dentro i miei occhi

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scorreva, sotto di lei, una vasta distesa di nuvole…
Un magma di pensieri le attraversava la mente, mentre l’aereo percorreva quella distesa bianca e blu senza nessun apparente punto di riferimento.
Il volo era fluido, liscio, come senza tempo.
Nessuno scossone a riportarla al presente, ad interrompere i pensieri.
A fermarli, almeno per un istante.
Ciò che la lasciava stupita era l’assenza di rumori, intorno.
Se non fosse stato per quel ronzio incessante dei motori e il chiacchiericcio di certe giunture scosse dalla pressione esterna, avrebbe potuto pensare di essere sola.
Ma non si é mai soli, con i propri pensieri.
Quelli non ti abbandonano mai, tarlano e mangiano, nemmeno fossero ad un banchetto nuziale.
Impossibile non pensare a lui.
Alle sue mani, al suo sorriso, alla sua bocca.
Impensabile non sentire sulla pelle le mani calde, affamate, esperte.
I ricordi hanno il brutto vizio di arrivare tutti insieme, a fiotti, con un fiume di sangue caldo che ti irrompe nelle vene e sale ai lobi delle orecchie.
Arrivano quando meno te l’aspetti, a spezzarti il sorriso, a storcere l’immagine in una foto.
E sono pugni.
Non ricordava quando le era entrato sotto la pelle, non lo aveva saputo, prima, nè era riuscita a ricordarlo, poi.
Certe persone ti entrano dentro che nemmeno te ne accorgi, ti si installano nell’anima e funzionano in background, che tu lo voglia o meno.
E non esiste nessuna funzione per disattivare gli aggiornamenti.
Lui era parole, pensieri, suoni. Un particolare rumore del respiro, lo scatto di una gamba la notte, nel letto.
Eppure, pensó, erano rare le notti in cui avevano condiviso una intimità che potesse superare l’alba e che inevitabilmente li rigettava in un quotidiano dove non esisteva nessun noi, dove non c’era localizzazione, condivisione comune.
Quelle notti lei le ricordava, le ripercorreva, le analizzava, anche se alle volte, proprio come ora, mentre attraversava questo cielo, pensava che fossero loro a ricordarsi di lei e ad andare a cercarla, negli anfratti del suo quotidiano, tra pillole di vita dove non avevano nulla da condividere.
Pensó che in fondo, con lui, era sempre tutto un po’ fuori dal tempo, come questo volo, senza rumori precisi, qualcosa che scivola veloce. La sua casa, ad esempio, la particolare luce, i suoni sconosciuti, gli odori che la attraversavano.
Era un diverso in cui si sentiva a suo agio.
Quello che la scandalizzava era la precarietà di quel vivere, il disordine, il moltiplicarsi di orpelli e ammennicoli inutili, che pure le piaceva.
A lei. A lei così legata al suo mondo ordinario, alle sue scatole ordinate alfabeticamente, alle cose che hanno ” sempre e comunque lo stesso identico posto”
Eppure, si disse, ci si ritrovava.
Con una sua maglietta addosso, scalza, in giro per una zona non sua, dove non controllava, dove non era, dove si lasciava portare.
Le pareva sempre di esplorare qualcosa di nuovo, di conoscerlo un pochino meglio, man mano che il disordine si dispiegava c’era un nuovo tassello da aggiungere.
Eppure, nonostante la sensazione di calore che la avvolgeva anche adesso che i pensieri la stavano attraversando, non lo conosceva mai del tutto. Era, quello tra loro, un momento metafisico, mai presente, mai reale, sempre ripiegato tra un qui, un forse e un dove.
Non c’era programma per quei loro incontri, non lo stabilivano, lo facevano capitare, arrancando tra scuse varie ed improbabili giustificazioni che poi non venivano mai approfondite nelle loro rare conversazioni. Si sapevano da tanto, questo le diceva lui, e quindi non c’era bisogno di prendersi in giro, di creare articolazioni per quelle mezze bugie.
Pensò che le bastava viverli, quei momenti. Prenderli per quello che erano.
Rari momenti di pura essenza.
Eppure c’era qualcosa stanotte , nel cielo che si andava facendo nero, tra quella distesa di silenzio, che le tornava nella mente e la feriva, come la lama di un coltello affilato.
Qualcosa che rompeva lo schema creato, il rigido compartimento nel quale si muovevano e del quale credeva di conoscere tutte le mosse giuste per non farsi male.
Le tornó in mente, cosí, quasi all’improvviso, che quella mattina, allo specchio, mentre si truccava per andare via, aveva notato qualcosa, una se stessa diversa, malinconica eppure luminosa, che l’aveva guardata ansiosa, come a chiederle di restare, tra quelle mani, tra quelle carte, in quel precario disordine in cui si riconosceva e si smarriva.
Si disse che era stato come vedersi per un momento. Un lampo improvviso, che le aveva rotto il respiro.
Nel ripensarci ora ricordava di essersi voltata in fretta, di aver raccolto le sue cose e dato uno sguardo alla luce polverosa che filtrava dalla finestra.
Aveva spostato qualcosa, con studiata incuria, rassettato pochi, banali, inutili oggetti , attenta a non invadere lo spazio eppure cercando di lasciare un piccolo segno, un impercettibile alone di se che lui avrebbe ritrovato, la sera e che avrebbe percepito senza nemmeno accorgersene.
Si era rapidamente chiusa la porta alle spalle, un gesto secco, duro, e il rumore della porta che si abbatteva sui cardini le aveva ferito le orecchie. Ripensò alla precipitosa corsa per le scale, rigida, veloce, giustificata con un volo da non poter perdere.
Ora invece, è d’un tratto, capì.
Capì perché non si era voltata e perché era corsa via. Capì che avrebbe visto se stessa fissarla con aria interrogativa. Chiederle cosa stesse facendo, chi stesse cercando di ingannare, mentre elaborava la prossima scusa per una fuga veloce verso questo tempo sospeso.
Ricordò che aveva tirato dritto, verso l’aeroporto, questo porto di cielo dove la gente si incontra senza vedersi e si innamora, si lascia, si perde per sempre o si ritrova, ed in preda ad una progressiva ansia era salita velocemente sul suo volo, aveva preso posto, iniziato tutta una serie di rituali che sperava l’avrebbero riportata alla serialitá di una vita incanalata, rigidamente costruita, ordinata, Prevedibile e poco, anzi per nulla dall’aria precaria. Aveva preso le cuffiette, il computer, il libro. Si era appoggiata la copertina sulle spalle e aveva scrupolosamente dato un’ultima controllata al meteo che l’attendeva ed alla lista mentale delle cose da fare. Imprescindibili cose da fare.
Eppure, e l’aveva sentito da subito, c’era qualcosa, in fondo, nell’anima, che era salita con lei sul quel volo. Qualcosa che urtava la superficie quieta del lago, che creava cerchi sempre più vicini e che increspavano la distesa d’acqua.
Qualcosa di inarrivabile, di sfuggevole… A tratti sgradevole. Una sensazione alla bocca dello stomaco, un disturbo dolce, un’ansia latente ed una struggevole malinconia.
L’avevano seguita quegli occhi. I suoi che si guardavano nello specchio, che la fissavano consapevoli di essersi riconosciuti in quelli di altri.
I suoi occhi si erano saputi.
Capí che era impossibile, ora, tornare. Guardó fuori dal finestrino. Non si distingueva quasi più nulla. Le ore le erano scivolate addosso come quel cielo nero. Un alito di vita le sfuggì da un tirato, amaro sorriso.
L’aereo continuò la sua dolce sfilata sulla coltre di nuvole, mentre il cielo, di un cupo viola livoroso, incombeva sulla figura argentea dell’aereo. E in quel magma di pensieri la sua anima sprofondó, leggera, in una notte dove nessuna luce avrebbe potuto, almeno presto, portarle l’alba.

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