Il Daruma.

  
 

Sono sempre rimasta stupita dal freddo di quelle mattine d’agosto, in California.

Credo che il bagaglio più grande di ogni “viaggiatore della domenica” come me, sia quello degli stereotipi.

Di viaggi mentali ne ho fatti fin troppi, con i libri poi, neanche a parlarne.

Di viaggi nel mondo un pò meno.

Mi frega il pragmatismo.

Tanto sognatrice, quanto iper-organizzatrice.

“Nazaria, a mamma, metti qualche felpa in valigia, per l’amore di Dio che poi ti viene il raffreddore ed il mal di testa”

“Oddio Ma, mi sembra che tu abbia letto Keruac, no? E baywatch? L’hai visto, si? Ecco, per favore non mi assillare”

“…Contenta tu…Poi non dire che non te l’avevo detto! Almeno portati l’Oki che mi sento più tranquilla, ti dovessi sentire male e non trovi le medicine”

Insensibile ai rimbrotti di mia madre che immaginava un’apocalittica distesa di gelo esente dalla presenza di farmacie e sulla scorta del sole della California, immaginato, letto, visto e mai vissuto, in valigia avevo, nell’ordine:

-infradito,

-short,

-canotte,

-e una pseudo maglia a maniche lunghe che ha fatto ridere persino la hostess in areo quando, alla mia supplichevole richiesta della terza coperta, mi ha sorriso con un tono di rimprovero.

“I’m a bit cold Can I have another blanket please?” avevo chiesto con tono compito, educato, ed in perfetto Inglese ( ho provato la frase almeno 4 volte in testa, prima di osare pronunciarla) e lei, con quel sorriso sornione ed un tono stucchevolmente gentile “ Sure, ma’me, but if I may….” ed io detesto i “but”…ma lei proseguì….“mi permetto di suggerirle che ha scelto un abbigliamento leggero sia per il viaggio in aereo sia, mi creda, per la destinazione che ha scelto”.

Ufficiale. Mia madre aveva superato i confini ed aveva avuto accesso al database delle hostess.

Ecco perché aveva imparato ad usare What’s app meglio di me.

 

LAX mi ha accolta con una distesa di luci nemmeno fossimo al più bello dei luna park, un crogiolo di razze talmente variopinto da farmi pensare che avrei potuto anche finire il mio viaggio seduta lì ad osservarli, uno ad uno, e tornare comunque con qualcosa di privatamente fantastico in Italia.

Adoro gli aeroporti, i porti, le stazioni, questi pezzi di mondo in cui ci si incontra, ci si scontra e magari si passa accanto a se stessi che nemmeno te ne accorgi.

Il fossato da superare per l’ingresso nel magnifico castello della città che avevo scelto per i miei prossimi 15 giorni era un mostro a non so più quante corsie, che, al confronto, farebbe impallidire anche i migliori tratti della nostra bene amata A14, con tutti i suoi cartelli “stiamo lavorando alla quarta corsia” che farebbero sganasciare dalle risate qualsiasi californiano che si rispetti.

 

A favor di fuso orario un sonno eccitato e ristoratore mi ha accompagnata nel mio primo risveglio d’oltreoceano.

E non ero preparata.

Non ero assolutamente preparata.

 

L’alba ha disseminato una luce rosa sulle strade. Una luce che filtrava dalle nuvole basse e stratificate e che annunciava un tardivo cielo azzurro.

I rumori. Netti, precisi. Non attutiti dal sonno o dal sogno, semplicemente in misura minore di quelli che si sarebbero sviluppati di li a poco.

Una variegata fauna umana popolava già le strade, sotto il balcone del

mio hotel. Affaccendate anime con il caffè in mano, che cercavano di incamminarsi nelle proprie giornate, con il sonno che offuscava gli occhi cisposi ed ancora restii al nuovo giorno .

Ed il freddo. Si. Il freddo.

Ora, una fetta significativa di amici e parenti sostiene che il mio rapporto con il freddo sia mentale e non reale. Tremo 365 giorni l’anno ( 366 se è bisestile) e sono la reincarnazione di Linus e della sua dannata copertina. Ma, a Los Angeles, la mattina (ed anche in buona parte della giornata), fa DAVVERO freddo.

Inevitabilmente l’avventuroso programma di quella giornata ha dovuto inglobare una tappa nel primo negozio di turno:

“ Hy ma’am can I help you?”

“ mmm…yes…actually” e stretta nella canotta leggera “ I’m cold, e…non è che per caso…”

“ oh sure, what about this?”

E cosa mai avrei potuto fare davanti a quel sorriso a 400 denti? Uscire frettolosamente in una trionfante maxi felpa “I LOVE LOS ANGELES”.

Come a dire “ok gli stereotipi ce li ho e li applico tutti, che cavolo”.

 

Mi sono incamminata nella città. Non avevo nessuna meta. Nessun tour organizzato. Nessuna tabella di marcia. La scelta, contraria al mio pragmatismo, era stata quella di provare a vedere lei cosa offriva, al di lá delle giostre note degli Universal Studios, di Hollywood Boulevard e di tutte le inevitabili tappe turistiche che avrei fatto senza la minima necessità di avere una guida.

Ma Los Angeles ha sempre avuto, per me, un fascino particolare, e volevo capirla. Adoro osservare. Guardare nelle finestre aperte degli altri e immaginare storie, vite e situazioni.

L’esercizio non è il giudizio, sia esso denigratorio o meno.

L’esercizio è l’immaginazione, la ricerca di nuove storie, di una nuova visione delle cose.

Ho passeggiato nelle strade che si snodavano intorno all’albergo, consumato una fantastica quanto calorica colazione Americana e sono andata a ritirare l’auto che avevo prenotato.

Mi stupisce ancora oggi la facilità con cui mi sono saputa orientare. Credo che certi luoghi, al pari di certe persone, ci scelgano. Credo che non si possa far altro che seguire il richiamo e andare.

Ne ho visti, lì, di posti. Ho lasciato mille piccoli pezzi di cuore nei punti più disparati. La camminata sul molo a Santa Monica con il suono di una chitarra hawaiana (ditemi, chi non ha sognato con Keruac di leggere “end of ruote 66”?)le spiagge di Malibú, l’atmosfera naïf di Venice Beach, il sole che si tuffava nell’oceano nel tratto di costa che porta a San Diego. E i ristorantini.

Dal fast food più noto, al peggiore localino dove si può facilmente gustare un buon BBQ affogato in talmente tanta salsa da restare svegli tutta la notte.

Ho conosciuto. Persone, luoghi, usanze.

L’italiano onnipresente, ma soprattutto il ragazzo africano arrivato ad LA per un master alla UCLA, la signora delle pulizie che ogni mattina usciva di casa con la sua aspirapolvere sulle spalle perché “alla pulizia lei ci teneva davvero”, il pazzo che mi ha spiegato che Dio esiste sempre e in ogni luogo e che la sua glorificazione doveva avvenire accettando la propria follia e coprendosi la testa di carta igienica, la ragazzina figlia di due donne, di due madri, che mi spiegava a soli sette anni, di quanto fosse fantastico avere un cane e trovare due mamme a casa, piuttosto che “un papá come lo hanno le mie amiche che ha i baffi e guarda la partita”.

 

E alla fine di ogni giornata ho riportato sempre indietro un sorriso.

Uno in più, uno ancora.

 

Ho passeggiato un pomeriggio intero in una amena stradina di Beverly Hills, nella sua parte più povera, quella vera, popolare, ad osservare le file di casette basse assorte nel rumore narcotizzante delle cicale e le auto che entravano ed uscivano dai vialetti. Ho sorriso, per oltre un’ora, guardando una signora messicana con la sua rumorosa famiglia

“come here, non lo vedi che tuo padre sta tagliando l’erba? Don’t move, please. Richiama tuo fratello”

“Honey please” sentivo rispondere il marito ad ogni incalzante richiesta della moglie “be patient”

Ho seguito tutte le evoluzioni, dal rumore del tagliaerba, fino a quello delle ruote del bidone della spazzatura trascinato sul vialetto. Ho corso come una ossessa verso la Union Station, una sera in cui mi ero attardata oltre l’orario consigliato in Downtown Center, per sfuggire ad un senzatetto che aveva iniziato a seguirmi emettendo strani suoni gutturali e che alla fine è stato caricato in malo modo su un’auto-pattuglia della polizia locale. Anche per quello ho riportato con me un sorriso. Perché ogni esperienza vale un sorriso.

E poi, una mattina, ho definitivamente lasciato che un pezzo di cuore scegliesse consapevolmente di non tornare più in Italia, ma di restare ad attendermi lì, dove un giorno io tornerò a trovarlo. Non a riprenderlo, ma a trovarlo.

 

Girovagando alla ricerca di un parcheggio, ho intravisto, con la coda dell’occhio, il fiocco di un meraviglioso kimono.

Chi mi conosce sa l’atavica passione che ho per l’Asia e per il Giappone in genere, passione che si riverbera nel mio appartamento e che trova origine nella serenità che la loro cultura e la loro particolare capacità di fare arte riescono a trasmettermi.

In sostanza ho parcheggiato e, armata di cellulare ultimo modello per far foto e condividere in tempo reale, protezione 60 (non scherzo, farà anche freddo, ma il sole é spietato) e una dose di curiosità di quelle che stupiscono addirittura me stessa, ho cercato, come fa un cane che segue la preda, di andare dietro quei passi svelti che avevo intravisto per puro caso.

È stato come entrare in un altro mondo. Una piccola enclave all’interno di una terra straniera. In un istante talmente fuggevole da passare quasi inosservato sono cambiati, intorno a me i suoni, gli odori, i colori.

“Excuse me…” ho chiesto alla prima persona che mi sono trovata accanto, un portiere in una livrea di qualche importante hotel “potrebbe dirmi dove mi trovo, non conosco questo posto e la mia guida, qui, sembra non parlarne”

Lui mi ha sorriso con il tono di chi la sa lunga, con la consapevolezza di chi vede passare fiumane di turisti, affaccendati a seguire le vie note, con il naso nelle guide statiche che raccontano una Los Angeles patinata e non troppo vera.

“Little Tokio, mai sentito nominare? Forse non c’è nemmeno, sulla tua guida, Welcome!”

“Thank you, you are so nice”

Ero entrata, senza accorgermene, a Little Tokio. Piccolissimo quartiere, anzi in sostanza piccolissimo isolato, strizzato tra la più nota Chinatown ed il quartiere madre di Los Angeles, El Pueblo, in origine poco più di caravanserraglio che, con la piccola chiesa “Nostra Senora la Reina de Los Angeles” ha segnato la nascita di questa cosmopolita città, ad opera di uno sparuto gruppo di famiglie Spagnole, mandate a colonizzare quella parte del nuovo mondo niente poco di meno che da Carlo III.

La fortuna arride gli audaci, si suol dire, ed in effetti, ho avuto l’onore di trovarmi in quel fantastico quartiere proprio nel giorno culminante del Nisei Week. Che altro non è che una sorta di Japan-pride, una meravigliosa, quanto variopinta parata di scuole di arti marziali e danze in Kimomo che mira a raccontare e glorificare la loro cultura e la capacità di inserirsi in un contesto talmente tanto ampio come Los Angeles, conservandone la natura, in un processo di interazione e di interscambio pari, a mio modestissimo avviso, a quello voluto dal Grande Alessandro, quando con una lungimiranza non troppo in uso a quei tempi, annetteva e non sottometteva le popolazioni. Io li chiamo rapporti osmotici. Sono quegli interscambi in cui si mantiene la cellula madre, ma si permette all’altro di permeare il nostro mondo uscendone arricchiti.

Sarebbe troppo complesso descrivere ogni istante di quella poliedrica giornata, ma vi basti immaginarmi con un sorriso talmente tanto ampio da esserne oggetto di scherno alla classica cena in cui, di rientro da un viaggio, si mostrano le foto agli amici.

“Nazaria, ma che avevi fatto? Sempre a ridere in queste foto”

“Ehi ragazzi, guardate questa…si era bruciata, naso e guance rosse, stile Haidy, la protezione no, eh?”

“Oh oh e la capretta? L’hai usata per la lana eh?”

“Oddio incredibile, nazá, solo tu puoi bruciarti in California imbardata in un felpa formato famiglia”

“Però che bei posti devi aver visto…”

Più che posti erano momenti, avrei voluto rispondere. Ma so che non avrebbero capito. Le emozioni si devono vivere. Ti ci devi immergere, come i fedeli nel Gange, capirne le radici e uscirne purificato ed arricchito.

Ho curiosato nel loro museo, mangiato un’immangiabile pasta cucinata da una sorta di Marrabbio dei nostri tempi (suvvia chi non ha visto Kiss me Licia), ammirato i loro piccoli negozietti, gonfi di chincaglieria della più raffinata fattezza ed ho conosciuto May, affascinante ragazza di 27 anni con indosso un originale Kimomo in seta dai toni ocra, ricamato con preziose gru arancio e oro.

L’ho fermata e le ho sorriso, rapita dai quei disegni

“ Posso” ho esitato un attimo “…posso farti una foto?”

Lei mi ha sorriso, con occhi gentili che hanno disegnato altri ricami sul Kimomo della mia felicità di quel giorno

“Of course…Let’s take it together”.

Aveva questa splendida voce argentina, come tante piccole biglie lasciate cadere dalla mano di un bambino dispettoso e che rotolano su un piano di vetro ed il suo sorriso veniva da posti lontani, si intrecciava tra gli occhi, l’anima e il volto.

“scusaci” ha chiesto ad un passante “fai una foto a me ed alla mia amica…di…Where are you from?” mi ha chiesto sorridendo “Italiana” ho detto “I’m from Italy”.

“ Oh, beautiful”e poi al passante “fai un foto a me a alla mia amica Italiana?”

 

Mi ha accompagnata nei luoghi più incantevoli della loro cultura e mi ha fatto vivere una giornata che rimarrà indelebile nella mia memoria. Mi ha raccontato il loro viaggio, la fatica di appartenere ad una etnia tanto rispettata, quanto diversa. Mi ha raccontato l’importanza di mantenere le loro tradizioni, dal vestiario, all’uso dello yen (si, i prezzi sono espressi in Yen, a little Tokio) e la felicità di appartenere comunque ad una patria tanto grande quanto l’America, senza la perdita dell’identità di appartenenza.

“I’m proud to be American, Nazaria” mi ha spiegato, arrotolando la “r” in un modo che riesco a sentire distintamente anche oggi, mentre la ricordo con affetto “so di avere la fortuna di essere nata in un paese economicamente forte, sviluppato socialmente e con ancora grandi possibilità, ma credo che non lo apprezzerei così tanto se non avessi sangue Giapponese nel cuore. La nostra cultura ci impone il rispetto, il lavoro e l’amore per le tradizioni e la famiglia. Veniamo da molto lontano, e forse portiamo ancora nel cuore le battaglie con il grande Gengis Khan”

Sai, mi raccontò “I samurai edificarono muri, sulla costa della baia di Hakata, per proteggersi, ma non furono mai troppo alti. Tre metri o giù di li. Solo un monito, penso io. Vedi, credo che questo quartiere rappresenti, in fondo, la stessa cosa. Noi proteggiamo la nostra terra e la nostra cultura, ma non ci rinchiudiamo in essa”.

 

Lei aveva un mondo, dentro, un mondo che si offriva al mio e lo toccava, indugiando sulle mie passioni, nemmeno fosse stato il tocco maldestro del fato a farci incontrare, quel giorno.

Alla fine della giornata ha intercettato un mio sguardo interrogativo, mentre passavamo accanto ad un piccolo salice piangente che si trova in una piazzetta gonfia di negozi e di ristorantini.

“Nazaria come” mi ha detto sorridendo “ti faccio vedere una cosa” e mi ha guidata al centro della piazzetta, sotto il salice frondoso.

“É usanza, da noi, soprattuto durante i periodi di festa, esprimere un desiderio. Lo scriviamo su una strisciolina di carta sottile e lo leghiamo a rami cadenti del salice con nastrini colorati, perché vibrino al vento e raccontino i desideri e ne favoriscano il compimento. Dai, fallo anche tu” e mi ha portato da una signora dalle mani gentili che, insieme ad altre, distribuiva sorrisi e nastrini colorati.

“Sai” le ho raccontato “abbiamo anche noi qualcosa del genere” Lei si è voltata interessata, intenta a far passare il nastrino, giallo, nel piccolo foro sulla strisciolina.

“ si?”

“ si chiama Fontana di Trevi. È una magnifica fontana che vale la pena visitare almeno una volta nella vita. La leggenda narra che, lanciando una monetina nella fontana, di spalle, mettendo la mano destra sulla spalla sinistra, il ritorno a Roma é garantito ma, nei secoli, il lato romantico degli esseri umani ha voluto regalargli un altro significato, identico a quello delle vostre striscioline”.

Era meraviglioso come il vento scompigliava quei desideri e li portava lontano ed era ancora più bello vedere i sorrisi di chi lasciava il proprio pensiero e se ne tornava, soddisfatto, al proprio mondo.

Ho lasciato anche io il mio bigliettino, con la mia calligrafia occidentale, più che per esprimere un desiderio, come memento per il sorriso che mi era nato dentro. May, prima di lasciarmi andare via, mi ha trascinata letteralmente in un negozietto e mi ha lasciato un altro piccolo dono, uno prezioso. Mi ha regalato un Daruma.

“Here…that’s for you” mi ha detto, porgendomi questa piccola bambola stilizzata, senza gambe, nè braccia “questa bambolina si chiama Daruma e rappresenta Bodhidharma, il primo patriarca dello Zen. Come vedi ha il volto di uomo con barba e baffi”.

Io ho preso tra le mani questo oggetto che mi appariva fantastico e di cui non avevo mai sentito parlare e l’ho esplorato con gli occhi e con la mente.

“ E dimmi, May, perché gli occhi sono bianchi?”.

Le mi ha sorriso, come se si aspettasse quella domanda.

Mi ha preso le mani e mi ha detto “La tradizione vuole che, con un inchiostro di colore nero, si debba disegnare l’iride di un solo occhio, esprimendo un desiderio, e se questo dovesse avverarsi, bisogna chiudere il cerchio disegnando anche l’altro. Pensa bene al desiderio da esprimere, Nazaria, mentre disegni il primo occhio, così che l’altro sia il coronamento di un sogno importante”.

Ho sorriso e, con le lacrime agli occhi, l’ho abbracciata e salutata alla soglia di quella piccola terra in una terra più grande.

Sono tornata in albergo, quella sera, avvolta in sensazioni più grandi di quella immensa terra che stavo visitando.

Di lì a poco il mio viaggio è terminato e LAX, stavolta, mi aveva accolto con un sorriso mesto, come quello dei genitori che accompagnano i propri figli a scuola, al ritorno dalle vacanze. Un sorriso di comprension. E condivisione.

La mia valigia era più pesante, rispetto al mio arrivo, ma non ho mai capito se fosse il mio cuore,mad essersi arricchito o se davvero il peso che sentivo fosse dovuto alle sciocchezze che ci si riporta da ogni viaggio.

Sapete, ogni tanto ci sentiamo, io e May, ed è sempre una emozione il ricordo del nostro incontro.

Il mio Daruma, invece, mi sorride ogni mattina, dal comodino, accanto al libro che di volta in volta accompagna le mie giornate.

Il secondo occhio non l’ho ancora chiuso. Ma sorvolando in aereo quella fantastica terra che è l’America e salutando come una bambina Los Angeles con la mano, ho silenziosamente deciso quando e come lo disegnerò.

 

 

 

 

 

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23 pensieri su “Il Daruma.

    • (Sono un ovetto kinder con un po’ di trucco ed i capelli lunghi!).
      Nessuna sorpresa. Pochi (troppo pochi) i miei movimenti in questo sconfinato e meraviglioso mondo. Altra promessa a me stessa, messa di fianco ai sogni, nel comodino accanto al letto.
      Bel ricordo. Questo si. Prezioso.

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  1. E vedo che ci si ritrova con idee comuni…anche Nuzk.. che io definisco la mia sconosciuta sorella gemella 🙂 I complimenti non te li faccio più perché non mi piace ripetermi all’infinito ma leggerti è un piacere per l’anima. La prima parte sulle raccomandazioni familiari mi ha fatto ridere…ci deve essere un libro dei genitori che nessun figlio ancora conosce…il miglior segreto tramandato da generazioni… Un saluto a te! Mi hai fatto venir voglia di fare un salto in California, dove non sono mai stato…

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    • Quello Nuzk può definirsi, a buon titolo, uno dei blog più brillanti!
      I genitori: croce e delizia! Altro non si può dire. Hanno un almanacco delle raccomandazioni che tirano fuori al bisogno!.
      La California è davvero bella. Interessante, direi, e affascinante. Come ogni buon luogo che è altro da noi.
      Ah…grazie!
      Un caro saluto

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      • I post di Nuzk potrei averli scritti io e viceversa…mi ci ritrovo moltissimo. Voglio scrivere anche io un post ironico sui genitori, mi hai dato una buona idea 😉 In California, prima o poi ci andrò…è uno dei posti che vorrei visitare… Ciao Naz

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      • Se te ne occorrono altre, chiedi senza esitare, che di idee, in questa testa, ne razzolano sempre abbastanza (il guaio è che l’aia è grande). Io vorrei andare in un posto freddo, per quanto lo rifugga, vorrei poter vedere alcune cose che mi piacerebbe scrivere.
        Aspetto, allora, una tua disanima sui cari buon vecchi genitori. Sono certa sarà divertente. Ah… Specifica se a scrivere sarai tu o Nuzk!!!!!
        Un caro saluto!

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