. Andate. Kaputt.

Anche per quest’anno lo scampolo di libertà sarà da riporre accuratamente.

Ho già tirato giù la scatola con la bella etichetta “ferie” e ora  me ne sto seduta, di fronte al mare, a cincischiare con un mia amica che scatta istantanee con le parole di questi giorni. E dei nostri anni.

Rendicontiamo un po’ queste ferie.

Lei le sue, io le mie, nonostante lei sia più sfacciatamente fortunata di me e rientri in ufficio solo la settimana prossima.

Di fare non abbiamo fatto granchè.

Lei ha “prodotto” conserva di pomodori (qui si dice “le buttije”) come se non ci fosse un domani, io ho vegetato molte ore in casa, trascinando le mie infradito (dio che soddisfazione) in lungo e largo in questi ampi 40mq e letto e scritto tanto.

“Però sarebbe stato bello, non trovi?” esordisce lei

“Cosa? Cosa sarebbe stato bello?” rispondo pigramente mentre me ne sto spiaggiata sulla riva e con i piedi a mollo.

“Che ne so, andarcene, partire, o vivere un’avventura. Qualcosa di meno, ecco, meno noioso, insomma”

“Qualcosa, cosa?”

“Non lo so. Resta che ce ne dobbiamo andare da qua, lasciare questo lavoro, sfruttare le nostre qualifiche, evolvere, che tra un po’ ci stanchiamo e mandiamo tutto all’aria”

“Una spa. Questo ci vuole. Eh? che ne dici? Due,tre giorni in una spa. Massaggi, oli profumati, the, musica lounge”

“Oddio si, ma che c’entra questo con il lavoro o altro?”

“Piedi per terra, tesoro. Se (nel caso e speriamo e facciamo makumbe varie) ci dovessero rinnovare il contratto, mal che vada ce ne scappiamo due tre giorni in quella benedetta spa”

“Si, in effetti. Facciamoci prima rinnovare il contratto, poi decidiamo di cambiarlo, il lavoro”

Continuiamo a guardare il mare. Io rubo il suo cappello (lei è sempre perfetta, anche al mare) e scruto l’orizzonte (e l’orda di bagnanti con carico di cibo per 20 generazioni che assale quell’ultimo tratto libero di costa).

Lei chiacchiera con il suo fidanzato al telefono, poi si allunga pigramente, mi scatta una foto, sorride e mi fa:

“Me la racconti, una storia? Adoro starti a sentire. Facciamo che ci inventiamo qualcosa. Mi piace il tono della tua voce. Poi in ufficio non avremo tempo”.

“Che mi invento, Laurè, che so un cantastorie, io?”

“Non lo so, qualcosa di improbabile ma che può sembrar vero”

“Che un domani andiamo in pensione ed io esercito la mia professione e tu la tua?”

“Nazà”

“Eh?”

“Che può sembrar vero. Hai presente??”

“Ehm si. Giusto. Verosimile”.

“Già”.

“Allora, ascolta, ho incontrato un tizio in un supermercato.”

“Chi è? Come si chiama? Lo conosco, è di qua?”

“Oh, ma sei scema? E’ una cosa inventata”.

“Ah già. Me ne stavo scordando. Allora, scusa, aspetta”

“Eh, che c’è mo?”

“Fai come il tuo racconto dell’anno scorso”

“Quale, quello del concorso letterario?”

“Sisi, quello. Quindi DAVANTI ad un supermercato”.

“Vabbuò, come vuoi tu!”

“Ho incontrato un uomo davanti ad un supermercato.

T-shirt. Bermuda. Mocassini.

Alto a sufficienza. Occhi chiari. Viso pulito…”

“E’ bello? E come si chiama? e quanti anni ha?”

“Oddio se mi fai inventare, forse… acquietati che Dio t’acquieta”

“Veramente era t’aiuta…”

“T’ha da sta zitta, se no mo me n’arvaje”

“Scine scine, ok”

Ho incontrato un uomo davanti ad un supermercato.

T-shirt. Bermuda. Mocassini.

Alto a sufficienza. Occhi chiari. Viso pulito.

In realtà non è che io l’abbia proprio “incontrato”. Un mezzo appuntamento ce l’avevamo., ma era per un altro giorno, poi abbiamo anticipato, il motivo non lo so nemmeno io.

L’ho conosciuto on line”

“Maaaaaaaaaa, oddiooooo, Nazariaaaaa. Ma se tu manco dai il tuo numero ai tuoi genitori n’altro pò, mo ne conosci uno on line???”

“Mo t’accid. Sto inventando. E poi qui ci sono io, come tu, come tante, no?”

“Beh si, vero. Dici dici, che mi può piace ‘sto fatto”

“Abbiamo chiacchierato a lungo. Interessante, il tizio. Mi pare di capire che faccia un qualche lavoro di scartoffie e (teoricamente) ci dovrebbe avere anche ‘na famiglia.

Il fatto è che non m’importa.

C’è di bello che mi fa ridere, dice molte cose interessanti, trova interessanti le mie e ci si riesce a scambiare qualche minuto di compagnia.

Davanti ad un supermercato. Si, strana cosa, in realtà.

Non lo sapevamo mica che avremmo trascorso le ferie nello stesso luogo.

Io ero stanca. Un anno lungo, molto lavoro, pochi risultati, la valigia come monito sotto il letto.

A seguito dell’ennesima notte insonne, un link mi ha proposto una settimana tra le vallate Toscane, all inclusive, ad un prezzo al limite tra l’onesto e lo scandalosamente basso.

Dopo essermi rigirata nel letto della mia titubanza, ho fatto una rapida verifica sul cc in banca, un elenco delle cose da fare e ho armeggiato sotto il materasso per tirarne fuori la valigia.

Ci ho buttato alla rinfusa poche cose, ingolfando lo spazio di libri e di creme solari, che si sa io mi scotto anche all’ombra, ho telefonato al gestore del posto, ho controllato la disponibilità delle camere, e sono partita.

Così. Su due piedi.

Senza pensare. Riflettere. Al bando la solita me. Si vive.

Benzina, autostrada, autogrill. Sosta obbligatoria per rendermi conto di quanto appena fatto.

Navigatore impostato. Si parte.

Lungo la strada milioni di pensieri. La striscia bianca del serpente d’asfalto mi sfida in un trip psichedelico. Le note delle canzoni arrivano e poi vanno via. Sento la mia voce rincorrerle, ma è come se a cantare fosse un’altra. Il mare irrompe, a tratti, nella linea dell’orizzonte, tra le valli che racchiudono l’autostrada, e brilla nemmeno ci avessero scaricato dentro barili e barili di diamanti.

Piano piano la notte scende, la luce si tinge di rosa. Il rumore dei camion che mi passano accanto è ipnotico. Un effetto doppler che accompagna il mio percorso.

I fanalini delle auto davanti diventano sempre più rossi nella notte, mentre quel qualcuno che tira le fila del  nostro destino drappeggia il cielo di stelle.

Il crepuscolo è profumato. Gli oleandri ondeggiano al ritmo delle auto che li scompigliano e rilasciano un lento odore selvatico, un profumo che nella mia mente di bambina richiama i viaggi.

Quelli fatti. E quelli immaginati.

Quando il mare cede il passo a pareti di roccia sempre più alte e ravvicinate e la notte sembra diventare più scura e fredda, decido per una sosta.

L’autogrill è di quelli tranquilli. Poco frequentati.

Niente file e file di barrette di cioccolato feriscono la vista con i loro colori sgargianti, mancano quei giocattoli insulsi e quasi offensivi da riportare ai bambini dopo un viaggio, e non c’è traccia di specialità del luogo.

E’ un non posto.

Il bancone è vecchio e malandato. Una signora che potrebbe avere 40 come 100 anni continua a passare uno straccio che deve aver visto anni migliori, meno batteri e soprattutto, un colore che non sia questo grigio indefinito.

Dal retro si intravede quella che dovrebbe essere una cucina. A schermare l’ingresso una di quelle tende antiche, fatte di fili plastica azzurri e gialli, intrecciati tra di loro. In più punti la plastica è scolorita, a tratti screpolata e mancano molti pezzi.

Anche lei deve aver visto tempi migliori.

La signora mi sente arrivare prima ancora che il sonaglio all’ingresso annunci la mia presenza e senza nemmeno che io abbia bisogno di parlare, mi indica il bagno.

Nello specchio mi osservo.

Quasi 34 anni. Il viso stanco, dietro gli occhiali.

Li tolgo, sciolgo i capelli, li libero sulle spalle e li inumidisco un po’ con l’acqua ferrosa che esce dalle tubature di quel bagno screpolato, ma pulito e tirato a lucido.

Mentre mi rassetto la gonna sento vibrare il cellulare

“Bedda dove sei a folleggiare?”

Sorrido. Sempre il solito. Mai una volta che perdesse lo smalto.

“Toh, chi si sente. Folleggiare, un corno, folleggiare”

Con la testa china sul cellulare mi incammino verso il bancone. Ad attendermi trovo un bicchere d’acqua, di quelli opacizzati da anni di lavastoviglie ed un panino.

A quanto pare li conosce bene, gli avventori, la signora. Sa, ancora prima che parlino, cosa vogliono e di cosa hanno bisogno.

“Mio marito ti sta facendo il pieno, bella ragazza. Tu intanto mangia il panino. Sono melanzane fresche del mio orto, qui dietro, e il formaggio ce lo porta una signora che sta dall’altra parte dell’autostrada. Assaggia, assaggia. Altro che le schifezze che voi giovani andate a mangiare pagandole fior fior di quattrini”

Scoprendomi più affamata di quanto io stessa pensassi, mi gusto la compagna della Sig.ra Clara (lo scopro chiacchiere facendo) e poi riparto nella notte ormai scura.

Prima di partire do una rapida occhiata ai messaggi.

Me ne ha lasciati diversi, mi annuncia che a breve partirà per le vacanza. “Famiglia”.

Sorrido, ma non chiedo dettagli.

Non so a cosa potrebbe servirmi, ma le sue parole danno sempre quella pacata sensazione di una mano poggiata su una spalle, seduti a parlare, di fronte al mare, piedi penzoloni nel vuoto dei propri pensieri.

Rapidamente gli invio un cenno di saluto, abbozzandogli la folle idea che mi ha spinta ad inoltrarmi in una traversata notturna per raggiungere un posto nelle colline Toscane, mai nemmeno sentito nominare.

Immagino la sua faccia, anche se non saprei e non potrei riconoscerla, non avendo di lui nulla. Non una foto, non la traccia audio della sua voce, nessuna connotazione fisica, insomma.

Lui è solo parole. Pensieri e parole.

Salgo in auto, scuoto la testa al pensiero della cintura e mi dico che in fondo si, ho fatto bene a staccare il sensore, quel terribile memento su una sicurezza che la cintura non sembra mai avermi dato.

Infilo un maglietta e cerco, in radio, una canzone che possa accompagnare il mio ultimo tratto di strada.

Con la coda dell’occhio vedo il telefono lampeggiare. Non mi importa.

Nessuno sa dove sono. Nemmeno io (e lui, ma lui non è in fondo che un pensiero nella notte) e quindi posso godermi questi ultimi chilometri in pace con me stessa.

Ad interrompere il mio canto sfrenato e a tratti sommesso, con l’aria che mi scompiglia i capelli solo la voce metallica del navigatore.

Dopo un tempo che mi sembra stupidamente insignificante rispetto a quello che mi raccontano le lancette, mi trovo davanti ad un bel casolare antico, un fila di cipressi paralleli a delimitare la strada di ingresso e luci in fondo alla strada a costellare ed indicare l’ampio portone.

L’accoglienza è superba.

Un caseggiato squadrato, di cui, nonostante la notte, si indovinano i toni ocra e rossi, tipici, nella mia immaginazione, della Toscana più vera.

Mi sistemo in camera.

Pochi mobili. Un letto alto, una piccola scrivania (sulla quale mi affretto a sistemare il computer ed i libri), un bagno in cui sedersi di lato, per non entrare con i piedi nella doccia, un armadio ricavato in una nicchia sul muro ed una piccola finestrella.

Apro gli scurini per affacciarmi nella notte e mi accoglie il profumo della campagna.

Immersa nei miei pensieri sento il telefono che emette un lento e costante lamento vibrante.

Guardo l’ora: le 2:00.

Mi chiedo chi possa essere e perchè insista tanto.

Scopro che è lui. Alzo il sopracciglio e scorro rapidamente i messaggi.

Ripete il nome della cittadina in cui sono appena arrivata.

“Ti sei dato alla Stalking, stasera? O si è impallato il pc e ripete per centomila volte il nome di questo benedetto luogo”

“Ahahahah mi fai morire”

“NO, ti prego sopravvivi ancora che ci pensa l’autostrada, domani, ad ucciderti. Io ho la schiena a pezzi ed ho viaggiato di notte, tu come diavolo puoi pensare di farlo di giorno non ne ho idea”

“Ahahaha le partenze intelligenti delle famiglie. Ascolta…”

“Dì”

“Ma mi stai prendendo in giro a dirmi che sei lì dove dici di essere?”

“Che ti sei fumato? Che diavolo di motivo avrei? Vai a nanna my dear, che c’hai sonno e devi partire”

“Non so come dirtelo.”

“Che?”

“Eh, insomma…”

“Insomma c’hai l’ebola e non lo puoi dire, che se no è un caso nazionale o davvero ti sei fumato qualcosa stasera?”

“(Scemotta)”

“(Grazie i complimenti sono sempre bene accetti!)”

“Domani. Io arrivo domani. E’ li che abita mia madre. Mi fermo qualche giorno prima di andare a trovare la famiglia di mia moglie”.

Qualche minuto di silenzio. Non so che fare. O come rispondere.

“Potremmo prendere un caffè” scrivo/cancello/scrivo/cancello/scrivo….

“Potremmo”

“Mercoledì?”

“Mercoledì”

“Buonanotte”

“A te bedda, smuack”.

Faccio una doccia veloce, infilo la mia canotta di seta grigia e scopro il letto. Il tessuto di lino grezzo mi accoglie in un sonno leggero, ma ristoratore.

Il cellulare si illumina solo qualche volta. Non ho voglia di allungare la mano. Attendo l’alba rannicchiata nei miei sogni.

Il primo giorno lo trascorro tra il letto, il bordo della piscina e le lente camminate in campagna, dove mi siedo a leggere e a scrivere qualcosa.

Il cellulare vibra.

“E se io dovessi, diciamo, andare a fare la spesa e tu dovessi, per esempio, comprare la ricarica al telefono tra, più o meno, 1 ora?”

“Ho l’addebito in banca, non faccio ricariche al telefono e non conosco supermercati in zona”

“Ma se, sempre per esempio, ti dicessi che basta che esci lungo la strada, prosegui dritto, trovi un semaforo e ti fermi in quel parcheggio a comprare, che so, lo shampoo per i capelli?”

“Ti direi che sono stata dal parrucchiere, ieri”

“Ah”

“Già. Tuttavia potrei aver bisogno di comprare qualche chilo di schifezze, che in albergo servono cibo troppo salutare e potrei doverti insegnare come si fa a portare un carrello, hai visto mai che tu non ne sia capace essendo la prima volta che lo fai”

“Diciamo tra 15 minuti?”

“20. Provo a rendermi decente”

“Sei bellissima, tu”

“Che ne sai, non mi hai mai vista”

“Ho visto le foto”

“Eeeee e che cccccc’entra. So foto”.

“Ti aspetto”

“Arrivo”

“Fa presto. Sono già qui”.

“Sicuro di te, eh?”

“Potrei doverti abbracciare”

“Potrei doverti picchiare”

Mi fermo per bere un po’ d’acqua, sistemare per bene il cappello sulla testa e controllare le spalle già troppo arrossate dal sole.

“Oh, Nazà, e mo? Ti fermi? Che succede? Che fa? Come ti sembra? E’ Bello?”

“Certo che tu sei proprio incredibile, oh. Mai ‘na volta che mi facessi finire”

Ho incontrato un uomo davanti ad un supermercato.

T-shirt. Bermuda. Mocassini.

Alto a sufficienza. Occhi chiari. Viso pulito.

In realtà non è che io l’abbia proprio “incontrato”. Un mezzo appuntamento ce l’avevamo, ma era per un altro giorno, poi abbiamo anticipato, il motivo non lo so nemmeno io.

Sta di fatto che io sono scesa dall’auto e lui m’abbracciata forte.

Ed io?

Io l’ho baciato.

Piano, agli angoli delle labbra. Poi ho osato, ne ho saggiato i contorni con la lingua”.

“E lui? E lui e lui e lui?”

Rido. Rido di cuore.

“Oddio Laurè, andiamo va, che è tardi, e devo mettere a mangiare a Pollicina”

“Si, ma…”

“Ma che? dai che sto nervosa, che domani finiscono le ferie”

“Non mi puoi lasciare così, a malincuore, perchè io voglio sapere dopo”

“Dopo che?”

“Dopo che succede”

“Succede, mia cara, che su quel letto, proprio quello, in mezzo al niente, ci siamo finiti a far l’amore”.

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67 pensieri su “E dopo? Che succede?

    • Beh, indubbiamente un finale reale, diciamoci la verità, sarebbe stato una chiusura ferie mica da poco!!!! Ma c’è la fantasia, ed il confine è davvero sottile!!!! Grazie del commento, del passaggio, del sorriso!!! Buona serata!

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    • La tenda di plastica. Sapevo non ti sarebbe sfuggita.
      Su Venere, sai, c’è sempre vita. Anche se silente. È solo apparenza. O discrezione nella sua manifestazione. Ma c’è.
      Ah, grazie. Sei sempre gentile nei confronti di quello che scrivo. Lo apprezzo. Infinitamente.
      “Ammaliato” è davvero un bel participio. Ancora grazie.

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  1. Simpatica la storia dell’incontro di persona. Il web inganna ma stavolta ha centrato in pieno.
    Ma Pollicina chi è? Sai sono un orso curioso. 😀
    Comunque hai esordio che hai solo un vizio. Che donna virtusa sei! 😀
    Oggi hai ripreso. Di certo col sorriso sulle labbra.
    Dolce serata. Non si sa mai 😀
    A proposito quel posto in Toscana è in val d’Orcia?

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  2. Complimenti. Ho rivisto particolari come in una ripresa televisiva. Leggere tanto scritto vuol dire che oltre alla curiosità pelosa c’erano caratteri che si incuneavano nella mente. Il letto di solito è il luogo dove lo scrittore lascia il sogno , non il segno.

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    • Ho apprezzato particolarmente il tuo commento, perché credo che riuscire a far immaginare agli altri quello che hai in testa è una bella soddisfazione.
      Quello che hai detto del letto. Beh… Cavoli. Mi ha sorpreso quanto posso essere vero. Grazie mille del tuo passaggio!

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  3. Ti ho già detto quanto mi piace leggerti, tanto che non so più che parole usare per farti i complimenti…
    Il racconto è molto più simile alla realtà che non alla fantasia, oppure la tua creatività supera il limite dell’irreale rendendolo incredibilmente reale… il che è superlativo. Di nuovo complimenti, non ce la faccio a trattenermi 🙂

    Una piccola curiosità. Facevo una cosa simile alla tua quando descrivi i saluti alla fine della stagione estiva, solo che io lo facevo a fine anno.
    Fino a pochi anni fa a dire il vero, pochi minuti prima della mezzanotte mi appartavo e salutavo, piangendo, l’anno che se ne andava. Era un momento tristissimo, la consapevolezza di un tempo che se ne andava e che non sarebbe mai più tornato, il non poter mai più rivivere il 199x. A fatica brindavo l’arrivo dell’anno nuovo, perché ancora nel cuore c’era quello appena trascorso.
    Un abbraccio forte forte 😉

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    • Buongiorno!!!!
      Ma che bel pasticcino di complimenti da gustarsi accanto al caffè della mattina.
      Sono molto fantasiosa e mi piace, poi, intrecciare la fantasia con grani di realtà o proiezioni modificate di essa (ma secondo me tu esageri e mi farai arrossire prima o poi)
      Per la tua piccola curiosità, beh, sorrido. E sai bene perché.
      Vogliamo parlare di me che piango baciando la superficie del mare?
      No. Non credo. Un forte a abbraccio a te. Fortissimo.

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  4. Bellissimo, come leggere un libro con la trama che ti prende fino alla fine!
    Ora però devo risolvere il problema, sono arrivato a Rosciano di Siena…domani ti aspetto in piscina o nella hall?
    Scherzi a parte, buon ferragosto Nazy 😉

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